Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio vulgo San Trovaso

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Chiesa dei Santi Gervasio e Protasio vulgo San Trovaso - Dorsoduro

Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio vulgo San Trovaso

Posizione Verso la punta occidentale della Città. Una piccola frazione, situata all’Est, confina col Canal Grande. La parte maggiore forma una lunga striscia che guarda il Sud, la quale costeggia il Canale della Giudecca. Giace quindi la Parrocchia fra i due maggiori Canali di Venezia, ed essendo molto dominata dalle correnti d’aria che li attraversano, e più ancora dal sole, offre le più salubri posizioni. Quando abbia effetto la già progettata erezione del nuovo Ponte sul Canal Grande destinato a congiungere il Sestiere di Dorsoduro con quello di San Marco, l’abitato di questa Parrocchia riuscirà molto opportuno per tutte le classi della popolazione, cessando allora in diversi punti il bisogno di tragittare quel Canale a mezzo di barche, ovvero percorrere la lunga via conducente all’unico Ponte ch’esiste presentemente sul Canale medesimo, cioè al Ponte di Rialto.

Chiesa

L’epoca della primitiva erezione di questo Tempio è incerta: però molto remota, essendo stato ricostruito a cura delle famiglie Barbarigo e Caravella sino dall’anno 1028. Distrutto dall’incendio del 1105, fu in miglior forma rialzato: poi diroccò nella notte 12 settembre 1585. Nel 26 luglio 1584 si pose la prima pietra di sua riedificazione, sopra modello del celebre Palladio, deformato però dalla imperizia degli esecutori dell’opera. Condotto a compimento nel corso di sette anni, fu poi consacrato da Giovanni de Rossi vescovo di Ossaro nel 22 luglio 1657.

Parrocchia

È verosimile rimontasse l’istituzione di questa Parrocchia al tempo dell’innalzamento della Chiesa primitiva, o in quel torno, poiché il convegno del 1041 fra il Patriarca di Grado, e il vescovo di Castello per fissare i limiti della giurisdizione esercitata sulla medesima da quei due Prelati, fa prova, che innanzi a quell’epoca si trovava al suo governo un Pievano. Per la riforma del 1810 l’antico suo circondario fu ampliato con l’aggiunta di quasi tutto quello dell’allora soppressa Parrocchia di San Basilio (San Basegio) e di alcune contrade dell’altra, tuttora sussistente, dell’Angelo Raffaello. In tale circostanza ne fu staccata piccola frazione, per unirla alla nuova allora istituita Parrocchia di Santa Maria del Rosario, volgarmente chiamata dei Gesuati; come vedremo a suo luogo.

Chiese nel circondario di questa parrocchia attualmente ufficiale

San Sebastiano . Sussidiaria. Fra Angelo di Corsica ascritto alla Congregazione degli Eremiti di San Girolamo, fondata dal Beato Pietro Gambacurta di Pisa, venuto da Rimini a Venezia nel 1393 con alcuni suoi confratelli, eresse Ospizio nel circondario parrocchiale dell’Angelo Raffaele, cui poscia fu aggiunto piccolo Oratorio col titolo di San Maria piena di Grazia e di Misericordia, il quale nel 1444 venne riformato ed ampliato. Nel 1455 fu ivi edificata una chiesa; giunta a compimento nel 1468 è intitolata a San Sebastiano. Sembra però che il sacro edificio fosse molto ristretto e debolmente costrutto, poiché nel 1506 si diede mano alla sua rinnovazione in maniera più solida, e in più spaziosa misura. Continuò quella fabbrica lungo tempo, avendosi potuto nel 1.° giugno 1522 consacrare soltanto l’altare di San Sebastiano, cerimonia celebrata da Michele Jorba spagnuolo, vescovo arcussense, suffraganeo del Cardinale Francesco Soderini vescovo di Vicenza. Una iscrizione affissa nella facciata accenna l’anno 1548; quindi pare che a quell’epoca siasi ultimata l’opera; infatti la consacrazione di tutta la Chiesa si fece nel 19 aprile 1562 da Gianfrancesco de Rossi vescovo di Aura od Auria nella Tracia. Molti insigni architetti si occuparono di questa edificazione, i nomi dei quali offre l’erudito Cav. Cicogna nelle Iscrizioni Veneziane (Vol. IV. p. 130); ma fra essi non figura J. Sansovino, quantunque la fama gli attribuisca il merito d’aver condotto l’esterno prospetto molto elegante e ricco di fini marmi. Quanto al tempio, alcuni lo reputano innalzato sopra modello di Sebastiano Seclio, altri di Antonio Scarpagnino maestri ambedue celebri di quella età, i quali forse disegnarono altresì la facciata. Paolo Calliari, il Veronese, lo decorò copiosamente col suo pennello, negli anni 1555-1560 e 1565 spiegando nelle tre epoche le sue diverse maniere di colorire. Egli vi fu tumulato e nella sua tomba riposano anche le ossa del fratello, Benedetto, e del figli Carlo o Carletto, e Gabriello, tutti suoi imitatori nell’arte. Lateralmente alla Tomba fu eretto il busto di Paolo il quale morì nel 19 aprile 1588, ma la iscrizione ivi apposta segnò erroneamente il 18 di detto mese.

Tutti i Santi (Ognissanti). Oratorio di Cappuccine Concette. Le Monache Cisterciensi di Santa Margarita di Torcello, abbandonato, nel secolo XV, l’insalubre lor chiostro, vennero a stabilirsi in questa Parrocchia, e vi eressero nel 1472 un Oratorio, nel 1494 trasformate quelle Religiose in Benedettine, si accinsero pochi anni appresso a sostituire all’angusto Oratorio novella Chiesa, che fu poi consacrata nel 22 luglio 1586 da Girolamo Ragazzino vescovo di Caorle. Nei primordi del cessato Governo Italiano questa religiosa famiglia venne concentrata in altro chiostro dell’ordine stesso, nella quale circostanza si trasferirono in questo monastero le Cappuccine concette allora ricoverate in piccolo ospizio dappoi demolito, situato a Castello poco lungi dal Tempio di San Pietro. Soppresse nel 1810 tutte le comunità regolari d’ambo i sessi, le Cappuccine, deposto l’abito, continuarono ad abitare lo stesso locale, però convertendolo in casa di educazione femminile. Nel 1820 ripristinate quelle suore nella originaria lor condizione, ripigliarono e il primitivo costume, e i devoti loro esercizi, senza però lasciar quello di educare fanciulle.

Eremite, Oratorio intitolato a Gesù, Maria e Giuseppe. Apparteneva a monache Eremite che professavano la regola di Sant’Agostino, nell’annessovi chiostro raccolte, l’anno 1693. Dopo la soppressione generale del monasteri, questo edificio fu concesso alli zelanti sacerdoti Conti fratelli Cavanis, della caritatevole benemerenza de quali avrò a parlare anche in appresso, gli stessi vi aprirono uno stabilimento a ricovero ed istruzione di povere figlie, per le quali l’Oratorio viene ufficiato.

Chiese secolarizzate

San Basilio (San Baseggio) già parrocchiale. Eretta anticamente dalla famiglia Baseggio qui venuta da Malamocco, rifabbricata nel 1347, poi rinnovata nel secolo XVI. Soppressa la Parrocchia, fu demolita la Chiesa; l’area è ridotta in giardino.

Scuola di Sant’Antonio Abate . Digià Oratorio ad uso della Confraternita dei pizzicagnoli. Soppresse tali pie unioni, questo locale serve ora ad usi profani.

Santa Maria della Carità. La Chiesa e il Chiostro adiacente s’innalzarono a spese di Marco Zuliani l’anno 1120 per accogliere alcuni Canonici regolari procedenti da Santa Maria in Porto di Ravenna che vennero ad abitarlo nel 1134, sotto la direzione di Druduro primo loro priore. Papa Alessandro III, all’epoca di sua dimora in Venezia consacrò questo Tempio nel giorno 5 aprile 1177, e lo arricchì d’indulgenze. La vecchia Chiesa minacciando rovina, fu ricostruita in maggior dimensione l’anno 1446, e nel secolo successivo ebbe cospicue decorazioni di altari e di monumenti. E quanto al Chiostro, il celebre A. Palladio prese a rinnovarlo ed ampliarlo intorno al 1547. Egli diede con questo Edificio splendido saggio dell’architettonico suo valore seguendo le forme delle antiche case romane; senonché tanta opera fu per la massima parte distrutta dalle fiamme nel 16 novembre 1630. Sfuggirono alla rovina l’Ala respiciente l’interno cortile, e il sottoposto elegante Tablino, resti veramente preziosi e ben conservati, provveduto avendosi anche in questi ultimi tempi al radicale loro restauro.

Scuola della Carità . Sino dal 1260 ebbe origine in Venezia una Confraternita chiamata della Carità, la quale si congregava nella Chiesa di San Leonardo allora Parrocchiale. La pia unione trasferì poi la sua sede nell’Isola Giudecca ove fondò un Oratorio intitolato a San Jacopo, più tardi ceduto a P. P. Serviti. Abbandonata la Giudecca, innalzò nel 1344 maestoso sacro edificio presso il Chiostro dei Canonici regolari, di cui si è detto, e vi aggiunse Ospitale a ricovero dei suoi confratelli caduti in bisogno. La rinomanza di quella Confraternita divenne si celebre, e le sue rendite crebbero a segno, che fu annoverata fra le sei Scuole grandi di Venezia. Chiarissimi personaggi vi si ascrissero, fra i quali merita particolare menzione il Cardinale Bessarione Legato a latere di papa Pio II presso la Repubblica Veneta, quel dotto insigne che nel 1468 donò al Governo la preziosa sua Biblioteca tutta composta di Codici mss. principale ornamento della nostra Marciana. Ripigliando pertanto il discorso intorno all’Edificio della Confraternita, di cui si parla, il suo interno corrisponde alla ricchezza del Pio lstituto, ma l’esterno Prospetto, decorato molto più tardi con disegno di Giorgio Massari, eseguito da Bernardo Macaruzzi, fa manifesto il decadimento delle arti ne secoli XVII e XVIII. Vi si praticò qualche riforma in questi ultimi tempi, conservando per altro quasi del tutto la goffa anteriore sua euritmia. La religiosa famiglia dei Canonici regolari fu soppressa nel 1769 dalla Repubblica Veneta, lasciando sussistere la ufficiatura della Chiesa a mezzo di un Cappellano. Quanto poi alla Confraternita della Carità, questa rimase disciolta per le generali disposizioni del cessato Governo Italiano, dal quale, secolarizzata anche la Chiesa aderente al chiostro, tutto quel gruppo di sacri edifici fu destinato ad altro uso, erigendovi nel 1807 l’Accademia delle Belle Arti di cui prendo a far cenno.

Località meritevoli di particolare menzione.

Accademia delle Belle Arti. Il tempio di Santa Maria della Carità, l’annessovi Chiostro, la vicina Scuola della Carità e sue adiacenze, formano un’Isola quadrangolare consacrata nel suddetto anno 1807 all’istituzione dei cultori delle Arti del disegno, e perciò decorata del titolo di Accademia delle Belle Arti. Questo ampio stabilimento ridonda di capi d’opera dei più segnalati pittori nazionali e stranieri dall’epoca del rinascimento delle arti sino ai di nostri. Vi si ammira anche qualche buona scultura antica, e moderna, ed è copiosissima la collezione in plastica di alcuni preziosi lavori degli antichi greci e romani. Esisteva in Venezia, sin da remoti tempi, una Società per le Belle-Arti, il cui Statuto rimonta all’anno 1345, la quale nel secolo XVI, assunse il titolo di Accademia. Intenta la veneziana Repubblica ad incoraggiare in ogni maniera lo studio che tanto innalzò la fama de nostri artisti, volle il Senato, potessero i Patrizi ammogliarsi con le figlie dei Professori, ancorché non nobili, della nostra Accademia, senza punto degradare la nobiltà del casato. Nel loro primordi gli esercenti pittura avevano formata una confraternita degl’individui dell’arte, la quale per i suoi devoti esercizi si raccoglieva in un Oratorio presso la Chiesa di Santa Sofia. Quel Palazzo che sorge al principio del Canal Grande rimpetto alla Dogana di mare, ora sede del Magistrato di Sanità, venne destinato sin dal principio dello scorso secolo per l’insegnamento agli alunni dell’Accademia surriferita; senonché troppo angusta riuscendo quella località pel copioso numero de concorrenti, il cessato Governo Italiano propostosi di ampliare la Scuola, e aggiungervi abbondante pinacoteca, dispose all’uopo gli spaziosi locali annoverati disopra tutti in connessione fra loro, onde provvedere ad ogni bisogno. Per tale destinazione, il Tempio fu diviso in due piani, l’uno per le Scuole, per modelli di scultura l’altro; le pareti delle molte sale si rivestirono di famose pitture, ma tutto ciò non offrendo spazio bastevole, nuove grandiose Sale si eressero nel 1821, altre nel 1847, a mezzo delle quali appendici, quadri, disegni, bronzi, sculture, e simili oggetti ottennero nobile collocamento.

Palazzi. 1.° Contarini dagli scrigni. Questo maestoso edificio è composto di due palazzi fra loro congiunti, però di epoche diverse. L’uno manifesta il carattere così detto gotico de secoli XIV e XV, l’altro, di bella architettura romana, fu costrutto dallo Scamozzi alla fine del secolo XVI. Ambedue si specchiano sul Canal Grande. 2.° Gambara. Sorge vicino a quelli del Contarini. Sulla medesima sponda del Canal Grande, l’architettura è semplice ed elegante. 3.° Bollani ora Fugazzaro e Sangiantoffetti ora Bembo. Questi Palazzi uno vicino all’altro adornano la sponda del Canale o Rio che scorre dinanzi la Chiesa di questa Parrocchia: ambedue semplici, ma bene ordinati: il secondo serba nel suo prospetto le traccie delle pitture a fresco, di cui fu originariamente fregiato da J. Tintoretto. 4.° Nani e Giustiniani. Quasi dirimpetto ai suaccennati s’innalzano due altri Palazzi, l’uno di semplice architettura, d’appartenenza della famiglia Giustiniani: l’altro della famiglia Nani: quest’ultimo fu costrutto alla maniera chiamata gotica, introdotta in Venezia nel secolo XIV. 5.° Giustiniani – Reccanati. Vasto edificio sulla sponda del Canale della Giudecca detta Le Zattere, si serba in questo ricca collezione di opere patrie e di oggetti d’arte. In questi ultimi tempi fu deposta nella privata Cappella di questo Palazzo la Salma del B. Nicolò Giustiniani, quel desso che essendo monaco nel Cenobio di San Nicolò del Lido, ne uscì nel 1172 con pontificia licenza, prese moglie, e ristabilì la prosapia della famiglia di cui era l’unico rampollo, essendo tutti gli altri periti nelle Crociate. Ottenuta numerosa figliuolanza, da cui discesero tutte le famiglie di questo Casato tuttora sussistenti, il pio Giustiniani tornò al suo monastero. Fra i ponti che attraversano il Canale o Rio che separa questa Parrocchia da quella di Santa Maria del Carmine, ve ne ha uno detto del Malpaga, presso la testa del quale s’alza una Casa ove è fama abitasse il valoroso Generale Bartolammeo Colleoni, quel prode cui fu eretto il magnifico monumento sulla Piazza del Tempio dei Santi Giovanni e Paolo, di cui ho parlato.

Feste veneziane

Festa di Santa Maria della Carità. È antica tradizione, avvalorata da Cronache, da Iscrizioni, e Pitture, che Papa Alessandro III onde sottrarsi alla persecuzione di Federico Barbarossa, ricoverasse incognito, nel 1177, nel già mentovato Cenobio di Santa Maria della Carità e che indi riconosciuto e onorato dai reggitori della Repubblica, si sia questa interposta qual mediatrice all’oggetto di riconciliare il Pontefice con l’Imperatore. Gravissimi storici appoggiati a memorie per più secoli ripetute, ci trasmisero in varie forme quel rinomatissimo avvenimento, ma grazie alla critica profondamente estesa a di nostri, scaturirono documenti che meglio ne stabiliscono le circostanze, allo studio dei quali applicatosi l’erudito Angelo Zon, da morte testè rapito, ci lasciò la diligente esposizione de fatti che il nostro chiarissimo Cav. Cicogna ha inserita nella sua grande Opera sulle Veneziane Iscrizioni (vol. IV, p. 574). Sussistono bensì la mediazione della Repubblica, il Congresso, e la pacificazione in Venezia fra la Chiesa e l’Impero, ma non sussiste che il Papa venisse qui fuggitivo e sconosciuto; come nemmeno vi ha traccia per stabilire con fondamento, che in quella occasione seguisse la battaglia, riferita dalle Storie ed anche rappresentata dalle preziose pitture che adornano la maggior Sala del Palazzo Ducale, l’attaglia che si dice agitata presso il Promontorio di Salvore nell’Istria, dalla veneta flotta contro l’imperiale, con disfacimento della seconda, e conseguente prigionia del giovane principe Ottone che la comandava. Risulta pertanto con sicurezza, che ardendo la guerra fra l’Imperatore, il Pontefice, e le città lombarde, l’Arcivescovo di Magonza Cristiano cancelliere cesareo sceso in Italia col poderoso esercito condotto da Federico, aprisse maneggi di pace, per conciliare la quale esso Arcivescovo ed anche l’Imperatore medesimo, richiesto avevano l’intervento de Veneziani. Stabilite quindi in Agnani le basi preliminari di quel Trattato, fu designata Venezia per la finale sua conclusione, riposta avendo le alte parti contraenti, come ancora i monarchi d’Inghilterra e di Francia, ogni più estesa fiducia nella saviezza del Doge Sebastiano Ziani allora regnante, avuto anche riguardo alla condizione materiale e morale della Città nostra, sicura, bene provveduta del bisognevole, e popolata da pacifici e tranquilli abitanti, quia Venetia (dice la Cronaca) tuta erat omnibus, et abundans in omnibus et gens ejus quieta et pacis amatrix. Così predisposte le cose, Papa Alessandro condotto dalle Galere di Guglielmo II, re di Sicilia, attraversato l’Adriatico, approdò a Zara, d’onde dirigendosi alle nostre Lagune, sbarcò al Lido, prendendo stanza in quel monastero di San Nicolò, ove fu accolto dai figli del doge andati a incontrarlo con scelto accompagnamento di molti notabili. Nel giorno seguente, che fu il 24 marzo 1177 Vigilia dell’Annunciazione di Maria Vergine il doge col Patriarca di Grado, con i vescovi delle Venezie e con cospicuo corteggio, portatosi al Lido accolse nel suo pomposo naviglio il Santo Padre, col quale fece magnifico ingresso in Venezia. Qui giunti visitarono il Tempio del Patrono San Marco, indi passò il Pontefice alle sue stanze approntate nel Palazzo del Patriarca summentovato, presso la Chiesa di San Silvestro. Consultati allora i sapienti della Repubblica, Sua Santità si occupò del componimento; ma dopo 17 giorni, secondando il desiderio dei Lombardi, si trasferì a Ferrara, e fatta ivi breve dimora tornò a Venezia per continuare le pratiche nel grave affare che avea dato causa al suo viaggio. Appianata frattanto ogni difficoltà, s’inviarono messaggi all’Imperatore, il quale lieto per le notizie recategli, si portò a Ravenna, ove Pietro Ziani, figlio del Doge, da molti nobili accompagnato, andò ad incontrarlo. L’imperiale convoglio pervenuto a Chioggia, fu ivi accolto dai Cardinali inviati dal Pontefice, e unito agli stessi si diresse a San Nicolò del Lido, ove con ragguardevoli personaggi lo attendeva Jacopo, altro figlio del doge. Nel seguente mattino, 24 luglio 1177, vigilia della festa del l’Apostolo San Jacopo, il Doge col Patriarca e con maestoso seguito di vescovi e di primati, sopra naviglio riccamente adorno, si fece a riceverlo al Lido, e seco lui venne a Venezia. Papa Alessandro sedente in trono nel vestibolo della Basilica di San Marco eretto in quel sito che tuttora si vede lastricato di rossi marmi, benignamente accolse Federico, il quale gli baciò il piede e la bocca: indi Sua Santità con l’Imperatore alla destra, il Doge alla sinistra, e rispettivi corteggi, entrarono nel Tempio ove schierati stavano i Padri di Santa Chiesa, i Principi e Magnati d’Alemagna, Francia, Inghilterra, Spagna, Ungaria, ed Italia, gli Ambasciatori delle potenze cristiane, i Legati delle Città lombarde e i primari Magistrati della Repubblica, con estraordinario concorso di nazionali e stranieri. Nella pienezza della generale esultanza fu ivi cantato solenne Tedeum, e promulgata la pace, da tutti accolta con acclamazioni festose accompagnate da lagrime di letizia. L’Imperatore passò ad abitare in Palazzo Ducale, e vi tenne soggiorno circa due mesi, per dar termine ai patti coi Lombardi e col re di Sicilia. Più lunga fu la dimora fra noi del Pontefice, facendo testimonianza una lapide tuttora serbata in San Silvestro, che nel 1.º novembre di quell’anno 1177 consacrò quella Chiesa ; il qual monumento, nella discrepanza degli scrittori riguardo alla partenza del Santo Padre, avvalora quanto ne disse il Sanudo, che abbia lasciato Venezia nel giorno 10 dello stesso novembre. Impiegò Egli santamente il tempo dando sistema da queste lagune agli affari ecclesiastici sconcertati dallo scisma di alcuni anni, e decorando della consacrazione anche qualche altro Tempio, cerimonia sin dal principio di sua venuta e precisamente nel 5 aprile dell’anno stesso, celebrata in quello, di cui si parla, dedicato a Santa Maria della Carità, concedendo a larga mano indulgenze a favore di chi lo visitasse tre giorni innanzi, o tre giorni dopo, la ricorrenza annuale di quella solennità. Per profittare appunto di codesto spirituale tesoro, dispose il Governo, che il Doge e suo seguito praticassero ogni anno codesta visita nel giorno 3 aprile, disciplina costantemente osservata dalla Repubblica coll’accostumata religiosa sua pompa. Il Doge Ziani dall’universale ammirazione celebrato e coperto di gloria per la felice riuscita della saggia efficace sua mediazione, come per le eminenti virtù che gli facevano corona, ormai carico di anni, guidato dalla più specchiata sua naturale modestia, abdicò il Trono, e ritiratosi nel cenobio de Benedettini in San Giorgio Maggiore, volò poco appresso (aprile 1178) a cogliere nei cieli la palma dovuta alle solerti sue cure per il bene dello Stato, per la quiete d’Italia, e per la concordia della Cristianità. La salma di Lui fu deposta nella Chiesa adiacente a quel Chiostro, in decorosa urna marmorea, che accolse più tardi anche le spoglie mortali dei figli suoi Pietro e Jacopo: senonché eretto alcuni secoli dopo il nuovo Tempio che tuttora si ammira, quelle ceneri si trasportarono nel 1611 sotto il pavimento della Cappella dei morti ove riposano, ricordate però da onorevole sovrapposta Iscrizione (Cicogna V. IV. pag. 528.). L’illustre Principe, prima di rendere l’anima a Dio, convocati i Senatori d’intorno al letto di morte, diede loro molti utili avvertimenti per la conservazione e gloria della Repubblica, e segnatamente raccomandò la stretta osservanza di due cardinali precetti politici, cioè, 1.º di premiare i cittadini di merito affinché col vedersi privi di onori non prorompano in ogni maniera di audacia, 2.º di far sì che la plebe minuta non sia stretta da fame e da continua guerra travagliata, onde non si sollevi contro chi la governa. Tre secoli dopo il Ziani venne il Macchiavelli a promulgare il primo di quei saggi ricordi; ma come i tempi avevano cangiato, e nel dominio del progresso era involta anche l’umana malizia, il Segretario fiorentino aggiunse la clausola, « che se gli
uomini di merito non si premiano, conviene estinguerli, affinché non usino de loro talenti per vendicarsi della oscurità, cui fossero abbandonati ». (1)

(1) ANTONIO QUADRI. Descrizione topografica di Venezia e delle adiacenti lagune. Tipografia Giovanni Cecchini (Venezia, 1844)

Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio vulgo San Trovaso dall’Iconografia delle trenta Parrocchie – Pubblicata da Giovanni Battista Paganuzzi. Venezia 1821

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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