Ponte Manin, sul Rio de San Salvador

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2009
Ponte Manin, sul Rio de San Salvador - San Marco

Ponte Manin, sul Rio de San Salvador. Sotoportego Manin – Riva del Carbon

Ponte in pietra; struttura in mattoni e pietre, bande in ferro a greche. Ai due lati del ponte, sei stemmi in pietra di Provveditori di Comun. (1)

Il Ponte Manin (già Dolfin o Ponte alla Riva del Carbon), a cavallo della parte terminale del Rio de San Salvador, è uno dei quattro ponti prospicienti il Canal Grande, unisce la Riva del Carbon con la Riva del Ferro. La Riva del Carbon si chiama così per il commercio che si faceva di questo combustibile, sul margine della medesima riva vi erano alcune botteghe di legname, dove si vendeva anche carbone. La Riva del Ferro è così chiamata per il commercio che si faceva nelle sue rive di questo minerale, in antico si chiamava Riva della Moneta, per un vecchio edificio che serviva ad uso di zecca. Il ponte prende il nome dal Palazzo Dolfin Manin che sta sulla Riva del Ferro e che in parte lo incorpora.

Il palazzo Dolfin venne costruito a partire dal 1537, su un’area occupata in parte da case medioevali e in parte da case di proprietà dei Dolfin stessi, su progetto di Jacopo Sansovino. Il progetto che prevedeva la facciata monumentale portata sul Canal Grande, venne autorizzato dai Provveditori de Comun a patto che il portico fosse di utilizzo pubblico, il ponte venne quindi in parte incorporato all’interno del portico. Il ponte Dolfin era infatti preesistente alla costruzione del palazzo, venne fatto costruire nel 1409 da Domenico Dolfin per comodo suo e della città, era in muratura e inizialmente senza bande ed era ornato nei primi secoli dallo stemma dei Dolfin, attualmente ai lati dell’arco prospiciente il Canal Grande, ci sono invece gli stemmi dei Provveditori probabilmente in carica durante il restauro del ponte nel 1574, quando il ponte venne rifatto ed alzato per far passare con maggior comodo le barche. Dopo la morte di Lorenzo Dolfin, avvenuta nel 1664, il palazzo divenne per eredità di proprietà di varie famiglie. Nel 1700 Lodovico Manin (avo del doge) lo prese in affitto e lo andò ad abitare.  

La famiglia Manin venne da Firenze dove a causa delle guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, nel 1312, si trasferì in Udine, nella persona di Manino dei Manini, e vi si radicò, rendendosi distinta, con le copiose ricchezze, fra le principali famiglie di quella provincia, godendo la signoria di diverse contee e castelli. Per i bisogni della Repubblica, nella dispendiosa guerra di Candia, avendo offerto Lodovico Manin q. Bernardino, i soliti 100.000 ducati la famiglia fu ascritta al patriziato, per decreto del Maggior Consiglio il giorno 11 giugno 1651.

Da questa famiglia nacque il doge Lodovico Manin il 23 luglio 1726, da Lodovico detto Alvise e da Maria Basadonna. Educato nel collegio dei chierici regolari di San Paolo in Bologna, s’incamminò poi nella carriera civile e politica presso Giovanni Da Lezze, e fu con esso a Roma. Ripatriato, Lodovico impalmò Elisabetta Grimani del ramo dei Servi; ed entrato nelle magistrature, per le favorevoli disposizioni naturali, veniva mandato capitano a Vicenza, nel 1757 venne nominato capitano di Verona, quindi podestà di Brescia. Al suo ritorno si meritò la dignità di procurator di San Marco de ultra, il che accadde il dì 25 novembre 1763, sostenne in seguito molte magistrature. Nel 1782, fu destinato ad accompagnare il pontefice Pio VI nel suo passaggio per le Provincie venete, allorché si recò a Vienna; e tale fu l’accoglienza, che il pontefice volle decorare il Manin con il titolo di cavaliere.

Tanta fu la gloria che perciò conseguì, tanta la lode che pose in lui la Repubblica, che morto il doge Paolo Renier, lo volle insignito della suprema dignità della patria, il Manin venne eletto doge il 9 marzo 1789. Debole e indeciso, fu il politico dei suoi anni in uno Stato che, perduta la tradizionale alterezza, si faceva schernire e tradire ringraziando e supplicando. L’uomo, ebbe abito di pietà, cuor sincero ed aperto, indole disposta alla più larga benevolenza ma anche assenza di alti ideali e di civili virtù. Al momento della sua elezione Piero Gradenigo sentenziò: “I ga fato dose un furlan, la republica xe morta”, purtroppo la sua profezia doveva avverarsi.

Lodovivo Manin, divenuto doge, decise di procedere all’acquisto dello stabile, intendendo trasformarlo in una sede degna del suo alto ufficio. Nel 1793 affidò l’incarico di ristrutturare il palazzo a Giannantonio Selva, il quale introdusse nell’interno radicali modificazioni, conservando la facciata sul Canal Grande come ne aveva dato modello Jacopo Sansovino. I lavori vennero interrotti nel 1797 con la tragica caduta della repubblica. (2)

(1) ConoscereVenezia

(2) Giuseppe Tassini. Curiosità Veneziane ovvero Origini delle denominazioni stradali di Venezia. (VENEZIA, Tipografia Grimaldo. 1872). – D.R. Paolillo C. Dalla Santa. Il palazzo Dolfin Manin a Rialto – Fonti diverse

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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