Ordelafo Faliero. Doge XXXIV. Anni 1102-1118

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Ordelafo Faliero. Doge XXXIV. Anni 1102-1118

Per ottenere la suprema dignità dello Stato valse ad Ordelafo Faliero, più che la nobiltà dei natali, la sua molta prudenza, la chiarezza dello ingegno, la eloquenza ed il suo valore nelle armi. Sennonché fin dai primordi del suo reggimento ebbe a provare infausta vicenda, predizione tristissima del fine a cui lo serbava il fato crudele.

E di vero, pochi giorni appresso alla sua elezione, cioé il dì 9 marzo 1102, un turbine, accompagnato da terremoto e da escrescenza stragrande delle acque marine, imperversò siffattamente da rimanere rovinati molti edifici, e guaste le mercanzie di parecchi fondaci, con incalcolabile danno. La cronaca Erizzo ricorda anche, che da quel terremoto uscirono dalla terra esalazioni sulfuree che incendiarono la chiesa dei santi Ermagora e Fortunato. E come ciò non bastasse a porre la desolazione nelle isole, si sviluppò la peste, che fece orrida strage; notando una cronaca antica accaduta allora l’estinzione delle due nobili famiglie Barignan e Gioliva. Ne queste sono le sole sciagure che per tali casi straordinari avvennero nel reggimento del Faliero, che a raccoglierle qui tutte ad un tratto, ricorderemo il terremoto e l’incendio del 1105, il quale, uscito dalle case di Enrico Zeno, vicine alla chiesa dei santi Apostoli, arse la chiesa stessa e si dilatò e distrusse altre contrade. Ricorderemo l’altro incendio più vasto e più grave, divampato dopo sessantotto giorni, o, come altri vogliono, dopo quaranta, il qualesi diffuse dalla casa Zancani in Gemino per le contrade di San Lorenzo, San Severo, San Procolo, Santo Zaccaria, Santa Scolastica, Santa Maria Formosa, San Basso, San Geminiano, San Moisé, Santa Maria Giubenico, o Zobenino, San Maurizio, San Angelo, San Paterniano, San Vitale, San Samuele, San Gregorio, Santa Agnese, Santi Gervasio e Protasio, San Barnaba, San Basilio, l’Angelo Raffaele e San Nicolò; ed arse anche parte della cappella e del palazzo ducale, e nel cenobio di Santo Zaccaria, facendo perire soffocate cento monache, che, per salvarsi, sconsigliatamente si ripararono nel sotterraneo, tuttavia superstite, appellato Confessione. Ricorderemo nello stesso anno fatale 1105, o sì veramente, come altri vogliono, nel 1106 o 1107, l’incendio fierissimo, e la successiva sommersione di Malamocco, accaduta per terremoto e per le replicate eserescenze delle acque marine, sicché poscia il di lei vescovo Enrico II Grancavolo, implorava ed otteneva dal doge, nel 1110, la facoltà di trasferire a Chioggia la sua sede. Ricorderemo, da ultimo, la grande carestia sofferta dalla città, nella quale occasione si distinsero Giovanni e Giulio Bonaldi, mercatanti ferraresi, i quali condussero molte biade in tanto stremo, sicché ottennero, secondo alcuni, di essere ascritti al patriziato.

Dopo due anni che il Faliero teneva il seggio ducale, vale a dire nel 1104, si rinnovavano le imprese guerriere dei crociati in Asia: per cui re Baldovino I invocava l’aiuto della Repubblica. La quale, mossa anche dalla necessità di tutelare i propri commerci in Oriente, e dal vedere che a quella impresa accorrevano Genova e Pisa con le flotte loro, prestavasi alacremente, spedendo un’armata di cento navi, con la quale, dopo di aver contribuito alla vittoria di Tolemaide e all’acquisto di Sidone e di Berito, sciolse le vele verso il castello di Faramina, situato sulle coste dell’Egitto, ove solcano rifugiarsi i pirati saraceni, e di colà molestare gravemente la navigazione ed il passaggio dei pellegrini. Presero in fatti quel castello d’assalto, e lo distrussero, sicché si vedono tuttavia le rovine presso a Damiata. Ottenevano quindi i nostri, in ricompensa del servigio prestato, dal re Baldovino, donazioni e privilegi, tra i quali un’intera contrada in Tolemaide, ove potessero dimorare, tenere i fondachi loro, ed avere leggi e magistrati lor propri.

Fu nell’occasione di allestire la flotta accennata, estante gli incendi accaduti, che distrussero forse li cantieri, o squeri, sparsi per la città, in cui si costruivano le pubbliche navi, che si diede mano alla fondazione dell’Arsenale, divenuto, col lasso dei tempi, sì famoso, anche nel poema saero di Dante: monumento splendidissimo di potenza e di gloria della veneziana Repubblica, caduto adesso (1861), per alta sciagura, nel più desolante abbandono.

Nel mentre che la flotta coglieva splendidi allori in Oriente, Calomano, o Calomanico, re d’Ungheria, benché stretto in alleanza colla Repubblica, mal soffrendo che il suo imperio sulla Dalmazia e sulla Croazia fosse diviso con essa Repubblica; senza altro motivo, tranne quello di una ingiusta conquista, irrompe improvvisamente, impadronendosi di Zara e di altre città della Dalmazia. Per la qual cosa, i nostri inviarono onorevole ambasciata all’imperatore Alessio Comneno, presieduta dal patriarca di Grado, Giovanni III Gradenigo, per chiedergli assistenza, a tenore della poco prima conchiusa alleanza. Intanto si dava mano ad allestire una nuova flotta; e si richiamava quella già spedita a Costantinopoli in soccorso dell’impero contro Boemondo; la quale recava al suo ritorno molte ricchezze, e la salma del protomartire Stefano, che veniva, dopo molto esitare, deposta, con straordinaria solennità, nella chiesa di San Giorgio Maggiore in isola, obbligandosi il doge per sé e per i suoi successori in perpetuo d’intervenire ogni anno nella festa del Protomartire, nella chiesa stessa, per onorare quelle sue insigni reliquie.

Sennonché dovettero i Veneziani per allora soprassedere dal prender vendetta del fellonesco atto del re ungaro; imperocché sorgeva infrattanto questione coi Padovani per i confini territoriali. Si lagnavano essi, che la Repubblica avesse violati quei confini, col costruire dei forti nel lor territorio, e con l’impadronirsi della torre delle Bebbe. E poiché non fu dato ascolto dal doge ai quei lagni, unirono una piccola armata, con la quale inoltraronsi nel territorio contrastato, ed attaccarono il detto castello: ma accorso doge Ordelafo, con un corpo di milizie allora ritornate dall’Oriente, in un subito vennero rotti, per guisa, che seicento di loro caddero prigioni. Temendo i Padovani maggiori sciagure, si volsero ad interporre l’Augusto Enrico V, che tornato da Roma, ove aveva ricevuto da papa Pasquale II la corona imperiale, era giunto a Verona. Egli adunque, con gli ambasciatori speditigli dai Padovani, e con Vitale Faliero, fratel germano del doge, Orsato Giustiniano e Marino Morosini, inviati veneziani, componeva le differenze, e confermava in pari tempo a questi ultimi, con diploma 20 maggio 1111, gli antichi privilegi concessi dai suoi antecessori.

La flotta, che infrattanto erasi allestita per reprimere la fellonia del re Calomanico, comandata dallo stesso doge, salpava avviandosi a Zara. Ivi giunta, ed intimatane indarno la resa, venne stretta d’assedio, e se ne intraprendeva poco dopo l’assalto. Ma passato in quel mentre alla seconda vita Calomanico, e succedutogli al trono ungarico Stefano II, egli, tenace del pari del suo antecessore nel conservarsi l’usurpato dominio, giunse a Zara con poderoso esercito a rinforzarne il presidio, offerendo quindi al doge battaglia, il quale accettolla. Non é a dire quanto fosse ostinato e sanguinoso il conflitto, quale il valore dimostrato dalle venete armi. Noteremo soltanto essere tornata piena la vittoria dei nostri, per la quale cadde Zara, e vennero sottomesse Sebenico, Traù e quante altre città e terre si erano innanzi perdute dalla Repubblica nella Dalmazia e nella Croazia marittima. Si restituiva quindi il doge trionfalmente alla patria, e fra le feste ed il plauso della nazione venne di nuovo, e più stabilmente, salutato col titolo di doge della Dalmazia e della Croazia, siccome dice la leggenda sottoposta alla sua immagine.

Procurata la pace, volse l’animo doge Ordelafo, più alacremente di prima, a riparare il Palazzo ducale dai guasti sofferti dall’incendio accaduto nel 1105, e a decorarlo splendidamente, siccome dicemmo al Capo V della Storia del Palazzo medesimo. Con esso lui gareggiava il popolo tutto nel murare le abitazioni incendiate, sicché si vide la città nuovamente risorgere più che innanzi bella e bene ordinata. Difatti, l’imperatore Enrico V, disceso un’altra volta in Italia verso il fine di febbraio dell’anno 1116, per prender possesso dei beni della contessa Matilde, morta l’anno innanzi, volle visitare Venezia, ove dal doge fu accolto con tutta magnificenza, ed alloggiato nel Palazzo ducale; nella quale occasione concesse privilegia parecchi monasteri per i loro possedimenti nel regno italico.

L’anno appresso, 1117, tornavano gli Ungheri un’altra volta in campo con maggior nerbo di truppa, e tornava anche doge Ordelafo con la flotta a Zara per difenderla. Nell’andata, otteneva egli la sommissione dell’isola d’Arbe, alla quale giurò l’osservanza degli antichi costumi, statuti e privilegi. Entrato il doge in Zara, stabilì ivi le sue genti e prese le posizioni più acconcie per affrontare vantaggiosamente il nemico. Venuto quindi a battaglia, e combattendo egli a guisa di semplice soldato, cadde vittima gloriosa sul campo, e la sua morte, unita a quella dei più strenui guerrieri, fu cagione che i Veneziani, rotti da ogni parte, fosser costretti a cercare salute, parte riparandosi in Zara, e parte sulle navi. Nella lor fuga, non dimenticarono di recar seco la salma del loro signore, che tradotta indi alla patria, dolente per tanta perdita, fu deposta nell’atrio della basilica di San Marco, presso a quella del padre suo, e suo predecessore Vitale. La morte gloriosa di Ordelafo venne espressa a chiaro scuro, per opera dell’Aliense, nel primo compartimento ovale che rinfianca uno dei lati maggiori nel soffitto della sala dello Scrutinio, intorno a cui veggasi la Tav. CLXXVIII.

Monumento insigne della ducca del Faliero é la Pala d’Oro, che serve di tavola all’ara massima della Basilica di San Marco. Ordinata essa Pala, a modo di tritico, da San Pietro Orseolo a Costantinopoli, centoventinove anni innanzi, non ebbe effetto, per la breve durata del suo reggimento. Il Faliero quindi nuovamente la commetteva a Costantinopoli, e veniva compiuta nel 1105, come s’impara dalla inscrizione che si legge al basso di essa. In seguito doge Pietro Ziani la ingrandiva e la ornava di gemme, e doge Andrea Dandolo l’ampliava maggiormente, la cingeva di cornice d’argento dorata, e vi facea incidere la storica inscrizione accennata. Dal 1836 al 1847 veniva ridotta, riparata e risarcita delle gemme che le erano state tolte in tempi infelici.

Sul cartello che ostenta nella sinistra mano il ritratto di questo doge si legge:

ADDO CROATIAM TITVLO IVNGOQVE DVCALI. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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