Chiesa dell’Arcangelo Raffaele

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Chiesa dell’Arcangelo Raffaele

In diversi luoghi della città nascente di Venezia il Vescovo d’Opitergio San Magno fondò per divina rivelazione chiese parrocchiali, fra le quali si conta per seconda quella, che dedicata a San Raffaele.

Apparso questo Beato Arcangelo al Santo Prelato, mentre secondo il suo costume orava, rapito in ispirito, gli comandò d’innalzare sotto il titolo del glorioso suo nome una chiesa in quella parte della città, che si chiamava Dorsoduro, ove avesse ritrovato molti uccelli insieme uniti. La Fondazione di questa, e dell’altre chiese erette per opera del Santissimo Vescovo, allorché per salvarsi dalla furia dei Longobardi si ricoverò col suo popolo nelle Lagune dell’Adriatico, comeché viene concordemente asserita dai Veneti Cronologi, e dalla costante tradizione delle chiese stesse, fu la principale cagione, perché con pubblico decreto del Senato si annoverasse San Magno fra principali protettori della città di Venezia. Da questa altrettanto fondata quanto immemorabile tradizione, approvata (come altrove s’è detto) dai più accreditati Cronologi Veneziani, e da molti altresì degli esterni scrittori, vien riprovato ciò che di questa chiesa scrisse troppo facilmente nella sua Venezia il Sansovino, che fabbricata ella fosse da Adriana moglie di Genusio Ruteno Principe di Padova, la quale ai tempi d’Attila fierissimo Re degli Unni ridottasi coi fgli nelle lagune, ivi, ove posto aveva sbarcando il primo piede, promise a Dio, ed all’Arcangelo San Raffaele di fabbricare una chiesa, se ritornato a lei fosse salvo il principe suo marito.

Essendosi però dopo la distruzione di Padova ridotto all’Isole di Venezia Genusio soddisfece ella al voto, ed ivi appresso abitando contratta amicizia con le monache di San Zaccaria, lasciò loro morendo la chiesa, che continuò in loro dominio, finché abbruciata per un incendio nell’anno 899, fu rifabbricata per rivelazione di San Magno dalle famiglie Candiana, ed Ariana, e le Monache di San Zaccaria ne perdettero allora il possesso.

Nella tessitura di questa favola il poco critico, benché per altro assai benemerito, scrittore si dimenticò d’avere scritto, che il Monastero di San Zaccaria era stato fabbricato nell’anno 827, cioè alcuni secoli dopo l’invasione di Attila, e che il Vescovo San Magno fiorì circa la metà del secolo VII, duecento e più anni avanti quel preteso incendio, da cui si dice consumata la chiesa di San Raffaele.

L’altrettanto orribile quanto vero incendio, da cui insieme con molte altre restò distrutta la Chiesa dell’Arcangelo Raffaele, succedette, come scrive nella sua Cronaca il Dandolo, nell’anno 1105, che però la pietà dei fedeli commiserandone le rovine con larghe elemosine la rinnovarono dai fondamenti, e fu poi consacrata nell’anno 1193. Per cinque secoli in circa durò la nuova chiesa, finché minacciando per la sua troppa vecchiezza imminenti rovine si rinnovò nell’anno 1618, dai fondamenti; indi, fu rifabbricata la facciata esteriore nel 1735, per opera di Giovanni Batista Ghedini zelantissimo piovano, il quale ne procurò anche l’ecclesiastica consacrazione eseguita solennemente nel giorno 15 di maggio dell’anno 1740, da Francesco Antonio Correr dell’Ordine dei Cappuccini Patriarca di Venezia.

All’altare eretto ad onore del Sant’Arcangelo Titolare si conserva il corpo di San Niceta Martire, la di cui solennità si celebra da tutto il clero veneto nel giorno 12 di settembre, e gli atti della di lui passione, benché bisognosi di molta correzione, si leggono registrati negli antichi codici di questa chiesa, in cui pure furono scritti alcuni miracoli coi quali Iddio volle glorificato questo Santo Martire trasferito dall’oriente in tempo ora a noi ignoto da devote religiose persone, e donato a questa chiesa, nella quale si custodisce pure onorevolmente un osso del braccio di Sant’Antonio Abbate, ed una particella del legno della Santissima Santa Croce donata già dal Pontefice Sisto V, all’illustre Giacomo Foscarini Procuratore.

Il Capitolo di questa chiesa è formato dal Piovano, da due Preti, da due Diaconi, e da due Suddiaconi titolari. (1)

Visita della chiesa (1839)

Sopra la porta maggiore vi è in una nicchia la statua dell’Angelo Raffaele, e la tavola del primo altare a fianco di questa porta con Nostra Donna ed alcuni santi. Graziosissima è poi, sullo stile di Tiepolo, la pala con San Liberale vescovo ed i Santi Sebastiano, Girolamo e Giovanni.

Non meritano osservazione le tavola degli altri altari. Un ricordo deve farsi del quadro laterale nella cappella alla destra dell’altare maggiore esprimente la Cena del Signore di Bonifacio ed un ricordo si deve pure fare dei due laterali della cappella maggiore; l’uno con il centurione innanzi a Cristo, di Alvise dal Friso che assai si è accostato allo stile di Paolo, e l’altro col castigo dei serpenti, di Antonio Aliense.

Niente altro addomanda qui le considerazioni dell’intelligente, dal soffitto a fresco in fuori con San Michele vincitore di Satana che sembra opera di Francesco Fontebasso. Diremo solo che innanzi all’invenzione degli organi si usava in questa chiesa il Rigabella, dapprima, indi il Torsello, e finalmente i Ninfali. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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