Pozzi del cortile di Palazzo Ducale

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Pozzi del cortile di Palazzo Ducale - San Marco

Pozzi del cortile di Palazzo Ducale

Antichissimo fu l’uso dei pozzi o cisterne per raccogliere e conservare le acque potabili in Venezia, come è ragionevole, trattandosi dl una città priva di fonti, quindi bisognosa di conserve per mantenere questo elemento si necessario al vivere, come a ragion pensa il dotto Girolamo Zanetti, nella sua Origine di alcune Arti principali appresso i Veneziani. Crede perciò giustamente il Gallicciolli, che fin dal primo concorso dei rifuggiti nelle venete isolette, non vi mancassero pozzi, o cisterne; almeno se i Padovani si servivano assai di Rialto per porto; avendo colui che inventò il celebre monumento Patavino fatto promettere ai Padovani, che fossero passati ad abitare in Rialto terra ed acqua.

E’ certo però che col crescere la popolazione più si aumentarono i pozzi, e troviamo fin dal 1324, 24 febbraio un decreto per la costruzione di questi pozzi ad uso del popolo; e nel 1425, non essendo caduta pioggia o neve dal di undici novembre, fino al 17 febbraio; ne dal primo marzo fino agli undici agosto, come rapportano l’Erizzo ed altri cronicisti, fu preso nuovamente di fabbricarne altri  trenta a pubbliche spese.

Il cronicista Savina ci conservò memoria del tempo in cui si compie la costruzione di un pozzo nel Ducale Palazzo, cioè nel 1405, non sapendosi poi se questo durasse fino agli anni 1556 e 1559, nei quali vennero fuse le due sponde enee, che ad illustrare ci facciamo; e se prima d’allora un altro se ne aggiungesse al già costrutto; se quello di già costrutto fosse stato di nobile sponda decoralo.

Ma lasciando le congiunture, e si facendo a dire della prima sponda, cioè di quella segnata nella tavola col N. I fusa da Nicolò dei Conti nel 1556 osservare faremo essere più laboriosa e di più nobile getto della seconda, presentando essa più copia di storie ed ornamenti, ed essendo modellata con migliore purità di stile, che l’altra non sia.

Otto facce presenta l’esterno, ed ognuna di queste dall’altra e divisa mediante un Telamone, o una Cariatide, che si alternano a vicenda, finendo sì gli uni che le altre nella parte inferiore in voluta ornata di teste, e circondata da un delfino. Il campo di ogni faccia è compartito in tre ordini: quello di mezzo presenta una istoria allusiva alle acque; il superiore offre o il leone, o il ritratto del doge, od il suo scudo, od una inscrizione; l’inferiore mostra un Fiume, od una Sirena, e col centrale si lega mediante due putti, unendosi questi col superiore con due Fame o Vittorie con ali espanse. Festoni di frutta e fiori, che poggiano e passano sulle braccia e da tergo dei Telamoni e delle Cariatidi, annodano la composizione. Ogni membro della base e della cimasa e ornato o con fasci di lauro, o con meandri o con ovoli. La prima faccia porta nel centro la Probatica piscina, e Gesù che intima all’infermo di sorgere e seco recare il suo povero letto; sopra sta questa inscrizione:

FRANCISCO VENERIO
DEI GRATIA DVX VENET.
ANNO II SVI PRINCIPATVS
M. D. LVI.

La seconda mostra la fontana di Harad, ricordata nel capo settimo del libro dei Giudici, e parte dell’esercito d’Israello, che immolla la mano od il labbro per dissetarsi; dalla quale diversa maniera di bere Iddio aveva ordinato a Gedeone di sceglier colore che usato avevano della prima per combattere i Madianiti: sopra e scolpito il busto del doge Veniero. La terza offre il miracoloso tramutamento  dell’acqua in vino avvenuto nelle nozze di Cana Galilea per opera del Nazareno: sopra è il leone, simbolo della Repubblica. La quarta presenta l’acqua che dal masso scaturir fece Moisè a dissetare il suo popolo, il quale si vede intento a raccoglierla entro vasi: sopra sta lo scudo gentilizio del doge suddetto. Nella quinta si figura la donna di Samaria convertita dal Salvatore al margine di  una cisterna: sopra si legge la inscrizione medesima come nella prima faccia. Nella sesta si vede Pietro nella navicella, temente per la insorta procella, e Gesù che cammina sul mare e lo conforta: sopra e ripetuto il ritratto del doge, come nella faccia seconda. Nella settima e scolpito il battesimo ministrato  dal Precursore al Nazareno sulle rive del Giordano: e sopra vi e questa Inscrizione:

PAX TIBI MARGE.

Nell’ ottava ed ultima, si esprime Giona ingoialo dalla balena: e sopra sta, come nella quarta faccia, lo scudo del doge. L’ interno, rotondo di forma, e tutto lavoralo a lemnischi, che si avvolgono fra loro in bei nodi, e presentano graziosi compartimenti, variati in molle forme e tutti gentili. Nell’estremo lembo tutto all’intorno si legge:

OPVS CONFLAVIT NICOLAS DE COMITIBVS MARCI FILIVS
CONFLATOR TORMENTORVM ILLVSTRISSIMAE REIPVBLICAE
VENETIARVM 1556. FORTVNA, LABOR, INGENIVM.

L’ altra sponda, segnala nella unita tavola N.° II e lavoro dell’Alberghetti, compiuto nel 1559. Otto lati, come l’antecedente, offre pur questa sponda, ma di più semplice lavoro, sebben più manierato nello stile, e di getto men pure. Ogni lato e diviso da una voluta, la sommità della quale finisce in un’erma di Cariatide, o di Telamone, e all’imo e collocata un’altra testa di Tritone, o Sirena. Lo specchio d’ogni faccia e ornato da un ovale, fiancheggiato da due putti, e sormontato da un mostro, o dal corno ducale, e recante una istoria oscurissima, o lo scudo gentilizio dei due dogi Francesco Veniero e Lorenzo Priuli, quello vissuto fino all’anno 1556, e questo fino al 1559, epoca marcata nell’interno della sponda, che descriviamo. La prima faccia presenta Giove sulle nubi a cavalcioni dell’aquila, e al basso una vasca con allo intorno sette uomini nudi, i quali parte immergono le mani, e parte fanno atti di meraviglia : la seconda faccia e occupata dall’arma del doge Veniero, nel cui ducato vennero certamente ordinate ambe le sponde: la terza offre sei Tritoni immersi nelle acque combattenti fra essi: la quarta reca cinque donzelle da un lato, e dall’altro un uomo che si bagna nel fiume, e due astanti, nel mentre per I’aere volano due genietti: nella quinta si ripetono i sei Tritoni combattenti nel mare, uno dei quali afferra una tanaglia fabbrile, e nell’alto e scolpita l’immagine del sole: nella sesta si vede lo scudo gentilizio del doge Lorenzo Priuli, nell’ultimo anno del di cui reggimento si pose a termine la sponda: nella settima vi era il combattimento di otto Sirene sul mare: nell’ultima, finalmente, si ripetono i Tritoni, come nella quinta faccia.

L’ interno e simile a quello dell’altra sponda, cioè rotondo di forma, e tutto lavorato a lemnischi, i quali nei loro avvolgimenti lasciano due vanni, uno di fronte all’altro, entro al quali si legge duplicata la inscrizione seguente.

ALBERGETTI 1559

Il Cicognara, nella sua Storia delta Scultura, appella queste due sponde, magnifiche, e nelle Fabbriche cospicue dl Venezia le dice di lavoro piuttosto laborioso che purgato di stile. Nel mentre noi ci inchiniamo alla sentenza di sì illustre scrittore, osserveremo pero, che la prima fusa dal Conti, cede all’altra nella semplicità dei compartimenti interni, ma e superiore nella bellezza delle forme umane e ferine; è superiore nel disegno, nel maneggio della stecca, nella nettezza del getto, e finalmente nella scelta delle istorie effigiale, essendo queste di facile Intelligenza, e cavate dalle sacre carte, e quindi istruttive; il popolo per conoscere i vari effetti salutari delle acque stesse, secondo la religione di Cristo. Anzi crediamo essere state qui queste otto istorie introdotte, per dimostrare gli otto principali effetti, che, secondo i Teologi, conseguono i fedeli dall’uso dl esse acque; e sono. Primo. la guarigione delle malattie dell’animo, mostrata dal battesimo di Gesù; secondo, la guarigione di quelle del corpo, svelala dalla Probatica piscina; terzo, la liberazione o preservamento dalle illusioni, dalle insidie e dalle tentazioni del demonio, e suoi ministri, dimostrata nella istoria della Samaritana; quarto, la calma delle agitazioni dello spirito, palesata nello scaturire delle acque dal masso per opera di Mosè, il quale prodigio calmò l’agitazione del popolo ebreo arso per sete; quinto, la disposizione alia preghiera e all’ottenimento dei sacramenti, indicala nella fontana dl Harad, ed in coloro che scelti furono a conseguire vittoria sugli Amaleciti; sesto, la fecondità della terra, svolta nella miracolosa tramutazione dell’acqua in vino; settimo lo discacciamento dei mali e la dissipazione del tuono e delle procelle, accennata in Pietro pericolante nel mare, ed avvalorato dal Nazareno: ottavo, finalmente, a togliere i peccati leggeri, spiegata In Giona, che dopo essere stato spinto nelle onde, ed ingoiato dal ceto immane, purgato ritorna sulla terra a tuonare contro Ninive.

Nell’altra sponda invece sono scolpiti inutili o vani miti, non conducenti a nessuna filosofica e morale idea; che né le Sirene, né i Tritoni lottanti, né le altre immagini da noi sopra descritte, accennano un fine, una chiara allegoria, un utile insegnamento, e solo dicono, come gli antichi poeti amarono popolare le acque di questi mostri sognati.

Quindi ad istituire un confronto fra sponda e sponda diremo, essere la prima più propria nelle storie effigiate, e di più nobile lavoro della seconda; e questa più semplice, dl comparto migliore e in generale più grandiosa dell’altra, non essendo trita da tante divisioni, e suddivisioni, e ingombra troppo di figure giacenti a disastro l’una sull’altra, come nella antecedente si osserva: ma essere poi ambe magnifiche e convenienti al luogo nel quale si collocarono; ed atte a dimostrare la splendidezza dei padri nostri, i quali non guardarono a spese per rendere la sede della Repubblica degna del nome e della potenza che godeva in quel secolo. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia illustrato da Francesco Zanotto (Venezia 1835 Nel Premiato Stabilimento di G.Antonelli)


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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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