I casotti in Piazzetta San Marco durante il Carnevale nel Settecento

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Pietro Longhi. L'elefante (foto dalla rete)

I casotti in Piazzetta San Marco durante il Carnevale nel Settecento

Nel Settecento il carnevale veneziano iniziava il 26 dicembre, giorno di San Stefano, e la licenza di portare la maschera era concessa dal Governo per mezzo di un suo fante che nel pomeriggio di quel giorno compariva in Piazza San Marco grottescamente vestito, salutato dal popolo con una gazzarra di grida e di urla. Così in quel pomeriggio, notabile manifestazione carnevalesca, venivano aperti i casotti in Piazzetta, sul Molo e lungo la Riva degli Schiavoni fino al Ponte de la Pietà, accolti festosamente non solo dal popolo ma anche da seri e gravi patrizi e da numerose gentili donne che si affollavano curiose per vedere e commentare.

Nel “casini di conversazione” i casotti erano il tema prediletto dei discorsi e anche tutta la città ne parlava come nel 1751 quando sul Molo una compagnia di eleganti fanciulle olandesi “rappresentava a perfezione commedie e balli, alternate con giochi di spade, ventoli e piatti e con gli esercizi di un cavallino ammaestrato“. I giovani patrizi andavano matti per le belle olandesi nelle loro corte sottanine e sier Antonio Bollani della contrada di San Trovaso voleva a tutti i costi prenderne una per moglie, ma gli Inquisitori di Stato lo mandarono a calmarsi per tre anni a San Bonifacio in quel di Verona.

Cinque anni dopo alcuni ballerini davano delle rappresentazioni in due casotti vicinissimi, costruiti quasi a ridosso di una delle due colonne, quella del Leone, che stanno sulla Piazzetta. Una sera i due casotti bruciarono a il fuoco danneggiò la colonna e staccò l’ala destra del leone che cadde sul plinto, ma il giorno appresso i casotti furono rifrabbricati e alla sera ebbero luogo le solite rappresentazioni.

Nello stesso anno e proprio in uno di quei due casotti, la patrizia Caterina Bonlini moglie di Marco Dandolo di San Fantino, “indotta da brio giovanile et in costume assae succinto“, narra il Gradenigo nei suoi Notatori, “voleva sperimentare la sua agilità sopra una corda tesa dai ballerini“, ma trovò nel casotto un fante degli Inquisitori che la pregò gentilmente di tornarsene a casa e di sperimentare in modo diverso la sua agilità.

Nel 1757 un giovane gigante irlandese si fece vedere vestito da turco, pesava circa centocinquanta chili ed era alto più di due metri, mentre nel casotto vicino “una femena croata era alta mezo bracio” quasi quaranta centimetri, si cibava con tre oncie di carne al giorno e alla notte dormina solo due ore.

Ma gli onori più grandi, secondo le cronache di allora, li ebbero un rinoceronte, un istrice e un elefante: il rinoceronte suscitò un tale interesse che diede perfino argomento ad uno dei quadri di Pietro Longhi, oggi nella Galleria Nazionale di Londra; l’istrice fu riprodotto a penna dal famoso disegnatore Grevembroch e l’elefante fu inciso a bulino in una stampa del tempo.

Nel 1762 comparve nei casotti veneziani un vero leone, però mansueto, come un agnello e per la sua docilità chiamato “el leon delle dame“. Narra il Gradenigo: “Questa bestia e accompagnata da molti cani maltesi, uno li monta sulla schiena, altri ballano intorno, altri fanno la sentinella. Si paga dieci soldi a testa e tanta è la ressa che il padrone guadagna in media duecento ducati al giorno“. Il padrone Carlo Duclos di Marsiglia accompagna anche nei parlatoi delle monache a dare spettacolo e spiegava che quella bontà non era che gratitudine, avendolo egli salvato da un naufragio sulle coste della Sicilia. Due anni dopo Carlo Duclos venne sbranato a Bergamo; il leone aveva dimenticato la gratitudine che gli doveva.

Un casotto che fece rumore nel 1766 fu quello del canarino sapiente; esso con le sue zampine componeva su alfabeti staccati “qualunque nome gli si fosse chiesto perché facile e di semplice ortografia“, ma una volta sbagliò e al giovane patrizio che gli diceva il suo nome Memo, compose “Mamo“, in veneziano sciocco, e la folla rise e appludì poiché tutti conoscevano che Anzolo Memo era il più melenso tra tutti i patrizi del Libro d’oro.

I casotti, anche dopo caduta la Repubblica, rimasero per molti e molti anni la maggior attrattiva carnevalesca vemeziana

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO. 5 e 7 gennaio 1930

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