
La veduta di Venezia, del 1500, del pittore e incisore Jacopo de’ Barbari
Nella sala “delle mappe e vedute prospettive della città di Venezia” raccolte nel nostro Museo Correr si ammira un cospicuo monumento dell’incisione in legno, il più grandioso, certo il più interessante, che dall’età del risorgimento ci sia fino ad oggi pervenuto.
Nei famosi Diari di Marin Sanudo si legge che nel 1500, il giorno 30 novembre “per la Signoria fu fato una termination, che, havendo Antonio Colb, merchadante todesco, fato con gran spexa far stampar Veniexia, qual si vende ducati 3 l’una, che possi trarle di questa città, et portarle senza pagar dacio“.
Dunque l’opera insigne fu commessa verso la fine del secolo decimoquinto dal mercante Antonio Colb o Kolb, uno tra i più ricchi ospiti del Fondaco dei Tedeschi, il grande emporio delle merci che venivano dalla Germania, e il paziente lavoro durò qualche anno ed ebbe termine nel mese di giugno del millecinquecento. Lavoro paziente e meraviglioso per esatezza, diviso in sei pezzi che formano uniti una grande tavolo alta metri 1.36, larga metri 2.84 e che ci dà la nitida rappresentazione di Venezia in sull’aprirsi del Cinquecento, veduta a volo d’uccello da un punto immaginario oltre l’isola di San Giorgio Maggiore, o forse dal campanile dell’Isola di Santa Maria delle Grazie, più comunemente chiamata La Grazia.
Quasi tutto il campo della vasta opera è occupato dalla città veneziana e le fanno corona le Isole della Giudecca, San Giorgio Maggiore e Sant’Elena, e nella parte settemntrionale San Cristoforo della Pace, San Michele e la bella Isola di Murano dove l’arte del vetro assurgeva magnifica tra le più belle industrie d’Europa.
“L’acqua, in mezzo alla quale sorge la Dominante, in varia guisa tratteggiata a dinotare i canali navigabili e i bassifondi palustri, è solcata da barche di ogni fatta, che ci danno una precisa idea dello stato della marineria mercantile e da guerra di quei tempi, nè mancano le barchette che lungo il Canal Grande gareggiano alla regata“. Le fabbriche pubbliche e private sono scolpite con una esatezza più unica che rara, e da questa pianta a rilievo possiamo agevolmente in ogni suo particolare vedere Venezia come era nei suoi palazzi, nelle sue chiese, nei suoi monumenti circa cinque secoli or sono.
Le vecchie procuratie hanno due soli ordini di arcate; la cima del campanile di San Marco è terminato da un basso coperto sopra la cella delle campane, anteriore al presente pinnacolo; sull’angolo del Palazzo Ducale, verso il Ponte de la Pagia si innalza una piccola torre; una grande lapide quadra, stesa tra le due colonne del Molo, designa il luogo stabilito per il supplizio dei rei.
Lungo la Riva degli Schiavoni, due torette indicano il palazzo del quale la Repubblica concesse l’uso al Petrarca; in un bacino dell’Arsenale, in mezzo a qualche galera, galleggia, sparecchiato il Bucintoro.
Il Ponte di Rialto è tuttora di legno, levatoio e coperto, e ai piedi di esso dalla parte della Naranzeria si eleva un elegante edificio sulla cui arca sorgerà più tardi il palazzo dei Camerlenghi, stupenda costruzione lombardesca della Rinascenza.
In Campo San Giovanni e Paolo si scorge eretto il monumento equestre del Colleoni, e i campi alcuni sono selciati, ma i più sono ancora erbosi quali li descrisse il Sabellico nella sua opera intitolata a Venezia.
L’autore di questo grandissimo lavoro, unico nel suo genere per la esattezza e la verità topografica, non si sa con certezza chi sia: la tradizione attribuisce il lavoro ad Alberto Durero, il conte Francesco Algarotti in una sua lettera del 10 febbraio 1758 lo ritiene del Mantegna, l’amburghese Harzen lo rivendica a Giacomo di Barberino o Jacopo de’ Barbari, noto sotto il nome di “maestro del caduceo“, nato a Venezia, pittore robusto e valente incisore, e pare proprio, dai moderni studi e dalla critica sapiente, che egli sia l’autore di questa monumentale pianta di Venezia che rievoca la nostra città del 1500, all’inizio di quel secolo che fu per la Repubblica il secolo d’oro, il secolo del suo più alto splendore. (1)
La stampa non è firmata, ma la figura di Mercurio in atto al centro reca il bastone alato con due serpenti (caduceo), segno personale di Jacopo de’ Barbari. La raffigurazione del vento di Grecale in alto a destra è probabilmente un suo autoritratto.
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO. 14 gennaio 1934
FOTO: Bussolin Alfonso e dalla rete. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.















































































