Il cuore di Venezia, la generosità di una città

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La Chiesa della Maddalena e il Palazzo Magno. Sestiere di Cannaregio

Il cuore di Venezia, la generosità di una città

Siamo nel 1757. Cominciavano gli ultimi quarant’anni della Repubblica e scemato il lavoro, abbandonata la navigazione, scomparse quasi tutte le industrie, rincarata ogni cosa per il deprezzamento della moneta, andava crescendo la miseria tanto che erano quasi ventitremila i poveri e fra questi molti patrizi conducevano vita misera e stentata. Provvedevano la carità privata sempre munifica la beneficenza pubbblica sempre generosa e non solo i patrizi e i cittadini ricchi concorrevano nella nobile gara, ma il popolo stesso cercava sempre di alleviare le altrui sventure con quel senso di opportunità e di gentilezza che lo distingueva fra tutti gli Italiani.

Nel 1754 era stato condannato a bando perpetuo come ladro sier Zuane Francesco Magno della contrada della Maddalena per aver “intaccato la cassa mentre era quadernier al Magistrato de li Provveditori agli ori e argenti in Cecca (Zecca) sopra il deposito Oglio e Macina“. La somma che aveva rubato il patrizio, stretto da bisogni, angustie e sventure, era di circa seimila ducati e sier Zuane Morosini verificando il denaro della cassa ed i falsi nelle scritture ebbe a dire che mai “homo più furbo aveva fatto un tale defraudo con tutte le apparencie di la verità“.

Il Magno, fuggito da Venezia ai primi sentori dell’inchiesta che gli veniva fatta, era stato bandito per sempre, ma soggiungeva la sentenza che nel caso fosse preso sarebbe stato impiccato tra le due Colonne “come un volgare malfattore quale era” e contro lui si mettava taglia di cinquecento ducati. Dopo due anni di bando sier Zuane, che si teneva nascosto nel ducato di Ferrara presso un commerciante che lo aiutava a mandar soccorsi alla famiglia, sperando che il suo delitto fosse dimenticato si era spinto a passare il confine, attratto dal desiderio di rivedere la moglie, una di ca’ Ravagnin di San Maurizio, e di baciare i suoi tre bambini.

Precauzioni infinite e  nascondigli pur di raggiungere lo scopo, ma sulle rive del Brenta, appena passata Padova, venne arrestato e condotto a Venezia sotto buona scorta. Il povero Magno si vide perduto; giunto a Venezia confessò la sua colpa e dinanzi al Consiglio dei Dieci che lo giudicava narrò i suoi patimenti, il suo amore per la famiglia in povertà e chiese perdono piangendo, ma nulla gli valse e nel pomeriggio del 5 novembre 1757 “per contrafacion di bando e per delitto di ruberia fu per ordine de l’Excellentissimo Consiglio impiccato tra le due Colonne“.

Compiuta la punizione voluta dalla legge, terribilmente severa contro i ladri del pubblico denaro per quanto fossero potenti, sorse in tutti una grande pietà per la povera vedova e per i tre bambini orfani. Si volle allora con nobile slancio alleviare in parte la tormentosa miseria di quei poveretti: vennero messe nelle principali chiese delle cassette con la scritta: “per li fili orfani del Magno“, le patrizie ricche concorsero anche loro nell’opera benefica e la nobildonna Lucrezia Bembo in Benzon di Sant’Agostino regalò ai derelitti una casetta situata in campo San Boldo vicino alla chiesa, chiesa oggi demolita. La carità cittadina nel suo impulso generoso raccolse in pochi giorni ben sedicimila lire che vennerò subito offerte alla vedova e ai figli del patrizio impiccato.

L’esempio significativo dimostra il grande cuore che ebbe sempre Venezia per qualsiasi sventura, per qualsiasi miseria, anche nei suoi ultimi anni agitata com’era da scissure, turbolenze e antagonismi nobiliari. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. Il Gazzettino 20 gennaio 1928.

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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