L’avarizia di Carlo Zurlin, e la beffa del pittore Pietro Ricchi detto il Lucchese

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Pietro Ricchi detto il Lucchese. Adorazione dei Magi. Chiesa di San Pietro di Castello (foto dalla rete)

L’avarizia di Carlo Zurlin, e la beffa del pittore Pietro Ricchi detto il Lucchese

In parrocchia San Pietro di Castello presso il Campo Ruga, c’è una corte e un sottoportico chiamati “Zurlin” e una descrizione della contrada fatta nel 1713 giustifica il nome con l’esservi state in quella corte sei case appartenenti a Checco Zurlin. La famiglia Zurlin era ricca e discendeva da mercanti di seta venuti a Venezia negli ultimi anni del Cinquecento, ma aveva una brutta reputazione di avarizia e tra gli altri era stato famoso per questo difetti Carlo Zurlin vissuto tra il 1607 e il 1682.

Egli aveva l’abitudine di notare in un vecchio suo libro, conservato oggi nel nostro Archivio di Stato notarile, tutte le spese fatte nella giornata ed è curioso di vedere come la famiglia, composta allora di quattro persone, potesse vivere con si poca spesa. Il 5 giugno 1652 si trova: “per pesse soldi cinque, per ovi et erbe soldi tre, per carne per doi zorni soldi diese, seriese et frutti soldi do“. In tutto soldi veneti venti che equivalevano a circa cinquanta centesini nostri (1928), senza contare che la carne doveva servire per ben due giorni.

Questa esagerata parsimonia mercantesca, come la chiama il Cicogna, ma che in fondo era in qualche cittadino bella e buona avarizia, il popolo non la poteva soffrire ed erano frizzi, satire e qualche improperi contro l’esosa brama di accumular denaro privandosi non solo delle cose dilettevoli, ma pur anche di quelle necessarie. Il popolo amava i suoi patrizi che spendevano con una prodigalità serena non solo in banchetti, in feste, in tripudi, ma nelle consuetudini giornaliere e la cui mensa era sempre copiosa di cibi costosi e svariati. E così il nome dei Zurlin era proverbiale a Castello come sinonimo di avarizia, e a rimprovero di una grossa tirchieria si gridava spesso “Ti è pezo de li Zurlin, che non spende un bagatin!“, la dodicesima parte di un soldo.

Il 15 settembre 1667 il patriarca di Castello domino Giovanni Francesco Morosini chiamava a raccolta nella sede patriarcale i più facoltosi parrocchiani della contrada, tra i quali anche Carlo Zurlin, per far eseguire la pala “L’Adorazione dei Re Magi” da porsi nella Chiesa di San Pietro, nella cappella a destra dell’altare maggiore.

Era presente anche il pittore Pietro Ricchi, scelto quale esecutore del quadro, stabilitosi in quel tempo a Venezia e celebre per le figurazioni sacre del soffitto di Sant’Alvise, e per il suo “San Giuseppe in gloria” nella Chiesa di San Giuseppe di Castello. In quella adunanza venne raccolta una buona somma non solo per il quadro, ma anche per i restauri della cappella; solo fra tutti non volle parteciparvi il vecchio avaro Zurlin dicendo: “che l’era povero et non haveva peculio!“. Quella dichiarazione non fece meraviglia ma disgusto, e il pittore Pietro Ricchi detto il Lucchese ne provò grande sdegno.

Il giorno di San Pietro, 29 luglio 1668, la cappella venne consacrata; assisteva alla funzione molta gente e quando fu scoperto il quadro “l’Adorazione dei Re Magi” in tutti i presenti fu una sola esclamazione: “L’è Carlo Zurlin, l’è proprio lu, l’avaro, l’avaro!“. E infatti in una figura che si alza da uno scrigno per meglio vedere avanzarsi i Re Magi carichi di doni, il pittore aveva ritratto Carlo Zurlin con dipinta sul volto un’espressione viva di rapacità e d’ingordigia.

Per il sestiere di Castello si sparse subito la notizia e per parecchi giorni la folla, tra commenti e sorrisi, corse a vedere il ritratto che rappresentava l’immagine dell’avarizia nella persona di Carlo Zurlin, tramandato fino a noi dalla vendetta di Piero Ricchi. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. Il Gazzettino 19 febbraio 1928.

Sotoportego e Corte Zurlin

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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