Il disastro, per Venezia, della scoperta dell’America

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Rio del Mondo Novo. Sestiere di Castello

Il disastro, per Venezia, della scoperta dell’America

Quando giunsero a Venezia, verso la metà del 1493, le prime notizie sulla scoperta dell’America non vi si fece gran caso. “Cossa xelo sto mondo novo?” chiedeva Bastian Cornaro al senatore Marco Venier; e pronto il senatore rispondeva: “Par che’l sia un tocheto de quelo scoverto cento anni fa da Antonio Zen, fiol de sier Piero de la contrà dei Crosechieri“.

Presto arrivarono lettere del nostro orator di Spagna, Domenico Pisani, così riassunte dal cronista Malipiero:

L’harmada del re Catholico ha tovà paese novo et l’ha acquistà per so nome. Ha troà miniere de diversi metalli, et el paese fertilissimo, li fiumi ricchissimi, tal che se ghe pesca l’oro, la zente va nuda, ma se trova algune femene che se coverze con fogie, hanno trovà mastici, legno, aloè, riobarbaro, canela, pevare et altre specie (spezierie)”. Ma anche a queste nuove affermazioni che dimostravano l’enorme importanza della scoperta molti nobili rispondevano: “Le xe ciacole. Nei nostri fontichi vegnirà sempre le mercantie de l’Indie et san Marco sarà sempre el paron del mar“.

Però la parte intelligente del patriziato vedeva in questa scoperta una delle peggiori calamità per il commercio della Repubblica poiché le spezierie, monopolio veneziano, andrebbero a Lisbona direttamente per la via marittima esenti dagli enormi dazi cui Venezia doveva sottostare attraversando la Soria ed i paesi del Soldano, per modo che la merce del valore di un ducato all’origine, veniva a costare in Venezia fino a cento ducati.

Difatti apparve subito la rovina; nei fondaci veneziani le spezie cominciarono a rimanere invendute; le galere provenienti dal Levante ancoravano a San Marco mezze vuote, e Venezia lentamente principiava a scendere la china della sua gloria e potenza marinara. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 28 aprile 1926.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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