Il pranzo del cardinale Domenico Grimani, per la pace di Venezia con il papa Giulio II

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Lorenzo Lotto. Ritratto del cardinale Domenico Grimani.

Il pranzo del cardinale Domenico Grimani, per la pace di Venezia con il papa Giulio II

Il Sanudo nei suoi Diari lo chiama “uno pranzo suculentissimo, laudatissimo et somptuosissimo“, tre aggettivi che davano l’esatta idea di quel pranzo che fu grandemente ammirato per la dovizia e la magnificenza.

Era allora papa Giulio II, Giuliano della Rovere, uno dei più irrequieti papi che ricordi la storia, e la Signoria di Venezia per placare lo spirito battagliero del pontefice gli cedeva, mediatore il duca d’Urbino, alcune terre di Romagna tolte a Valentino Borgia, il più esecrato dei figli di papa Alessandro. Giulio II accolse con gioia la cessione anzi scrivendo al Duca chiamava i Veneziani “buoni e carissimi figli della sede apostolica e della beatitudine sua” e la Repubblica gli mandava un’ambasceria straordinaria per onorarlo e stringere sempre più i patti di amicizia.

Gli ambasciatori giunsero a Roma il giorno di San Marco, il 25 aprile 1505; ne era capo sier Girolamo Donà di Santa Ternita e facevano parte i patrizi Andrea Venier, Bernardo Bembo, Lunardo Morosini, Andrea Gritti, Domenico Trevisan, Nicolò Foscarini e Polo Pisani.

A dì 5 mazo (maggio) fo concistoro pubblico per l’audentia a li oratori di la illustrissima Signoria, oratore fo Zirolamo Donà, doctor sapientissimo, et deteno la obedientia come è il consueto basando l’anello piscatorio et la papussa dil papa“. Poi, con molti onori, partirono accompagnati dal cardinale Domenico Grimani che in quel giorno li volle ospiti nel suo palazzo verso piazza Barberini, spledidamente addobato “di festoni et damaschi antiqui, con molti san Marchi de oro e colori fini, con arme dil pontefice et arme dil cardinale“.

Il pranzo di settantadue coperti abbe luogo nella gran sala, servivano diciotto valletti, uno per ogni quattro commensali, sorvegliati da tre maggiordomi “et data l’aqua a le mani in bazili et ramini d’oro et tutti sentati a tavola“, messer Zuane Bolognese, cameriere e scalco del cardinale, ordinò si recasse la prima imbandigione “a suon di trombetti, pifari et tamburini“. E cominciarono le portate: confetture di vario genere, con cedri, arancie, pere moscatelle e vin di Cipro dolce; settantadue finocchiate in confettiere d’oro con biscotelli; fior di latte in tazze con fritelle di farina di sambuco; zuppa di animelle e teste di capretto; settantadue tazze con capponi lessati, droghe e vin moscato; arrosto minuto di quaglie, piccioni, pollastrelli con berganotti ciliege e vino di san Severino; pasticci di carne e frattaglie in guazzetto “a una scudela per persona“.

Un breve riposo e messer Tondello buffone romano, fece diversi giuochi e scherzi, poi si ricominciò a mangiare, arrosto mezzano di fagiani e pavoni con contorno di riso e salsa pepata; un piccione ciascuno ripieno di ova e coratella con vino bianco brusco; cefali veneziani, orate, lamorese e cappe sante; arrosto grosso di lonza di vitello, spalle di castrato e capponi con piselli freschi e vino di Grignano; trote del Tevere a chiocciole marine con vino bianco acerbo; lesso di vitello, capretto e galline faraone con salsa verde e vino de li Castelli.

Breve riposo ancora, alcuni musici “cantarono laudi di la illustrissima Signoria, dil reverendissimo cardinal Grimani et de li excellentissimi oratori” poi venne proseguito il pasto: salumi vari, lingue, prosciutti e mortadelle drogate; pastizi asutti di creste de gallo, fegadini et cervelle; caponi coverti di giassa verde e confetti bianchi; salzizoni bolognesi; porchi, caprioli et lievri al forno con olive, settantadoi tazze de zeladine (gelatina) con vino asutto“.

Cominciarono i dolci: torte di fave fresche e carciofi cotti; ricotta battuta con ova e miele bianco; marzapani con pesche; semi di mellone e finocchi cotti nello zucchero. E dopo quasi sei ore di banchetto “fo dato aqua rosa a le mani et vene servito ancora vin de Malvasia et vin de Cipro“.

Il pranzo di ben ventisette portate fece chiasso non solo a Roma, ma pure a Venezia dove la notizia venne data da una lettera di Raniero Fideli, segretario di sier Girolamo Donà, al suo amico Alessandro Calzedonio, magnifico guardiano della Scuola della Misericordia, e fu per alcuni giorni il tema favorito dei patrizi veneziani.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 14 settembre 1928

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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