In una corazza la forza della Serenissima

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Paolo Veronese. Ritratto di Girolamo Contarini. Johnson Collection di Filadelfia

In una corazza la forza della Serenissima

Nel 1574, Paolo Veronese può vantarsi di essere reputato, assieme al Tintoretto, il pittore di maggior prestigio e di gran lunga più richiesto sulla scena veneziana; almeno a quanto riferisce il poeta inglese Sir Philip Sydney, che in quell’anno si trovava nella città lagunare e si rivolge proprio all’artista per fargli eseguire il proprio ritratto. Dell’opera oggi si sono perse le tracce, ma resta il valore della testimonianza.

Nella Venezia del Cinquecento la questione del ritratto è particolarmente complessa. In una società in cui la struttura dei rapporti gerarchici e di potere del patriziato non si articola nel possesso di titoli nobiliari, ma attraverso il patrimonio e la carriera nei ruoli di governo della Repubblica, la tensione tra affermazione personale e l’esigenza di controllo reciproco in termini di uniformità investe chiaramente i modi della rappresentazione per immagini. Compito del pittore è quello di mantenere il delicato equilibrio tra queste istanze conflittuali: da questo punto di vista la pittura “veronesiana” si dimostra un laboratorio esemplare.

In una serie di ritratti maschili realizzati in più di un ventennio, possiamo apprezzare la polarità tra i vincoli imposti dalle convenzioni del genere e il tentativo di sfuggire a una rigida modellizzazione.

Non manca dunque l’iconografia essenziale di questo tipo di immagine, come la posa composta, l’abito scuro e la quinta architettonica, ma il pittore indaga attentamente la resa luministica delle stoffe e altri particolari non meno importanti, sui quali può dilettarsi nell’imprimere il proprio estro. La resa cromatica è la novità più importante della pittura di Veronese: i suoi stacchi netti con un timbro molto chiaro vanno a sostituire il tonalismo predominante nella pittura di Giorgione e Tiziano. I soggetti, pur ostentando i simboli del potere del proprio rango e la posizione sociale, seguono la moda comune dettata del proprio status.

Al ritratto è affidato il riconoscimento dell’identità, singolare e allo stesso tempo di gruppo, anche in opere di commissione privata, o quelle di intonazione più “ufficiale” e marziale, come i ritratti dell’ammiraglio Contarini, della Johnson Collection di Filadelfia, o all’ Agostino Barbarigo di Cleveland, paragonabili non solo per la posa, ma anche per la ricercata armatura che indossano, che con ogni probabilità Veronese ha usato come modello per entrambi.

Iniziamo dal ritratto del Contarini. Per oltre un secolo, cioè da quando, nel 1905, Fredrick Mason Perkins identificò lo stemma sull’armatura come quello dei Contarini, si è pensato che il personaggio rappresentato fosse un appartenente alla famiglia, forse Girolamo (1521-1577).

Ci ha pensato Claudia Terribile, sulla base di documenti e fonti storiche, a identificare lo stemma come​ appartenente invece ai Calergi, e a riconoscere il personaggio come Matteo Calergi (1523-1572) (a). Il ritratto risulta di una straordinaria eleganza: l’armatura, messa in risalto dal mantello rosso, è completa di tutto, tirata a lucido con le sue cinghie di cuoio, come bene in evidenza è sia lo stemma di famiglia che il Leone Marciano in moleca che lo sovrasta. Esso è portato con l’orgoglio non solo di appartenere alla Serenissima, ma anche con la fierezza di esserne un suo difensore (Matteo era sopracomitodi galea) (b) .

Questa fierezza la ritroviamo anche nel ritratto di Agostino Barbarigo, ammiraglio della flotta veneziana a Lepanto. Degno di nota è il dardo che tiene in mano, rivolto verso il petto: simboleggia la freccia con il quale fu trafitto durante la battaglia di Lepanto e a causa del quale trovò la morte. Si tratta di un elemento significativo perché sottolinea ancora una volta l’importanza del ritratto: attraverso la celebrazione di Barbarigo, si vuole in realtà celebrare Venezia che assieme alla Lega Santa, conquistò un importante vittoria.

Un blasone simile a quello inciso sull’armatura del primo ritratto si ritrova, nella medesima collocazione, anche in un’armatura dell’armeria di Palazzo Ducale a Venezia, conservata nella cella della Torresella della sala di Enrico IV (nel 2021 non visibile). Il confronto tra questa e quella raffigurata nei due dipinti sembra quindi doveroso: tutte sono decorate con i medesimi orli a tortiglione e altri decori, tipici della moda del periodo. Diversa invece la tipologia di gorgiera e di elmo, che nel primo dipinto è una borgognotta idealizzata all’eroica, mentre nell’armatura di Palazzo Ducale è un elmo da cavallo.

L’armatura, che si compone di un elmetto da corazza a visiera intera con rosette forate sui lati, con il coppo ornato da una cresta a tortiglione poco rilevata, è giunta incompleta all’Armeria. L’elmo è collegato tramite incastro sulla gorgera molto ampia e bottonata lungo il contorno. La corazza presenta orli a tortiglione allo scollo e lungo il guardascella (c), porta degli spallacci semplici con falda e fiancali a sei lame. Il petto reca inciso il blasone dei Contarini, con ai lati le iniziali Z. P. (Zuanne Paolo o Pietro) e C. (Contarini). Lo stemma è racchiuso entro una ricca cornice accartocciata (d) con ghirlande floreali, sormontata da un leone marciano in “moeca” dorato, il quale a sua volta è sormontato da una croce 5 accompagnata dalle iniziali C X del Consiglio dei Dieci. La presenza dello stemma Contarini e della sigla consiliare porta a pensare che la guarnitura sia stata indossata da un patrizio della famiglia e successivamente donata alla Repubblica. Lo stemma è racchiuso entro una ricca cornice accartocciata 4 con ghirlande floreali, sormontata da un leone marciano in “moeca” dorato, il quale a sua volta è sormontato da una croce (e) accompagnata dalle iniziali C X del Consiglio dei Dieci.

La presenza dello stemma Contarini e della sigla consiliare porta a pensare che la guarnitura sia stata indossata da un patrizio della famiglia e successivamente donata alla Repubblica.

L’armatura a Palazzo Ducale è senza dubbio un piccolo capolavoro dell’arte degli armaioli, ma è vuota. Grazie a Veronese la possiamo vedere invece con occhi diversi, come la vedevano gli uomini del Cinquecento: un’arma di difesa, ma anche un simbolo molto forte, uno status symbol da esibire e di cui essere orgogliosi.  (1)

(a) Non Contarini ma Calergi: i ritratti di Paolo Veronese a Philadelphia e Dresda, in Ricche Minere, 11, 2019, pp. 16-29.

(b) Titolo assegnato al comandante di una galera o di una nave; nella marineria veneziana, tale ruolo era riservato esclusivamente ad appartenenti alle classi sociali più elevate, essendo segno di considerazione ed allo stesso tempo trampolino per una brillante carriera nell’alta amministrazione della Repubblica. Per le galere approntate a Venezia, poteva diventare sopracomito solo un rappresentante di una delle cento famiglie inserite nel Libro d’Oro dell’aristocrazia, mentre il ruolo di sopracomito per le galere equipaggiate dalle città sottoposte alla Dominante veniva generalmente deciso in base ad un’elezione.

(c) Parte delle armature che proteggeva le ascelle. Generalmente in maglia di ferro era in vigore tra il XV e il XVI sec.

(d) Tipica dei blasoni della seconda metà del ‘500.

(e) Il De Lucia ipotizza che la croce sul leone indichi quella di Gerusalemme, croce che il ramo dei Contarini del Zaffo, discendenti di Zorzi Contarini (nato nel 1463) consigliere della regina Caterina Corner e creato dalla stessa conte di Giaffa nel 1473 (rendendolo di fatto il primo dignitario dell’isola), posero sul loro blasone in quanto autorizzatati a fregiarsene. Il De Lucia però non tiene in minimo conto il fatto che il ramo dei Contarini dal Zaffo fu anche tra le otto famiglie patrizie veneziane che ebbe il privilegio del Cavalierato di San Marco Ereditario. Tra i suoi discendenti il più probabile indossatore dell’armatura fu nel 1534 un Zuanne Pietro quondam Tommaso, il quale prese anche parte alla Battaglia di Lepanto. Fu anche commissario del Senato a Ragusa e provveditore generale in Dalmazia e a Corfù, morì nel 1589 mentre era podestà a Padova.

Bibliografia

  • U. Franzoi, L’armeria del Palazzo Ducale a Venezia, Canova, Treviso 1990.
  • A. Jean, M. Loechel, Le rappresentazioni della comunità in Storia di Venezia, Treccani, 1996.
  • P. De Lorenzi, L’Armeria di Palazzo Ducale, Marsilio 2012.
  • C. De Lucia, La Sala d’Armi del museo dell’Arsenale di Venezia, Roma 1908.
  • C. Terribile, Non Contarini ma Calergi: i ritratti di Paolo Veronese a Philadelphia e Dresda, in Ricche Minere, 11, 2019.

(1) Alessandro Zanotto, Debora Gusson, Antonella Favaro, Isabella Spinelli Bergamo

Palazzo Ducale. Armatura Contarini (foto dalla rete)
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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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