I Procuratori di San Marco

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Procuratie Vecchie. Piazza San Marco

I Procuratori di San Marco

Quando ebbero principio i Procuratori di San Marco non si sa con precisione, le varie cronache che ne parlano sono discordi, e solo sembra probabile che il primo venisse eletto nel secolo nono nella persona del patrizio

A questo primo procuratore altri ne furono aggiunti cn il tempo, fino a che, nel 1442, salirono al numero di nove divisi in tre procuratie: la prima “de supra ecclesiam Santci Marci” aveva il governo della basilica, della piazza e delle piazzetta; le altre due “de ultra e de citra” amministravano le tutele o commissarie lasciate dai testatori di qua e di là del canalgrande.

Il solo tesoro di San Marco rappresentava già fin d’allora un immenso valore e tra molti splenditi reliquiari figuravano le dodici famose corone e i ventidue pettorali d’oro finissimo che ricordavano l’apogeo della della potenza veneziana in Oriente, tempestate le prime di quasi tremila tra gemme e pietre preziose, i secondi di circa seimila, senza contare il famoso corno ducale valutato nel 1557 non meno di duecentomila zecchini, tesoro poi inapprezzabile sotto il triplice aspetto religioso, artistico e storico.

Per essi la Serenissima innalzò sulla piazza di San Marco, a destra della chiesa, le procuratie perché servissero loro di abitazione, costruzione di stile elegante e maestoso dovuta a Bartolomeo Bon, da alcuni storici invece attribuita erroneamente a Pietro Lombardo, ma più tardi, nel 1586, volendo dar loro una sede, specialmente nell’interno, più ampia e più ricca, sorsero per decreto senatoriale dirimpetto alle procuratie, chaimate allora vecchie, quelle nuove, divise in nove magnifici appartementi, dimora abituale fino alla caduta della Repubblica dei nove Procutari.

La dignità procuratoria era concessa soltanto a coloro che se ne rendevano meritevoli per segnalati servigi alla patria, o come ambasciatori, capi d’armata, eminenti uomini politici, ed avevano cospicui privilegi, tra i quali quello “di essere senatori perpetui con diritto di suffragio“, vestivano ordinariamente di paonazzo a maniche larghe aperte come il doge, e la stola era di velluto fremesino che si poneva di traverso sull’omero sinistro, ma se l’eletto proveniva dagli ambasciatori la stola era allora di panno d’oro.

Tra i nove procuratori c’era sempre per turno “quello di settimana” che doveva risiedere nella loggetta, eretta da Jacopo Sansovino ai piedi del campanile e al quale era affidato il comando della guardia armata che custodiva il palazzo Ducale durante le adunanze del Maggior Consiglio, una specie di questore del gran Consiglio, vigile custode della sua sicurezza. Il decreto del Consiglio dei Dieci in data 22 settembre 1569 ne stabiliva il turno: ” … che il mese de ottubrio prossimo vi stiano li tre Procuratori della Chiesa, il mese de novembre seguente li tre de citra et il mese de decembre li tre de ultra et cussì successivamente di mese in mese“.

Nel 1572 durante la guerra di Cipro il prestigio dei procuratori venne un po’ menomato, poiché, per fronteggiare alle grandi spese degli armamenti, si ammise alla cospicua carica qualche ricco patrizio che aveva pagato per averla venticinquemila ducati: peggio fu nella guerra di Candia nel 1646 quando si elessero a procuratori ventuno nobili ciascuno. Era l’epoca nefasta per la pura aristocrazia: la nobiltà e le cariche, per rifornire l’esausto erario, erano messe all’incanto!

Ma il buon senso veneziano stabilì presto una netta distinzione tra i “Procuratori di merito” e quelli che “avevano comperato la veste“, e considerando i nuovi eletti come intrusi, non fece assegnamento che sui primi i cui meriti erano incontestabili e che soli abitavano le procuratie.

Tra i procuratori di San Marco quasi sempre si eleggeva il doge, ed anche Lodovico Manin, ultimo doge della Repubblica, apparteneva a quel consesso, ed era stato creato procuratore per i suoi meriti, dicono, quale provveditore a Vicenza e a Brescia, ma come doge fu uomo pavido e lagrimante, ricchissimo si, e forse per questo fu procuratore e doge. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 26 maggio 1932.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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