L’elezione di Lodovico Manin l’ultimo doge

0
119
Sala dello Scrutinio. Girolamo Prepiani. Ritratto di Ludovico Manin

L’elezione di Lodovico Manin l’ultimo doge

Era morto il 2 marzo il doge Andrea Renier e fervevano nel Maggior Consiglio le operazioni di voto per l’elezione del nuovo doge. Sulle colonne delle procuratie erano attaccati numerosi cartellini che indicavano le varie e molteplici votazioni, con la scritta ammonitrice a grossi caratteri: Abasso el broglio. La folla leggeva e commentava.

I concorrenti erano molti fra i quali Nicolò Contarini, Alvise Tiepolo, Piero Gradenigo di scarso censo o di manchevoli qualità personali, Lodovico Manin di recente nobiltà ma pietoso e benefico, e Sebastiano Mocenigo ricco, d’antica stirpe e non spoglio di meriti, ma bruttato d’ignobile taccia nei costumi, tanto che Maria Teresa ne aveva chiesto l’allontanamento dalla sua corte, ove risiedeva quale ambasciatore, e la Repubblica acconsentendo lo aveva relegato per sette anni nel castello di Brescia.

Così tra la povertà, la palese deficienza e il vizio, i quarantuno scelsero la nobiltà nuova e, chiusi in conclave, elessero il 9 marzo 1789 a doge di Venezia il patrizio Lodovico Manin, ultimo doge, spettatore e partecipe della perdita dell’indipendenza della sua patria.

Grandi furono le feste per il suo innalzamento al soglio ducale, ma tra i cittadini corse allora una curiosa e mai sentita notizia che destò tristezza e rammarico dimostrando palesemente quanta fosse l’incoscienza patrizia in quei tempi difficile. L’elezione del nuovo doge era costata alla serenissima la bellezza di quarantottomila e cinquecento ducati apri a circa duecentomila franchi di Francia, spesa di cui fino ad allora non si conosceva l’eguale. I quarantuno elettori, chiusi in Palazzo Ducale per la nomina definitiva del principe, avevano in due giorni sperperato l’enorme somma soddisfacendo a qualunque loro capriccio, regalando al copioso servitorame, e facendo gozzovigliare parenti ed amici che con pretesi s’introducevano in Palazzo.

Il popolo alla notizia di quella grande ricchezza sciupata, credendo splendore quello che era pazzia, si dette a feste a tripudi coadiuvato nell’esultanza dai patrizi “quasi non vi fosse alcuna disgrazia e tutto andasse felicemente“. Così nelle piazze, nei teatri, nelle strade correva la vita otto anni prima della morte della Repubblica. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 20 giugno 1926

Print Friendly, PDF & Email

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.