La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). IX parte

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Mappa di Rovigo

La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). IX parte

Inutili sforzi di Massimiliano contro Padova

I rinforzi erano partiti da Venezia sulle barche salendo il Brenta, e prima che il nemico, presentatosi di nuovo il 31 agosto al Bassanello, avesse circondata tutta la città. Cominciò contro questa più terribile che la prima volta il fuoco delle artiglierie, ma poco fruito mettevano, instancabili essendo i difensori nel riattare le scassinature, otturare gli squarci fatti nelle muraglie, alzare nuovi ripari; per cui Massimiliano cercava muovere contro la Repubblica anche il re d’Ungheria eccitandolo al riacquisto della Dalmazia; scagliava nella città con le frecce, sue lettere nelle quali animava i cittadini a tornare al vero e legittimo loro signore e principe, aver lungamente esitato avanti di venire a porre l’assedio per non guastare si nobile città, ma avervelo alla fine costretto la ostinazione loro, tuttavia quando acconsentissero a partirsi dai Veneziani ribelli e scomunicati, egli li riceverebbe in grazia e i capitani e soldati che volessero servire, accetterebbe nelle sue truppe con ricco stipendio; che se nella loro pervicacia continuassero, vedrebbero ogni loro avere predato, i cittadini menati schiavi, la città loro distrutta.

Padova liberata

Erano però vane parole, che la fermezza ed il coraggio dei difensori di Padova non si lasciavano punto smuovere, anzi crescendo d’ardore, quanto più vedevano riuscir vani gli sforzi degli assalitori, di cui respinsero vigorosamente l’assalto alla porta di Codalunga il 29 settembre, obbligarono alla per fine il nemico a levare l’assedio il 2 di ottobre e l’imperatore si ritirò a Vicenza donde fece poco appresso ritorno in Germania.

Il fallito tentativo contro Padova scemò di molto la riputazione dell’imperatore e accrebbe i disgusti di questo con i Francesi, da cui diceva non aver ricevuto quegli appoggi che avrebbero dovuto, e diede per lo contrario ardire ai Veneziani di spingersi innanzi e riacquistare le perdute città. Appena liberata Padova, il Gritti mandò circolari alle varie terre, che sapendo il Governo che le operazioni fatte contro di esso erano provenute soltanto dal timore del nemico, la Repubblica era disposta ad accettarle in grazia se tornassero alla consueta devozione. E per dare maggior forza all’eccitamento, si facevano nuovi e forti apparecchi di truppe.

Maneggi con il sultano, con l’Ungheria, con il re d’Inghilterra, e con il papa

Fin da quando Massimiliano si apprestava all’assedio di Padova, la Repubblica, destituita d’ogni appoggio, abbandonata alle sole sue forze, disperata di poter ottenere pace da alcuno dei suoi nemici, giacché il papa stesso, nonostante le tante umiliazioni ed offerte, or dava buone parole or tornava sulle furie, si era decisa l’11 settembre 1509 a scrivere al bailo a Costantinopoli facesse conoscere al sultano come codesta lega di principi si volgerebbe in fine a suo danno, mentre Venezia all’incontro gli aveva sempre serbata fede, e se dopo tale posizione gli venisse fatta qual che offerta la accettasse, vieppiù dimostrando come sarebbe non solo a comodità della Signoria di Venezia, ma anche a beneficio di Sua Altezza, poiché essendo suffragati i Veneziani si difenderebbero gagliardamente e per tal modo si farebbe dissolvere quell’unione. Poi il 18 incaricato del maneggio, insieme col bailo, anche Nicolò Giustinian che si tratteneva a Costantinopoli per ragione di traffico, gli raccomandava procurasse dal sultano un prestito di cento mila ducati almeno, ma prima ancora sussidi di truppe, e cercasse indurlo a cessare di provvedersi di panni dai Ragusei, Fiorentini, Anconetani, Genovesi che poi adoperavano il danaro ad aiutar l’alleanza, ricorrendo piuttosto ai Veneziani, i quali gli darebbero intanto panni per cinquanta mila ducati allo stesso prezzo, e per gli altri cinquanta mila tante gioie elettissime in cauzione. Ed al console in Alessandria scriveva raccontandogli il corso degli avvenimenti, ed eccitasse anche quel soldano a minare il commercio dei Fiorentini, Genovesi, Catalani

A tali estremi avevano ridotto la Repubblica la pervicacia dei suoi nemici e la falsa politica generale: essa, che fu prima e poi il baluardo della Cristianità contro i Turchi, si vedeva ora costretta per la propria conservazione ad implorarne il soccorso.

E fu infatti il timore dei Turchi che ritenne il re di Ungheria dal prestar ascolto agli eccitamenti di Massimiliano contentandosi di continuare a ritirar quella somma che la Repubblica si era già per l’addietro obbligata a pagargli per tenerselo alleato e pronto alla difesa contro le armi ottomane.

Il Senato anche al re d’Inghilterra Enrico VII al quale faceva rappresentare come Massimiliano aveva respinto anche il nuovo ambasciatore Alvise Mocenigo; non volesse il re permettere la rovina di uno Stato che tanto aveva fatto per la Cristianità; scrivesse al re di Francia di volersi astenere dalle offese, e a Massimiliano che acconsentisse a dare ascolto all’ambasciatore per venire a pace ed alleanza per il comune bene dei popoli cristiani

Fatti d’armi nel Polesine

Né l’opera di riconciliazione con il papa intermetteva. Era arrivato a Roma fino dal 25 agosto l’ oratore Francesco Corner reduce dalla Spagna, ed vi era stato trattenuto con suo non lieve incomodo, né poté ottenere che il 30 ottobre di essere ammesso alla presenza di Sua Santità. Ai ringraziamenti dell’oratore di essere stato ammesso, alle proteste sue dei sentimenti di rispetto e di attaccamento sempre dimostrato dalla Repubblica verso la sede romana, rispose il papa: ben saper quanto la Repubblica avesse fatto per la Chiesa, quanto avesse favorito l’innalzamento suo alla pontificale sede; averla anch’egli dapprima amata; aver favorito specialmente i cardinali veneziani e gli oratori Girolamo Zorzi e Nicolò Michiel; cercato per ogni modo il suo vantaggio fin da quando era in Francia; ma le operazioni sue con il togliersi Rimini, Faenza e altri castelli e luoghi contro l’intenzione e la costituzione della Chiesa, avere sturbato quell’affetto: non potere egli per coscienza consentire a quello smembramento, averne più volte avvertita la Repubblica, averle scritto in proposito i re di Francia e di Spagna, ma invano. Quando le potenze si strinsero in lega lo avevano invitato ad aderirvi, promettendogli il recuperamento delle sue terre, ed egli avervi promettendogli alfine acconsentito benché riluttante, perché ne dispiaceva veder la ruina del stato vostro con augumento dei Barbari: aver detto a Giorgio Pisani e Giovanni Badoer e ai cardinali che non sarebbe entrato nella lega se i Veneziani avessero restituito quelle terre, anzi avrebbe fatto per modo che le cose della Repubblica non patissero sinistro, poiché del resto egli non sapeva quali ragioni avessero il re di Francia e gli altri sul le veneziane provincie; piacergli che la Repubblica abbia saputo conservar Padova e desiderar che ella possa rifarsi altrove di quanto perdeva rispetto alla Chiesa; essersi egli opposto al progetto del re di Francia che voleva prender Venezia affinché non potesse mai più rialzare il capo, e ai suoi consigli di ritenere gli ambasciatori veneziani e lo stesso Corner; ora gli darebbe salvacondotto onde si recasse in patria e riferisse al Senato questo discorso: gli dicesse che il papa vuole due cose: 1.o che si paghino le spese della guerra da lui fatta per il ricuperamento delle sue terre e gli usufrutti di queste per tutto il tempo che rimasero in possesso della Repubblica, e se nelle attuali condizioni essa non potesse fare tale esborso, s’impegnasse che eseguendosi una spedizione generale contro i Turchi, sarebbe essa a fornire certo numero di navi, al qual proposito il papa faceva osservare che se la spedizione non si effettuasse, i Veneziani nulla pagherebbero e se si facesse ne avrebbero certamente utilità assicurante vie meglio le loro terre in Levante. Secondariamente, che non si facessero più vescovi dal Senato, né si levassero decime od altre gravezze sul clero, soggiungendo che certo avrebbe egli ogni riguardo di non nominare persone invise a quel dominio e che in caso di guerra col Turco metterebbe egli stesso una decima non solo sui preti della Repubblica, ma di tutta la Cristianità per difensione dei Veneziani. E continuando, diceva il papa non riconoscere il vantato diritto della Repubblica d’imporre gabelle sul passaggio del Golfo, né l’accordo da essa fatto, da quattro mesi con gli Anconetani; lo che non si poteva ne si doveva senza il consenso della Chiesa. Infine quando di fare tutto ciò acconsentisse la Repubblica, egli la aiuterebbe a ricuperare tutto il suo e più ancora; le raccomandava il marchese di Mantova essendo lo Stato suo molto utile a cacciare i Barbari dall’ Italia, e lo scusasse di quanto era stato costretto a fare dal re di Francia; non vorrebbe che i Veneziani dessero molestia di guerra al duca di Ferrara che potrebbe anche essere utile in questa bisogna.

Rispose l’oratore che delle cose passate non era suo ufficio giustificare il suo governo; vescovi non si facevano in Senato, ma solo si proponevano e si raccomandavano per l’elezione a Sua Santità; essere noto quanto il duca di Ferrara avesse operato contro la Repubblica, tuttavia si farebbe il possibile per soddisfare Sua Santità.

E così con destre parole schermendosi il Corner prendeva commiato dal Pontefice e ripatriava. Il 5 novembre scriveva il cardinal Grimani da Roma al Senato che il papa vedendo l’ ostinazione veneziana era più infuriato che mai, che aveva dato licenza a tutti gli oratori della Repubblica di partirsi, e che per certo non leverebbe la scomunica temendo specialmente dell’imperatore.

Continuando sempre nel pensiero di rappacificare Cesare, il Senato scriveva a D. Matteo Lang ministro vescovo curcense profferendogli dieci mila ducati, ed in oltre altri tre in quattro mila di rendita annua in benefizi, quando pervenisse a far concludere una lega con l’imperatore. Ma nello stesso tempo, non lasciando di maneggiar le armi, ordinava ad Andrea Gritti provveditore di Padova di muovere al riacquisto di Vicenza, raccomandandogli di risparmiarle il sacco e che non fosse data molestia ai cittadini, e si combatteva vivamente nel Polesine, il quale fu ricuperato. Si faceva quindi l’impresa di Monselice e volendo vendicarsi del duca Alfonso, il cui fratello Ippolito cardinal d’Este aveva dato soccorsi a Massimiliano nell’assedio di Padova, il capitan generale Angelo Trevìsan che attendeva allora a devastar l’ Istria, fu incaricato di salire con la sua flottiglia su per il Po e portare il guasto nel territorio ferrarese. A codesta spedizione si mostrava il Trevisan renitente e ne indicava le difficoltà ed il poco frutto, tuttavia obbedendo vi si recò e mise a ferro e a fuoco quelle ripe. Ma fatti forti i nemici su queste con numerose e potenti artiglierie, l’armata veneziana cominciava a sentirne non poca mole stia. Cosicché il Trevisan, sbarcate le truppe a Pollicella, ivi si fortificò e due assalti dei Ferraresi respinse; nel tempo stesso Marco Antonio Contarini detto Camali recatosi con una divisione dell’armata a Comacchio vi diede il sacco e quegli edifici pescarecci incendiò con grave danno del duca. Questi intanto a difendersi dal passaggio delle truppe venete (al qual necessità il Trevisan aveva fatto gettare un ponte sulle galere) edificava in opportuno sito una fortezza, che tutta l’armata veneziana metteva in pericolo. Avrebbe voluto il Senato che il Trevisan si ritirasse e gli raccomandava specialmente la salvezza dell’armata, ma egli rispose che ritirandosi tutta la regione di qua del fiume rimarrebbe esposta, e che avrebbe fatto il poter suo per tener fronte al nemico.

Correva il mese di dicembre, e per copiose piogge le acque del Po ingrossarono, e il ponte costrutto dal Trevisan ne fu svelto. Costruivano un nuovo, ma intanto nella notte i Ferraresi sopraggiunti con grossa artiglieria, cominciarono per modo a fulminare le galee che molte colarono a fondo, altre furono prese, poche con il capitano poterono salvarsi. Il quale giunto a Venezia e sottoposto a processo ebbe tre anni di confinamento a Portogruaro. Scrisse tosto il Senato al provveditore Giovanni Paolo Gradenigo, che se i nemici passassero il Po mettesse ogni cura alla difesa dell’Adige, e ai provveditori Gritti e Marcello che allora erano con l’esercito a Lonigo, ordinò mandassero soccorsi. Poi rifatta l’armata ne affidò il comando a Pietro Balbi podestà di Padova.

Accordo con il papa che si riconcilia e leva la scomunica

Ciò che più stava a cuore alla Repubblica era però di ottenere la riconciliazione col papa, e rispondendo alle pretensioni da questo esternate al Corner, scriveva al suo oratore a Roma tornando sul giustificare e scusare la propria condotta: non avere con gli Anconetani che alcuni patti di commercio: circa poi al Golfo se non si trattasse d’altro che di una particolare utilità, facile cosa sarebbe soddisfare ai desideri del papa, ma trattandosi di una giurisdizione goduta da tante età con buona grazia di tutti i sommi Pontefici suoi predecessori e con permissione di tutti i re e signori che hanno loro Stati su di quello, giurisdizione acquistata e mantenuta a comune beneficio della cristianità con tanta spesa ed effusione di sangue, non si vedeva perché or si avesse annunziarvi; considerasse Sua Santità, che sarebbe un dar campo ad entrarvi anche al Turco, e non  badasse alle ricerche del duca di Ferrara inquieto ed fi stile vicino . Tuttavia dava il Senato ai suoi oratori l’istruzione particolare, che quando il papa non si volesse arrendere avessero facoltà di concedere che i sudditi papali potessero liberamente navigare nel Golfo colle loro robe e mercanzie senz’ alcun impedimento, e che quanto al Visdomino di Ferrara, che il papa non voleva più concedere ai Veneziani, si acconsentirebbe a cambiarne il nome in quello di Consolo, rimanendone del resto uguale l’autorità e ferme le antiche leggi e convenzioni. La pratica fu condotta a lungo o a tutto si piegò finalmente la Repubblica desiderosa di ridurre il papa ad una lega con essa, onde il 15 febbraio 1510 dava ai suoi oratori la facoltà di concluder sulle basi seguenti: Rinunziava la Repubblica alla fatta appellazione ad un futuro concilio per la scomunica contro di lei pronunziata dal papa, che essa dichiarava giusta e domandava perdono d’averla provocata; non metterebbe più decime od altre gravezze sul clero; non s’impaccerebbe delle nomine ecclesiastiche ne delle cause del clero che verrebbero giudicate soltanto dal foro ecclesiastico; lascerebbe libero il passaggio del Golfo ai sudditi del papa, compresa anche Ferrara; non intraprenderebbe mai nulla né palesemente né occultamente contro il papa: sarebbero nulli tutti i trattati da lei conclusi con le città della Chiesa; non riceverebbe ribelli o profughi di Sua Santità; non si immischierebbe delle cose di Ferrara, spettante di diritto alla sede apostolica, compenserebbe i danni recati ai monasteri e ai beni ecclesiastici.

A prezzo di tanto avvilimento pervenne filialmente la Repubblica a staccar dalla lega il Pontefice. Il 24 febbraio … seconda domenica di quaresima, Giulio II, recatosi in abiti pontificali giusta il rito della quadragesima, accompagnato da dodici cardinali, molti prelati e penitenzieri nell’atrio della basilica di San Pietro ove l’attendevano gli oratori veneziani, e ascoltate le proteste di pentimento e di sommissione di questi e la loro domanda di essere assolti dalle scomuniche, il procuratore fiscale domandò la lettura delle loro procure, indi dei patti convenuti, che gli oratori dichiararono esser pronti a giurare. Allora aperto il messale, e collocato sulle ginocchia del papa, gli oratori avvicinatisi e ponendovi sopra la mano, giurarono. Dando poi di piglio il papa e i cardinali a dodici verghe che furono ad essi presentate, senza con quelle toccarli, fu recitato il salmo Miserere e pronunziata la solita formula dell’assoluzione. Imposta loro infine la visita delle sette chiese e preci e limosine, il papa si ritirò; la messa fu celebrata nella cappella sistina e gli oratori furono ricondotti, onorati e festeggiati, alle loro case. Il domani, chiamati di nuovo alla presenza del papa, questi lor disse: “magnifici signori oratori! non vi paia strano che siamo stati tanto a levare l’interdetto. La Signoria stessa ne fu causa, ella ne doveva compiacere nelle giuste petizioni nostre e a noi stessi molto dolse delle censure che ci fu forza pronunziare. Ora se essa continuerà a stare con noi, ne avrà di motti benefizi“. Presero quindi commiato gli ambasciatori per tornar in patria, restando come ordinario Girolamo Donato. Continua Domenico Trevisan la sua relazione dicendo che il papa desiderava comporre le cose della Repubblica con Massimiliano il quale egli stimava un infantem nudum, ma in molto conto teneva invece gli elettori e l’Alemagna; che era mal disposto contro Francia; avrebbe voluto torre a Spagna il regno di Napoli che diceva spettare alla Chiesa; non fa stima dell’Inghilterra come troppo lontana, né dell’Ungheria; quanto a Venezia contento di aver ottenuto quanto voleva, la reputava abbattuta e avvilita; si crede tutto poter su Firenze e benché essa sia ora di parte francese, se ne ripromette tuttavia non poco contro Francia: odia specialmente il duca di Ferrara e gli vorrebbe togliere lo Stato per serrar la Romagna.

I francesi nel Polesine, gli imperiali a Vicenza, e orrori che si commettono, poi si sbandano.

Così amicatisi il papa, studiavano i Veneziani più che mai a rifare l’esercito, e morto il Pitigliano a Lonigo per le tante vigilie e fatiche sostenute nella difesa di Padova, rimettevano alla testa, come provveditor generale, il valoroso Andrea Gritti. Si proponeva anche di dare il comando generale al marchese di Mantova ancora prigione, quando desse il figlio in ostaggio, al qual ordine del marito, la marchesana o d’ intelligenza o di proprio impulso rifiutandosi di obbedire, non se ne fece altro. Avevano però i Veneziani parecchi valenti condottieri come Gian Paolo Bagliori, Gian Luigi e Giovanni Vitelli e Renzo da Ceri assoldati negli Stati stessi della Chiesa, finalmente Lucio Malvezzi altro guerriero di fama. E a cercarsi polenti alleati maneggiavano una lega con Inghilterra e Scozia alla quale desideravano aderisse anche il papa.

Era allora appunto salito sul trono britannico Enrico VIII, al quale Giulio si affrettò di mandare la rosa d’oro, e il Senato scriveva al suo oratore a Londra come inutili riuscendo le trattative con Massimiliano, sollecitasse più che mai il nuovo re, al quale mandava a congratularsi della sua assunzione, Francesco Cappello, a romper guerra contro Francia. Né si lasciava di suscitare gli Svizzeri, i quali fattisi orgogliosi degli efficaci soccorsi prestati ai Francesi nelle guerre di Carlo VIII e di Luigi XII, esageravano fuor di modo le loro pretensioni, che furono dal re con sdegno rigettate. Allora il papa, che già erasi guadagnato un Matteo Schiner promosso nel 1500 al vescovado di Sion, e grande nemico dei Francesi, poté con il mezzo suo ottenere che gli Svizzeri assumessero la difesa degli Stati della Chiesa.

Il papa si era cosi manifestamente spiegato ai danni dei Francesi, mal sopportava che il duca Alfonso di Ferrara tenesse ancora dalla loro parte, né polendo apertamente rinfacciargli un’alleanza che pur si fondava su quella lega di Cambrai da esso papa approvata e sancita, prese motivo di querela dall’aver il duca fatto costruire saline a Comacchio anziché ritirare il sale da Cervia terra pontificia, voleva accrescergli il censo annuo, e chiedeva la restituzione di alcune castella recate da Lucrezia Borgia in dote ad Alfonso. Questi si volgeva allora più che mai a Luigi XII ed ne otteneva la protezione. Ordinava dunque il re a Chaumont d’Amboise, governatore del Milanese, di entrare nel Polesine di Rovigo, nel tempo stesso che il principe d’Anhalt, uscendo con buon polso di gente da Verona, si dirigeva a Vicenza.

Metteva la Repubblica alla testa delle sue truppe il Baglioni. Aveva questi sotto il suo comando seicento uomini d’armi, quattro mila cavalleggeri e stradioti, otto mila fanti, forze di gran lunga inferiori all’esercito imperiale e francese riunito, onde gli fu bisogno andare indietreggiando fino alla Brentella ove si fortificò; ed erano buon riparo alle genti veneziane i tre fiumi Brenta, Brentella e Bacchiglione. Era governator generale Luigi Malvezzi.

I Vicentini, prossimi a cader di nuovo nelle mani degli imperiali, ancora irritati per la passata rivolta, mandarono ambasciatori al principe d’Anhalt per impetrar grazia, ma invano, che il trovavano furibondo, e deciso a far pagar loro ben cara la defezione. Disperando di ricevere umano trattamento avevano i Vicentini fin dal principio della guerra mandato le lor donne, i figliuoli e le robe più preziose a Padova, or seguivano anche gli uomini scendendo il Bacchiglione e seco recando quanto ancora avevano di pregio, e i Tedeschi entrati in Vicenza poco trovarono da saziare la loro cupidigia. Se non che una parte dei Vicentini e degli abitanti del contado avevano scelta a rifugio una profonda caverna nei monti, cavata dai minatori per estrarne le pietre la quale conteneva molli scompartimenti, comunicanti insieme solo per uno stretto passaggio, e per modo li intralcia a formarne un vero labirinto, a cui metteva solo un angusto ingresso facile a difendersi. Colà si erano nascosti ben seimila di quegli sventurati, con le donne, coi fanciulli, con gli averi. Ma un capitano dei venturieri francesi chiamato l’Herisson venne ad scoprire quel ritiro, e tentato invano di entravi, ordinò, con infernale pensiero, si portassero parecchie cataste di legna alla bocca della caverna, e messovi il fuoco, fece tutti quegli infelici perire soffocati, poi dei loro tesori s’impadronì. Quando al campo francese fu udito il barbaro fatto, si levò un grido generale d’orrore e di riprovazione, il cavalier Bajardo fece impiccare sul luogo stesso due di quelli che avevano acceso il fuoco, ma era troppo tardo e inutile compenso a tanta scelleraggine che lasciò per lungo tempo ancora negli animi degli Italiani dolore e raccapriccio.

La fortuna continuava a favorire i Francesi che ormai quasi soli sostenevano la guerra, dacché i Tedeschi non ricevendo le paghe e sempre invano aspettando il ritorno di Massimiliano, si sbandarono e ritornarono momentaneamente alla patria. Cadde in potere del Chaumont, Legnago, s’impadronì poi di Cittadella, Marostica, Bassano, Scala e Covolo; le truppe veneziane si ritiravano verso Padova si volgevano, e seriamente i Veneziani si provvedeva con novelle alla difesa istanze di Treviso al papa conducesse con vigore la guerra contro il duca di Ferrara, e sollecitavano la sua mediazione con Massimiliano incaricando delle relative pratiche un Costantino Areniti molto innanzi nella grazia imperiale. Anche dal re d’Ungheria si domandavano mille cavalli per la difesa del Friuli, né si lasciava di rinnovare premurosamente la domanda dei sussidi turchi. (1) … segue

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.

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