Ludovico Manin Doge CXX 1/3. – Anni 1789-1797

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Sala dello Scrutinio. Girolamo Prepiani. Ritratto di Ludovico Manin

Ludovico Manin Doge CXX 1/3. — Anni 1789-1797 (a)

Parecchi erano gli aspiranti al seggio ducale: Benedetto Giovanelli, Nicolò Erizzo, Francesco Pesaro, Pietro Vittore Pisani, Alvise Tiepolo cavaliere, Nicolò Contarini, Pietro Gradenigo, Lodovico Manin. Contro ai quali tutti si levarono opposizioni, o per la fresca nobiltà, come al Manin, o per la deficienza del censo, o per le qualità personali. Proposti anche il cavaliere Girolamo Ascanio Giustiniani, Pietro Zen e Sebastiano Mocenigo, allora podestà di Verona, il primo prescelse di condur vita privata, il secondo era avversato dal fratello Marco, l’ultimo aveva contro di se la pubblica opinione.

Non mancarono quindi brogli ed abusi, sicché gli Inquisitori di Stato si videro costretti, a por modo al disordine, di pubblicare solennemente nel Maggior Consiglio le leggi vigenti contro il broglio, per cui, da ultimo, liberamente, fu eletto, il 9 marzo 1781, Lodovico Manin, cavaliere e procurator di San Marco, che contava sessantasei anni di età, uomo che aveva sostenuto, con grande sua lode, molte importanti magistrature c varie straordinarie deputazioni.

Il suo avvenimento al trono fu quindi grato al popolo, ma il popolo non si avvide che in lui mancava il vigore dell’animo e l’ingegno valevole ad affrontare le difficili condizioni dei tempi.

Difatti le nuove idee diffuse dai sedicenti filosofi di Francia preparavano quel sommovimento di regni, quella burrasca terribile, che prima pose a soqquadro la Francia stessa. Le quali nuove idee si erano introdotte anche in Venezia, sicché, come per la Europa universa, una smodata, anzi fescennina libertà vi regnava in riguardo alla religione, alla morale, alla politica, anzi in tutto; e senza qui tessere la storia lacrimata dei mali che qui e qua partorirono le nuove idee, i rotti costumi, il poco o nullo rispetto alla religione ed alla regia podestà; ne tampoco narrando l’iliade dolorosa che la Francia sconvolse, la descrizione della quale, fatta in Senato dall’ambasciatore Cappello da là ritornato, metteva negli animi tutti degli ascoltatori l’aborrimento più fiero, e il convincimento, però falso, che poco potesse durare quello stato di cose: e per quanto, in generale, tutte le corti di Europa si mostrassero spaventate dei progressi di quella rivoluzione, e degli eccessi inuditi a cui correva più sempre, la condizione delle cose era tale, che non acconsentiva di prender pronta e vigorosa alleanza, diversi essendo i pensieri ed occupate altrove le forze.

Nulladimeno, acquetate le guerre fra Austria e Russia contro la Porta, e poi quelle delle medesime inverso la Prussia, pensavano i vari principi dell’Europa di stringersi in lega, per farsi a fronte della rivoluzione francese. Ma alcuni erano tuttavia incerti, come Leopoldo d’Austria; altri armavano, ma senza ancora uno scopo, come Spagna; sicché il primo vietava perfino l’ingresso nei propri Stati al fratello dell’infelice re Luigi XVI, il conte d’Artois, il quale giungeva a Venezia alla fine del marzo 1791, in compagnia del re e della regina di Napoli, e vi si recavano anche il granduca e la granduchessa di Toscana coi figli, e l’arciduca governatore di Milano con la moglie.

A questo numeroso convegno di principi in Venezia fu attribuito un fine politico, sicché poco appresso lo stesso Leopoldo, mutato pensiero, acconsentì finalmente di abboccarsi a Mantova col conte d’Artois, ed in Pavia cominciò a dimostrarsi avverso alla Francia, perché la plebe e i giacobini divenivano più sempre potenti, il partito moderato oppresso e minacciata la famiglia reale.

E poiché le cose del re Luigi di dì in dì peggioravano, e le armi rivoluzionarie comandate dal generali Dumouriez e Custine, vittoriavano nel Belgio e nella Germania, la Repubblica trovava motivo di applaudirsi dell’abbracciato suo sistema di neutralità, e di non aver dato ascolto alla proposta del Piemonte, quella, cioè, di unirsi in lega con esso, con l’imperatore, col papa, col re di Napoli e la Spagna. Per cui stabiliva di tenersi sempre ferma nel suo proposito: e già i savi del collegio, divenuti quasi il solo Consiglio dirigente la politica dello Stato, si avevano tolto il quasi totale maneggio degli affari, e dei dispacci e delle informazioni, che, giusta il sistema governativo, lor pervenivano o dagli ambasciatori, o dagli stessi inquisitori, comunicavano al Senato quelli soltanto che da essi erano reputati opportuni, e in quella misura che più rispondeva alle loro vedute particolari, di non uscire dalla voluta neutralità, e alla segretezza da certe informazioni o proposizioni richieste.

Nel frattempo a por fine alla guerra con le potenze barbaresche, la Repubblica, alla insaputa del generalissimo Angelo Emo, incaricava il Condulmer di trattare egli stesso la pace coi Tunisini; poiché si pensava che l’Emo preferisse a questa l’attività della guerra per ottener gloria, a discapito anche del pubblico erario, e contro la via che voleva la Repubblica tenere allora che l’Europa tutta si metteva in arme. Preso da dolore, e da sdegno, all’udirne la nuova, l’Emo, caduto infermo si riduceva a Malta. Sbarcato alla Floriana, e sceso alla casa del console veneto Pucielque, prendeva una pozione per imbarazzarsi dalla bile lo stomaco; ributtava moltissimo: soccorso, si rimetteva; ma poco appresso alzatosi dal letto per vedere una manovra che far doveva la sua nave, la Fama, colto da sincope, moriva il dì primo marzo 1792. Imbalsamato il suo cadavere, e resi a quello, dai cavalieri di Malta, in modo solenne gli ultimi onori, veniva deposto sopra la detta sua nave per essere trasportato a Venezia.

Splendidissime pompe funebri si tributavano alla sua memoria dalla Repubblica, prima nella Basilica di San Marco, ove ne recitava l’elogio Ubaldo Bregolini, pubblico professore di sacra eloquenza e di civile diritto; poi nella scuola grande di San Marco, dalla quale fu tradotta la salma nel tempio di Santa Maria dei Servi, ove gli si fece scolpire dalla famiglia un monumento decoroso, trasportato poi, alla soppressione di quella chiesa, a San Biagio, nel mentre che la Repubblica ordinava un cenotafio ad Antonio Canova, che ripose, ed ancora si conserva, nelle sale d’armi dell’arsenale.

Per evitare poi ogni spiacevole incontro, in relazione al piano adottato di neutralità, si richiamava la squadra dalle acque di Malta ai paraggi di Corfù e nel Golfo a tutelare soltanto i propri domini; fu negato, alle istanze del residente toscano e del l’ambasciatore cesareo, di assumere la protezione delle coste della Toscana e della Romagna; infine dimostrazioni si davano di amicizia alla Francia, accogliendosi con buon viso gli scritti e gli inviati di essa. Nulladimeno, in mezzo a tutte le cure per conservare la buona intelligenza con la Francia stessa, erano inevitabili alcuni fatti, valevoli a destare in questa il sospetto di una maggior deferenza della Repubblica verso l’imperatore, favorendone gli interessi, massime nel passaggio di truppe, che, in virtù di antichi trattati, si avviavano per la via di Campara dal Tirolo nella Lombardia.

Al prosperare però delle armi franche in Savoja, il savio Francesco Pesaro, con tutto lo zelo, sollecitava il Senato di prendere alcuni provvedimenti atti ad allontanare la guerra dai veneti Stati, e valevoli ad impedire qualsifosse danno o molestia che ne avrebbero sofferto, per le scorrerie delle armate belligeranti. Ma ad esso opponevasi l’altro savio Zaccaria Valaresso, dimostrando, che per la stagione avanzata (ottobre 1792), non poteva temersi che i Francesi valicassero le Alpi, sprovveduti come erano e male armati; sperar quindi fondatamente che alla nuova stagione si sarebbero cangiate le cose in Francia, non potendo di quel modo proseguire; inutile quindi e gettata ogni spesa, la quale dovrebbe cadere a peso dei sudditi, scudo esausto l’erario.

Invano replicava il Pesaro, sostenuto dall’altro savio Francesco Calbo; che prevalse in Senato l’opinione del Valaresso, per cui la neutralità disarmata fu statuita a grande maggioranza.

Le notizie di quei giorni inviate al Senato dall’ambasciatore a Vienna, Agostino Garzoni, lo confermava più sempre nel suo proposito. Imperocché egli, il Garzoni, riferiva, che poco assegnamento poteva farsi sulla lega italica; non essere altrimenti vero che il papa fosse disposto a fornire al re di Sardegna due milioni di scudi; mostrarsi inclinato il re di Napoli di obbliare i trattati, pensando piuttosto ai propri interessi; Genova stare alle vedette, per inchinarsi al vincitore; il granduca di Toscana, in fine, tutto vólto alle cose proprie, essere partito da Vienna, amareggiato col fratello per discrepanza di opinione intorno alla guerra attuale. Le quali cose tutte inducevano il Senato a rimaner fermo nel divisamento già preso; per cui all’invito nuovamente fattogli dall’imperatore di entrare nell’alleanza, replicava, il 17 novembre 1792, volersi rimanere neutrale.

Era adunque scusabile allora la Repubblica, per le circostanze accennate, se si teneva lontana da ogni impegno con principi, o non ben fermi nei loro pensieri, o curanti soltanto delle cose lor proprie: non fu poi degna di scusa allorquando gli avvenimenti incalzando, mostrarono al tutto fallace l’idea preconcetta, quella cioè, che la rivoluzione di Francia non potesse reggersi, e dovesse di conseguenza procurare quei mali all’Europa universa che per il fatto recò. Doveva in seguito veder la Repubblica essere suprema necessità provvedere ai suoi casi; esser tempo di pararsi armata a qualsisia accadimento. La mala fede dei mestatori di Francia, la niuna legge da essi seguita, il loro amor di rapina, gli inganni, le frodi, il portar che eglino facevano in trionfo la irreligione e la crudeltà più efferata, erano luculentissime prove di quanto poteva da essi aspettar la Repubblica.

Nel frattempo, antecedenti trattati, prossimità di confini, certa propensione ancora all’Austria, governo regolato e stabile, e la tema d’irritare la nuova potenza francese, rendevano più sempre oscillante il procedere della Repubblica; la quale, abbracciata una politica incerta, che é la peggiore di tutte, finì col disgustare ambedue le parti.

Seguendo tale partito dannoso, concedeva il Senato, nel gennaio 1793, agli imperiali un trasporto di viveri da Trieste a Goro sul Po, e la estrazione di una certa quantità di avena e di grano, nel tempo stesso che doveva porre ogni studio per non rompere le sue buone relazioni con Francia. Anzi accadeva, e per il ritiro dell’ambasciatore Alvise Pisani da Parigi, e per la condotta del residente veneziano a Napoli, Fontana, verso il Makau, inviato là dalla Francia, e per certi danni, che diceva l’Henin, incaricato d’affari francese, causati da un bastimento veneto ad una tartana francese a Messina, che si moveva forte lagno alla Repubblica; la quale, sempre incerta, si mostrava pusillanime, rispondendo sommessamente al richiamo, ed ingiungendo, per sopra più, a tutti i ministri, trattare con ogni possibile riguardo verso i Francesi.

Intanto l’Henin presentava in Senato, il 22 gennaio 1793, le sue credenziali comi; incaricato d’affari del nuovo Consiglio esecutivo provvisorio della Repubblica francese, e ciò dava motivo di grande imbarazzo e di viva discussione in Collegio, se o meno si doveva accettare; temendo da un lato disgustar le potenze coalizzate, dall’altro romperla col nuovo governo di Francia. Finalmente fu riconosciuto; e di ciò si dava notizia agli agenti veneti presso le corti tutte di Europa, raccomandando loro di esporre la cosa in guisa da non alterare la buona intelligenza di quelle con la Repubblica.

Ma nel medesimo tempo accadeva a Parigi quella tragica scena, che inorridì l’universo, e farà rabbrividire ogni anima bennata ogni qual volta scorrerà le pagine della storia esecrata, vale a dire, la morte dell’innocentissimo e pio Luigi XVI, tratto come reo sul palco infame, il 21 gennaio 4793. La quale notizia pervenuta che fu a Venezia empiva d’indignazione e di raccapriccio i senatori, che ne furono commossi lino alle lagrime. Questo iniquissimo fatto dava nuovo motivo di calde discussioni in Senato, volendo alcuni, tra i quali Angelo Querini, che si richiamasse l’ambasciatore a Parigi, Pisani, allora a Londra; altri che si conservasse la buona armonia con quella potenza, divenuta ormai formidabile. Prevalendo quest’ultimo partito, fatto più animo l’Henin, richiese di poter esporre sulla porta del palazzo dell’ambasciata lo stemma della Repubblica francese, e gli fu accordato.

Però, nel mentre che molti fra i nobili, spaventati alle notizie dei sempre crescenti eccessi della democrazia in Francia e delle vittorie delle sue armi al di fuori, parlavano con orrore di quei fatti; altri, per lo contrario, inchinevoli alle idee nuove, tacitamente estendevano, ed in particolare nella Terraferma, il fomite della rivoluzione.

Per quanto operasse poi l’Europa collegata, coi suoi eserciti numerosissimi, a por freno all’onda irruente delle armi francesi, a nulla riuscì; che queste ovunque vittoriavano, e in quel generale trambusto la sola Venezia, rimasta tranquilla, non dava motivo alcuno che contro di essa si rivoltassero le ire francesi. Nulladimeno però, quando per uno e quando per altro futile pretesto, sorgevano lagnanze, le quali ponevano in grave impaccio il Senato, e massime allora, che venuto come nuovo incaricato d’affari della Repubblica francese certo Noel, uomo inquieto, sedizioso ed immorale, e che la vittoria pareva arridere alle armi alleate, scorgendo costui certa irresoluzione esser sorta negli animi dei senatori, insisteva, con lunghe note, appo il Senato, di doversi dichiarare apertamente, per non incorrere in danni gravissimi. Ma il Senato, sempre irresoluto, non osava né di accettare il Noel, né di impulsarlo, nel mentre assicurava volersi tenere nell’abbracciato sistema di neutralità; ed in tal modo disgustava il Noel, il quale partiva per alla vòlta di Parigi, ove giunto contribuì non poco ad indisporre contro Venezia il Comitato di salute pubblica, che solo regolava le cose interne ed esterne in Francia.

E come doveva la veneziana Repubblica stare a fede nelle parole di colui e di altri suoi pari, di amicizia con Francia, se intanto per tutti i di lei Stati giravano emissari, i quali serpeggiar facevano le idee di libertà nuova e di ribellione? Come poteva ella rimanere testimonio impassibile dei fatti che vedeva altrove accadere, che accadere vedeva fin entro del proprio dominio?

Già il Wolsey, residente inglese a Venezia, manifestando al Senato le mene degli emissari francesi onde sconvolgere più sempre l’Europa, lo sollecitava a licenziare l’incaricato francese Jacob, promettendo, ad ogni evento, il soccorso della flotta inglese: ed il re di Napoli, anch’esso, stimolava la Repubblica di prender parte alla lega. Ciò tutto metteva in nuovi e più gravi pensieri il Senato, non ben sapendo a quale partito attenersi, molte essendo le ragioni che militavano a favore si dell’uno che dell’altro. Era bisogno allora di un ingegno possente atto a trovare il bandolo di sì intralciata matassa, atto a scongiurare la minacciata procella; e questo mancava. Ed ancorché vi fosse stato, chi mai ne sa dire se avesse potuto torsi da quel labirinto?

Tuttavolta Francesco Pesaro orava caldamente in Senato, nell’aprile 1794, dimostrando essere necessario più che mai di presidiare lo Stato con l’armar genti e con il munire le piazze, onde impedire l’irrompere delle truppe straniere, e rendere in pari tempo forti le autorità locali, contro chi osasse spargere le idee rivoluzionarie, tenendo, per cota1 modo, obbedienti e tranquilli i popoli. Si opponevano al Pesaro, Filippo Calbo e Girolamo Zulian, considerando non doversi ora scontentare i sudditi gravandoli delle spese di guerra; essere impossibile ottenere, in quei generali commovimenti, un valido condottiere d’armi; impossibile adunare, allestire, addestrare così subitamente un corpo di milizie nazionali; impossibile ottenerne al di fuori, avendone ciascun principe per sé stesso bisogno supremo. Questi argomenti non valsero però a far sì che la proposta del Pesaro non fosse presa con centodiecinove voti, contro sessantasette, per cui il Senato decretò, in cinque diverse sezioni, tenute nel maggio e nel giugno 1794, il richiamo di truppe d’ogni arma dalla Dalmazia, onde spedirle in Terraferma. Si ordinarono poi leve di fanti slavi, di craine nell’Istria, di cernide nelle provincie, recando a numero i reggimenti; affidata fu alla squadra la tutela del Golfo; disposto il riattamento delle fortezze, ed in fine si procurò i mezzi di sussidiare 1’erario. Senonché questi provvedimenti presi dal Senato non ottennero il pieno loro effetto, imperocché, incaricato il Collegio, questo, che per la massima parte persuaso non era della deliberazione statuita, lentamente soltanto e di mala voglia si prestò all’adempimento del suo mandato, non curando i continui richiami da porte dei Francesi, e le moltiplicate richieste, or di passaggio, or di provvigioni dal lato degli Austriaci; cose tutte che più sempre mostravano i pericoli della Repubblica, ed il fine funesto a cui andava incontro, la mercé della pusillanimità, della ostinazione, e dicasi pure, della mala fede di alcuni fra i principali senatori.

Nel frattempo accadeva, che il conte di Lilla (Luigi XVIII), costretto a partire dal Piemonte, domandava al Senato temporario soggiorno in Verona, e questi credette accordarglielo. E quantunque si avesse ordinato a quel podestà di trattarlo con riguardo bensì, ma senza alcun seguo esteriore, che dar potesse sospetto a politiche mire, nondimeno ciò spiacque all’incaricato di Francia, che prese argomento di farne rimostranza non solo, ma eziandio di muover lagni infiniti, intorno al contegno della Repubblica, massime in riguardo dei fuorusciti francesi, i quali erano accolti, diceva colui, e favoreggiati da essa. Domandava quindi reintegrazione; domandava che il governo spiegasse chiaramente, nettamente, intorno alla neutralità che pretendeva mantenere, altrimenti minacciava partire.

Il Senato, a quei lagni ed a quella protesta, rispondeva secondo gli dettava l’assunta sua pusillanimità; e gli inquisitori frattanto raddoppiando la vigilanza loro sui forestieri, che molti e sospetti affluivano allora a Venezia, riceveva in pari tempo, dagli ambasciatori alle corti straniere, frequenti notizie intorno agli avvenimenti che accadevano in Francia, e intorno alle condizioni degli eserciti alleati. Dalle quali notizie rilevava principalmente, essere intenzione dei Francesi, non attaccare direttamente in Repubblica, ma di eccitarvi tumulti, e da questi cavato pretesti per muoverle guerra; al quale fine avevano già compre od allucinate molte persone di ogni classe, e particolarmente fra quelle stesse dalla Repubblica incaricate a scoprire le trame francesi. Ma, anche a questi avvertimenti non si diede dai savi, sia per l’uno o per l’altro motivo, tutta la importanza che meritavano, quantunque i fatti che diuturnamente seguivano nel Piemonte, in Napoli, in altri luoghi, manifestassero più sempre le mire e l’animo di quei fedifraghi sovvertitori di ogni ordine e ragione.

Perveniva frattanto a Venezia, siccome nuovo ambasciatore francese, il Lallement; ed il Senato, ad onta dei consigli del ministro inglese Wosley, al suo presentarsi in Collegio, ed alla studiata dichiarazione di amicizia che egli fece del suo governo verso la Repubblica, dopo molte discussioni, lo accettava. Ed egli, continuando a mostrarsi apparentemente in buona relazione con la Repubblica, questa più sempre si laudava della condotta da lei prescelta; tanto più quanto che, caduto il governo del terrore in Francia, sembrava che le cose dovessero prendere miglior via. Le vittorie intanto delle armi francesi su quelle degli alleati, la loro occupazione di una parte della riviera italiana verso Ponente, ed i loro progressi sino a Finale, dimostrarono quale era l’intento a cui miravano, quello cioè di penetrare nel Piemonte. E già il re di Sardegna si preparava alla difesa, quantunque ridotto allo stremo, perduti i baluardi delle Alpi, esausto l’erario, temente di scontentare vieppiù i sudditi con nuovi balzelli.

Sennonché l’aderire che faceva ai Francesi Ferdinando granduca di Toscana, e la pace dal medesimo con essi conchiusa il 9 febbraio 1795, dava nuovo impulso alla Repubblica Veneziana di seguirne l’improvvido esempio; e tanto più vi s induceva, in quanto che, dai dispacci di Rocco Sanfermo, spediti da Basilea, veniva in cognizione il Senato, che si maneggiava segretamente la pace tra Prussia e Francia; e questa poi volgere i suoi pensieri all’Italia, disegnando di olandizzare, come quei mestatori dicevano, i veneti Stati. Altri dispacci del Sanfermo medesimo, e di Giuseppe Maria Giacomazzi, da Torino, confermavano le mire dei Francesi; l’ingrossarsi delle loro truppe in terra ed in mare ; i loro disegni, non più occulti, di stabilire i confini della Francia dai monti, dal mare, dal Reno, per cui compiere meditavano dare compensi al re di Sardegna, al granduca di Toscana ed alla Repubblica di Venezia.

A queste notizie il Senato convocò tosto i savi del collegio, anche usciti, per discutere sull’argomento, e trovar modo di rendersi benevola la Francia. Raccoltisi quindi a consulta, fra le molte e discordanti opinioni prevalse quella di spedire un nuovo inviato a Parigi, affine di rannodare la corrispondenza diplomatica, interrotta per lo ritiro dell’ambasciatore Pisani a Londra: ed a cotale ufficio si eleggeva il cav. Alvise Ouerini, savio di Terraferma. A motivo poi di varie contingenze, la sua partenza veniva ritardata, e più ritardato ancora il di lui giungere alla sua destinazione, sicché non giunse a Parigi che il 25 luglio 1795.

Bene accolto e festeggiato, si presentava cinque giorni appresso all’assemblea nazionale; ed al discorso da lui pronunziato, tutto asperso di lodi, e dimostrante il vivo desiderio di conservare perfetta armonia fra li due Stati, il presidente Reveillére Lepecaux, rispondeva con pari lodi e sentimenti pari a quegli esposti dal Querini; sicché all’annunzio di quello splendido ricevimento, se ne compiacevano, in particolar modo, i savi del collegio, non curando gli avvisi del Sanfermo.

Anzi, avendosi conchiuso il 5 aprile 1795 la pace fra la Francia e la Prussia, seguita poco appresso da quella colla Spagna; lagnandosi acerbamente l’Austria del contegno tenuto in quella occasione dal Sanfermo stesso, che diceva avere spiegata manifesta parzialità pei Francesi e pei Prussiani; maneggiato a Torino per staccare quel re dall’alleanza; ed accolto l’inviato spagnolo in sua casa, fu, ad istanza dell’Austria stessa, richiamato il Sanfermo. Il quale, venuto a Venezia, rientrava nel suo posto di segretano del Senato, ed ebbe inoltre il delicatissimo ufficio, che metteva in sua mano la cifra, e quindi ogni segreto dello Stato; ne si ha indizio alcuno che fosse disapprovato il contegno che egli tenne in Basilea.

Ed appunto perché il richiamo del Sanfermo seguì, per soddisfare all’ Austria, dispiacque alla Francia, la quale domandava, dal canto suo, altra più importante soddisfazione, quella cioè di licenziar da Verona il conte di Lilla. Questi, a vero dire, aveva dato motivo di gravi considerazioni alla Francia; perché, dopo la morte del figlio di Luigi XVI, si aveva fatto riconoscere, in Verona, dai suoi aderenti, siccome re; e quantunque la cosa avvenisse nell’interno della sua abitazione, pure si seppe velatamente per le esterne dimostrazioni che vennero fatte, e che da molte parti pervennero a cognizione della Repubblica. La quale vie più sempre imbarazzata, andava tuttavia differendo nel risolversi di licenziar da Verona il conte di Lilla, sperando che le cose in Francia prendessero altra piega, pei tentativi realisti che colà stavano per scoppiare.

Ma questi si sventavano, a cagione di un nuovo rivolgimento colà accaduto; nel quale, dato di piglio alle armi, vinse, per opera del giovane Bonaparte, il partito moderato, sicché fu ristabilito l’ordine, e con l’ordine ebbe nuova regolazione l’esercito; affidandosi il comando di quello d’Italia al Bonaparte medesimo.

Quindi il 25 gennaio 1796 si presentò Lallement al Senato veneziano, annunziando l’istituzione del Direttorio esecutivo in Francia, e, porgendo la credenziale per risiedere a Venezia nella qualità di ministro, assicurava essere il nuovo governo disposto, non meno del precedente, a conservare con la Repubblica ottima intelligenza ed amicizia.

Ma con l’avanzare delle truppe francesi in Piemonte, e poi in Lombardia, le cose avevano a mutare di molto. Ma la guerra più viva che mai, che si combatteva tra la Francia e gli Imperiali, dava continuo soggetto a timori e speranze. I Francesi, infervorati nell’idea della conquista della riviera di Genova, l’acquisto della quale avrebbe loro aperto le vie dell’Appennino e dell’Italia, con nuovo ardire, pervenivano a superare parecchi luoghi importanti, onde ne avvenne la famosa battaglia data a Loano; nella quale i Francesi, capitanati dal generale Massena, vittoriavano, e si rendevano padroni di tutta la riviera di Ponente; sicché all’aprirsi del novello anno 1796, quando il generale Scherer consegnava al giovane Bonaparte il comando di quell’esercito valoroso, dir si poteva che gli consegnava eziandio la chiave dell’Italia.

Ad ingannare vie meglio, e a porre in grave imbarazzo la Repubblica, il 17 febbraio 1796, il Lallement annunziava al Senato la discesa in Italia dell’esercito francese, con lo scopo, diceva egli, non di conquistarla, ma sì di renderle la pace e la libertà, turbata e manomessa dalle orde austriache. Aggiungeva però, che nel mentre i Francesi trattavano i Veneziani come fratelli, in quella vece, questi operavano diversamente con quelli, ciò lo dimostrava, diceva, il concesso passaggio delle armi nemiche pel territorio di Venezia, il tollerato domicilio in Verona del preteso re di Francia, l’adunarsi colà dei suoi aderenti ed armati, la indifferenza mostrata nel lasciare da Trieste navigar per il Golfo truppe destinate per la Corsica o per la costa di Genova; nel lasciare scorrer l’Arcipelago, e lungo le coste dell’impero ottomano, sotto paviglione veneto, oltre cinquanta bastimenti equipaggiati da Greci e dipendenti dalla Russia, senza prevedere che nel caso di rottura tra quei due imperi, la maggior parte di quei legni comporrebbe una flottiglia russa su quei mari e paraggi. Né qui finiva il Lallement, ché si lagnava anche dei tanti fuorusciti che venivano accolti nella capitale, festeggiati, ricevuti in tutte le case, distinti nelle pubbliche solennità, mentre si sfuggivano, si escludevano i veri Francesi, domiciliati in Venezia e viaggianti, quasi fossero uomini sospetti: si lagnava degli articoli ingiuriosi, calunniosi, falsi, che venivano inseriti nella gazzetta intitolata Notizie del mondo, la quale non si pubblicava senza prima essere stata sottoposta a revisione; e finiva col ricordare tutte queste cose, onde la Repubblica evitasse ogni disturbo; sollecitando, da ultimo, che si dovessero prender misure di prudenza, secondo domandavano le circostanze, e in modo da dimostrare che Venezia assecondava, senza ambagi, lo scopo salutare che prefisso si era la Francia.

Molte e disparate considerazioni però facevano tentennar l’animo del Senato, non ben sapendo a qual partito appigliarsi. Da un lato, le antiche convenzioni con l’Austria, in sua preponderanza in Italia, la prossimità dei confini con essa; poi la dubbia fede dei Francesi, lo scopo della loro invasione in Italia, non più occulto, i fatti che si andavano svolgendo diuturnamente: dall’altro lato i progressi sempre maggiori in Italia delle loro armi, l’influenza dei loro principi sovversivi di ogni governo, diffusi in cento modi e per ogni guisa, dimostravano tutte queste cose essere qualunque partito determinativo, ruinoso; quello essere migliore a seguirsi del destreggiare ed attendere.

Per tanto rispondeva il Senato alla nota di Lallement con lo assicurarlo della più sincera corrispondenza ed amicizia; giustificando, in pari tempo, il passaggio delle truppe austriache, come degli altri appunti fattigli; e circa al soggiorno del conte di Lilla in Verona, aver già date a Parigi dilucidazioni opportune, ed ordinato poi l’arresto del compilatore ed editore della gazzetta accennata. Il Lallement soddisfatto rimase della risposta, e sì, che domandò egli stesso la liberazione del gazzettiere, onde pareva che fosse, per il momento, ogni vertenza appianata.

Ma le lusinghe che nutriva il Senato in riguardo al buon effetto degli schiarimenti spediti a Parigi, sul soggiorno del conte di Lilla a Verona, non si verificarono; perché si diede colà aperti segni di scontentamento, e le gazzette ne pubblicarono, con larghi commenti, il disgusto. Quindi, ad onta che gli inquisitori di Stato avessero provveduto perché a Verona non fossero fatte pubbliche manifestazioni in favore del conte di Lilla, e questo poi avessero avvertito di condursi prudentemente, onde evitare ogni motivo di osservazioni e censure, cionondimeno tanto non bastò al governo di Francia. Il quale fece intendere all’ambasciatore Querini a Parigi, non essere conveniente per assoluto, che il conte di Lilla trovasse più stanza nei veneti Stati. Questa difficoltà, ed altre suscitatesi allora, ponevano la Repubblica in condizione scabrosa, circondata com’era da nemici minacciosi da tutte parti elie, affettando ancora amicizia nell’apparenza; attendevano solo il momento propizio per sovvertirla.

Giunto quindi a Venezia il dispaccio del Querini, recante i pensieri e le voglie del governo francese, si conturbava grandemente il Senato, e la cosa appariva tanto più grave, in quanto che era pervenuto avviso agli inquisitori, che nel caso di risposta negativa, circa l’allontanamento del conte di Lilla dai veneti Stati, all’ambasciatore Querini sarebbe stata intimata, entro ventiquattro ore, la partenza da Parigi.

Portata adunque in Senato l’ardua deliberazione, quantunque Francesco Pesaro orasse caldamente in favore del principe che volevasi espulso, per le opposizioni fatte dai savi Alessandro Marcello, Nicolò Foscarini e Pietro Zen, veniva preso, con centocinquantasei voti contro quarantasette, l’allontanamento del conte di Lilla, delegandosi l’esecuzione agli inquisitori di Stato.

Spedito a Verona il segretario Giuseppe Gradenigo, fu incaricato il marchese Callotti della difficile missione. Ed egli la compieva con tutta delicatezza e riguardo. Gli rispondeva il conte, che la forza sola poteva farlo partire, ma che innanzi, ad ogni modo, esigeva due condizioni. La prima, cioè, che gli fosse spedito il libro d’oro, onde, di sua mano, cancellare il nome della sua famiglia ivi registrato; la seconda, che gli fosse restituita l’armatura, che l’avo suo, Enrico IV, donò alla Repubblica. Incaricato poi il Callotti medesimo, dal podestà di Verona, Priuli, protestava al conte, a nome del governo, contro le parole da lui espresse: ma egli rispose, non ricever proteste da alcuno; confermare il già detto, dimenticar non potendo di essere re di Francia.

L’altera risposta, inconveniente sotto ogni riguardo, era seguita dal divisamento di colà rimanere; ma essendo egli vigilato gelosamente, minutamente, prese alfine il partito di partire, inviando una lettera al ministro plenipotenziario di Russia a Venezia, Mordinoff, nella quale, intitolandosi Luigi re di Francia e di Navarra, lo avvertiva della sua partenza da Verona, seguita il 20 aprile 1796, incaricandolo di far cancellare il suo nome nel libro d’oro, e di farsi restituire l’armatura di Enrico IV.

Il Mordinoff infatti si presentava al collegio il 22 giugno susseguente per compiere non solo il mandato ricevuto, ma anche per dolersi, a nome del suo governo, del fatto accaduto: ma il Senato, il 2 luglio, rispondendo ai richiami da lui esposti, diceva di avere già scritto in proposito alla corte di Russia, e non poter sotto ogni riguardo, appagare alle domande del conte di Lilla. I maneggi dell’inviato a Pietroburgo, Venier, ed i nuovi avvenimenti, valsero a far sì che fosse posta in silenzio la disgustosa faccenda.

Fatalmente però, per quanto la Repubblica si piegasse alle esigenze francesi, non le riusciva mai di soddisfare quegli animi turbolenti e ambiziosi, ed a scongiurar la procella che più sempre le rumoreggiava dintorno.

Difatti, Bonaparte giungeva a Nizza il 20 marzo 1796, e tosto prendeva l’offensiva contro le armi confederate dell’Austria, alla cui testa si era sostituito al Devins, il vecchio generale Beaulieu. A Montenotte, ove si trovava la massa delle forze francesi, mandate da Bonaparte, accadde quella feroce battaglia, nella quale, rotti interamente gli Austro-Sardi, ebbe inizio la lunga serie di allori, che fregiarono poi il capo dell’uomo fatale. Quindi vittoriava egli a Millesimo e a Dego; forzava Beaulie a ritrarsi precipitosamente fin sotto i bastioni di Torino; batteva il generale Colli a Ceva; lo fugava a Mondovì; prendeva Cherasco, ove il 28 aprile segnava una convenzione col re di Sardegna, con la quale esso re cedeva la Savoia e Nizza, le fortezze di Cuneo, Ceva, Tortona ed Alessandria, od in luogo di questa Valenza, ed altri patti accordava, avvilendosi. Staccato dalla lega il Piemonte, Bonaparte passava subitamente il Po a Piacenza, e il dì 8 maggio 1796 già invadeva il territorio milanese, sicché pochi giorni appresso il duca di Parma segnava a dure condizioni un armistizio; ed il generale Beaulieu era costretto a ritirarsi precipitosamente sull’Adda.

Tante splendide vittorie, e sì rapide, colpirono d’altissima meraviglia e spavento l’Italia, che già vedeva non solamente combattere in favore di Bonaparte le invitte sue armi, ma anche il favore dei popoli, suscitati dalle idee di libertà, da cui si faceva precedere. E più sempre si dilatavano le illusioni e il fanatismo degli Italiani al moltiplicare delle vittorie francesi, a cui resistere nullo argomento valeva.

Intanto Milano stesso, minacciato da Bonaparte, dava a temere non fosse per allargarsi l’invasione anche nelle terre della Repubblica, confinanti con la Lombardia: ed in mezzo a tutto questo spavento, le terre stesse lasciate fino allora in abbandono, senza presidio ed altri argomenti di difesa, non era speranza, all’avvenienza temuta, salvarle.

Scossi tuttavia i savi alle notizie degli imminenti pericoli, nominarono in Senato, il 12 maggio, un provveditor generale in Terraferma, affinché dovesse, fra le altre cose, conservare la tranquillità, accorrere prontamente dovunque il bisogno lo richiedesse, rendere inteso il Senato di ciò tutto accadeva, prendere, in fine, quelle deliberazioni che fossero trovate opportune. Il cav. Nicolò Foscarini, eletto a tal carico, non era tale da corrispondere all’uopo, quantunque, a dir giusto, le condizioni in cui si trovava mal forse potevano superarsi con lode da alcun altro. Perciò alle domande da lui fatte al Senato, o di un generale atto al bisogno, o di armi e munizioni valevoli a porre in istato di difesa le piazze, e massime quella di Verona, nulla risposta ottenne, tranne le esortazioni a destreggiare, e tentar tutte le vie di conciliazione.

Nel frattempo le armi di Francia avanzando più sempre nella Lombardia, entravano in Milano, e le truppe austriache a combatterle continuavano a passare per il territorio veneziano, senza che la Repubblica potesse loro impedire che occupassero la fortezza di Peschiera; come non poté impedire che Bonaparte entrasse a Brescia; sì le une che l’altro non curandosi delle proteste del Senato e di quelle del provveditore Foscarini; il quale ultimo anche si lagnava delle violenze commesse dai Francesi in Crema ed altrove.

Presa Peschiera poi da Bonaparte, e fugata l’oste austriaca fin verso il Tirolo, era suo divisamento snidarla anche da Mantova, la sola piazza che all’Austria rimaneva in Italia. Pertanto credette opportuno l’occupare anche Verona, ed egli, abusando della buona fede, con falsi pretesti, con minacce e violenze, la occupò. … continua (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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