Una manipolazione delle “balote”, la “jotonia” (coglionata) di sier Giovanni Giacomo Bon

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Canaletto. Il Doge e il Gran Consiglio. Statens Museum for Kunst

Una manipolazione delle “balote”, la “jotonia (coglionata) di sier Giovanni Giacomo Bon

Durante la discesa in Italia di Carlo VIII per la conquista del Regno di Napoli, Firenze, che parteggiava per i francesi, assediò Pisa e altre città, la Serenissima, che contrastava i francesi, prese allora le difese dei pisani. Il giorno 19 agosto 1496 giunse alla Signoria una lettera, che avvisava del felice arrivo, al Porto Pisano, delle due galee inviate al provveditore Domenico Malipiero che stava a Pisa. Le due galee, comandate dal sopracomito Giovanni Giacomo Bon quodam sier Alessandro e Alessandro di Gotti da Corfù, erano state mandate per contrastare alcune fuste che impedivano i rifornimenti ai pisani.

Durò poco però il soggiorno a Pisa di Giovanni Giacomo Bon, il giorno 13 settembre il provveditore Domenico Malipiero ricevette una lettera dal Consiglio dei Dieci, con la quale si ordinava di arrestare il Bon, e di mandarlo via terra “in ferri et con bona custodia” a Venezia. Il Malipiero eseguì immediatamente l’ordine, fece arrestare il Bon che stava nella Bemba la sua galera, e lo spedì a Venezia, in compagnia di un gruppo di 8 balestrieri della compagnia di Soncino Benzon da Crema. Arrivato a Venezia il Bon venne interrogato e torturato nella sala del tormento, dove subì assai scassi di corda.

Il Bon era accusato di essere l’autore di una jotonia (coglionata), che costringeva i balotini a cambiare “le ballotte de no al si” (*), ma dopo 17 scassi di corda e gli indizi chiarissimi continuava a negare, anche quando venne portato davanti al ballottino Girolamo Frisco che gli disse sul muso: “Vui mi havete fato far”, ma lui continuava a negare, quasi fosse sincero.

Il giorno 18 settembre il Consiglio dei Dieci, con la zonta, emise il verdetto di condanna di sier Giovanni Giacomo Bon e di tre ballottini, il primo condannato come mandante, veniva confinato in perpetuo nella città di Famagosta nell’Isola di Cipro, e ogni giorno doveva presentarsi alle autorità locali, ed era previsto nella condanna che se rompeva il bando doveva essere preso e condotto a Venezia nella preson forte per un anno, e poi rimandato al confine, et hoc tociens quociens. I ballottini Girolamo Triuli e un Modesto, i quali portavano i bossoli con le balote, furono confinati in perpetuo a Retino; Girolamo Stella, il quale sapeva dei fatti ma non li palesò, fu bandito al confine per tre anni e mezzo a Capo d’Istria; un altro che era stato arrestato ma si dimostrò innocente venne rilasciato.

Il 28 dello stesso mese, veniva condannato anche Geronimo Frisco, il ballottino che portava i bossoli al Maggior Consiglio, e principale accusatore di Giovanni Giacomo Bon, egli venne confinato in perpetuo a Baffo (Pafo) nell’isola di Cipro, e ogni giorno anche lui doveva presentarsi presso al capitano di quel luogo, e qualora avesse rotto il bando doveva essere preso e condotto a Venezia, e rinchiuso in vita a pan e acqua nella preson orba.

Si concludeva così l’ennesimo e non ultimo caso di brogli nelle ballottazioni del Maggior Consiglio, ma la Repubblica sapeva vigilare, anche nel caso di coglionate. (1)

(*) I balotini (ballottini) erano coloro che raccoglievano i suffragi delle balotazioni (votazioni) del Maggior Consiglio e del Senato. Le votazioni si dicevano “a bossoli e balote”, e consistevano nell’inserire dentro dei bossoli, un verde e uno bianco, il verde per il no il bianco per il si, delle palline di stoffa (fatte dalle monache di San Girolamo).

(1) MARINO SANUDO (o Sanuto). Diari. Tomo I. Tipografia del commercio di Marco Visentini. Venezia 1879.

Bossoli o urne per le votazioni veneziane. Museo Correr. Da http://www.archiviodellacomunicazione.it

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