La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). I parte

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Mappa di Ferrara, Bologna e Romagna

La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). I parte

Premessa.

L’8 di agosto dell’anno 1503 moriva il papa Alessandro VI Borgia, il figlio Valentino mandava a Roma i suoi soldati sperando l’elezione di un papa a lui favorevole. Intanto gli Orsini e gli altri baroni romani si levarono in armi e recuperavano le loro terre sottratte dal Valentino.  Il 22 settembre venne eletto Francesco Piccolomini senese, diacono cardinale ed arcivescovo che assunse il nome di Pio III. Il Piccolomini sopravvisse sul soglio di Pietro solo ventisei giorni, decedendo per un’ulcera alla gamba, o, come sostenuto da alcuni, a causa di un veleno.

I Veneziani s’impossessano di alcune città della Romagna

In queste circostanze l’8 settembre del 1503 il Senato scriveva al rettore di Ravenna, intorno a certe pratiche già introdotte tra la Repubblica e varie città di Romagna, che se si potessero avere alcune terre del Valentino sarebbe bene accettarle, cominciando specialmente da Faenza, come la più importante, e che tirerebbe dietro a sé la dedizione delle atre; conferisse dunque con il capo delle fanterie e con Gianpaolo Manfroni per condur a termine quelle pratiche con ogni celerità, circospezione e segretezza; entrate che fossero le genti veneziane in quelle terre, alzassero le insegne di San Marco, promettendo buon trattamento al popolo, al quale si conserverebbero le antiche istituzioni, e si concederebbe per qualche tempo l’esenzione dalle gravezze, assumendo la Repubblica a proprio carico di pagare il censo dovuto alla camera apostolica.

Non tardava infatti il duca Guidobaldo d’Urbino di offrire sé stesso, la sua città e le fortezze alla Repubblica, e di mettere ogni cosa nelle sue mani, solo chiedendo un sussidio annuale di diecimila ducati obbligandosi dal canto suo a mantenere all’esercito cento uomini d’arme e centocinquanta balestrieri a cavallo. E così si maneggiava a Faenza, a Cesena ed altrove.

Lagnanze per ciò del nuovo papa Pio III, e giustificazioni dei Veneziani

Delle quali cose il papa si mostrava assai mal soddisfatto e già il primo suo Breve dava motivo di lagnanza ai Veneziani, i quali scrivevano al loro oratore in Roma; “credere quel Breve strappato al pontefice solo dalle importunità del Valentino, ricordasse Sua Santità i grandi meriti della Repubblica verso la romana sede, e come anche recentemente, quando il Vaticano era pieno d’armati che violentavano la nuova elezione, essa aveva mandato le sue genti in Romagna per divertirneli e lasciare che libera quella elezione succedesse, a ciò invitata anche dagli stessi cardinali che si trovavano oppressi; come già tutto tendeva a riordinarsi, rientrati i vari signori di Romagna al governo delle loro terre, quando il Breve papale mostrando disapprovare ciò che era avvenuto, aveva dato animo ad una turba di facinorosi di entrare armata mano in Rimini e commettervi orrori; volesse dunque per il bene universale non fare novità e continuare nell’antica amicizia della romana sede con il devotissimo popolo veneziano“.

Senonché non si poterono vedere gli effetti di tali pratiche, morto essendo Pio III il 22 ottobre dopo solo ventisei giorni di pontificato nell’età di poco più di sessantaquattro anni, e già una nuova elezione si preparava sotto la pressione del Valentino che era nel frattempo rientrato in Roma, mentre i Veneziani, continuando nell’incominciata via, attendevano con la massima celerità e sempre più indebolirlo, spogliandolo di mano in mano di tutte le città. Così ebbero Bertinoro, poi Fano e Montefiore, maneggiavano per ottenere Rimini ed Imola, “benché forse saria stato meglio per loro (nota il contemporaneo Priuli nella sua Cronaca) non prender ogni mosca che volava per l’aria; tanta era l’ambizione e cupidità di accrescere il dominio per loro beneficio, che veramente erano accecati in questa deliberatione, e vista la morte di questo Pontefice, volevano farsi signori di tutta la Romagna non considerando quello li potesse intervenire“.

Morte di Pio III ed elezione di Giulio II

Intanto si seppe si bene maneggiarsi il cardinale Giuliano dalla Rovere, uomo di molto ingegno, coraggio ed accortezza, che con generale sorpresa si trovò eletto il primo novembre al trono pontificale assumendo il nome di Giulio II. E fu questo un nuovo colpo per il Valentino, per la viva nemicizia che già era corsa tra esso Giuliano e suo padre Roderigo Borgia (poi Alessandro VI) mentre erano ambedue cardinali, né erasi poi estinta. Nulla di meno a principio tutto pareva inclinare a bene: il nuovo papa trasse con varie promesse il Valentino dal Castel Sant’Angelo ove si era ritirato, gli confermò tutti i suoi titoli ed onori, mostrava volersene fare valido appoggio: ai Veneziani altresì si mostrava assai benevolo, tanto che veniva chiamato comunemente il veneziano, ed egli se ne compiaceva.

Ma non tardarono ad insorgere le prime nubi, facendo il Papa chiaramente intendere essere sua ferma intenzione di riacquistare alla Chiesa tutte le terre di Romagna, non volere che in esse né Valentino né altri avesse stato alcuno, e di Faenza non volervi bastardi, alludendo agli sforzi che facevano i Fiorentini per mettervi un Franceschetto Manfredi spurio dell’antica casa regnante. Non meno però dei Fiorentini vi ambivano i Veneziani, i quali infatti ottennero il 5 novembre la rocca, e poi la città il 26 dello stesso mese. Acquistarono ugualmente Rimini per particolare convenzione con Pandolfo Malatesta al quale accordavano la nobiltà veneziana, donavano una casa in Venezia, quattromila quattrocento ducati da pagarsi al castellano, promettevano la condotta di cento uomini d’armi e terre che gli rendessero ducati tremila l’anno. Si cercava in pari tempo di tenere ben edificato il Papa della devozione della Repubblica, protestando che tener voleva quelle terre solo come vicariato, e pagherebbe il solito censo.

Protesta del papa Giulio II contro gli occupatori delle terre della Chiesa

Ma quando i Veneziani ebbero anche Faenza per la forza, il Papa rinnovò al loro oratore, con più vigore che mai, la dichiarazione di voler libere le terre della Chiesa e che avendo inteso di grandi provvigioni che la Repubblica faceva e della spedizione del conte di Pitigliano, capitano delle sue genti, verso la Romagna, erano cattivi principi: non darebbe pur un palmo di terra al Valentino, allontanerebbe i Fiorentini, per gelosia dei quali la repubblica diceva essere costretta ad assicurarsi; ma essa pur si astenesse, restituisse le terre occupate, mandasse le sue truppe agli alloggiamenti e come buona figliuola di santa Chiesa aiutasse piuttosto questa a riacquistare quello che era di sua giurisdizione. Ciò faceva dire per mezzo dell’oratore veneto, e ciò esporre dal proprio legato vescovo Tiburtino al senato.

Dichiarazione della Repubblica e principio dei suoi suoi dissidi con Roma.

Il quale, rinnovate in primo luogo le proteste di ossequio e di devozione alla santa Sede, ricordava quanto essa avesse favorito la esaltazione di papa Giulio, ed or godesse di vederlo si alto locato; poi venendo senz’altro alle materie dall’oratore esposte; diceva voler rispondere con tutta sincerità e apertamente. Tre cose domandarsi: l’una che si mettessero nelle mani di Sua Santità i luoghi testé acquistati in Romagna, la seconda che se ne levassero le genti veneziane, la terza che fosse lasciata ogni altra pratica per avere altri luoghi: ed anzi volessero i Veneziani aiutare Sua Santità a risottomettere i renitenti e quelli che il Valentino ancora possedeva. Al che si faceva dapprima osservare quell’acquisto non essere ad offesa neppur minima né della Chiesa né della Santità del Pontefice, non essendo mai stato tale, né mai aver ad essere il costume dello Stato veneziano; essersi mossa la Repubblica solo spinta da ineluttabile necessità e dignitosamente e con riserva della superiorità della sede apostolica, per abbattere un nemico della quiete d’Italia, e crudelissimo tiranno; su quei luoghi aver sempre avuto la santa Sede solo una giurisdizione mediata, siccome posseduti che erano prima del Valentino, da parecchi signori che molte volte non pagavano nemmeno i debiti censi e turbavano la tranquillità ecclesiastica, mentre invece i Veneziani e questa rispetterebbero ed i censi puntualmente pagherebbero, e le sarebbero sempre d’aiuto e d’appoggio, onde dovevano averne lode e non biasimo.

Non badasse Sua Santità alle calunnie dei malevoli che si sforzano a colorire i fatti della Repubblica, come mossi da cupidigia di ingrandire lo Stato, che la Dio mercé è assai ben ampio, quando invece molto meglio si possono spiegare e trovarne la ragione nelle passate commozioni della Romagna. Essere a tutti noto come i Fiorentini avevano introdotto in Faenza un loro commissario e gente d’armi sotto pretesto di favorire Franceschetto; l’interesse dello Stato veneto esigeva di controperare ai loro disegni: anche altri signori della Romagna esser tornati in possesso degli Stati loro, e perché non farsi loro opposizione alcuna e solo levarsi tanto rumore per Faenza legittimamente con onore e comodo delle sede apostolica ora pervenuta nel dominio della Repubblica? Essere stata questa invitata per l’addietro all’impresa di Romagna, dal re di Francia, dal cardinale di Roano, dal re cattolico, anzi dalla stessa Santità Sua in altri tempi e ciò confortata (cum esset in minoribus) e tuttavia essa era andata sempre contenuta e riservata, solo procedendo all’acquisto di quei luoghi che non ammettono opposizione alcuna di diritto, e spinta soltanto dal giusto sospetto che potessero venire nelle mani del Valentino. Si sperava quindi che Sua Santità vorrebbe tenersi pago di queste ragioni, e avere i Veneziani per carissimi figliuoli come erano sempre stati.

In egual senso scriveva il Senato a Roma all’oratore Antonio Giustinian, soggiungendogli che avendo più volte il legato fatto cenno, che i re dei Romani, di Francia e di Spagna erano per aver molesto che nui abbiamo attenuto quelli lochi di Romagna et che sono per far pace insieme, dovesse ripetere, il primo eccitamento esser anzi venuto dal cardinale di Roano; della pace fra quei principi la Repubblica avrebbe piacere, dolerle però che il Papa nel concistoro per la creazione di quattro cardinali, avesse toccato delle cose di Romagna; che se del resto Sua Santità volesse dare l’investitura al nipote, la Repubblica lo prenderebbe in protezione.

Simili lettere si mandavano all’ambasciatore in Francia cui si scriveva inoltre aver detto il cardinal di Roano nel suo ritorno da Roma di voler accordare il re Cristianissimo con il Cattolico e con Cesare ai danni della Repubblica, cosa certamente provenuta da male informazione e da calunnie, perciò vedesse di capacitarne quel re e di abbuonire il cardinale. Infatti la Repubblica cominciava già a tenersi inquieta di certe pratiche di cui i suoi ambasciatori le avevano più volte dato alcun cenno, ed anche ultimamente essendo stato l’arciduca a parlamento con il re francese si aveva avuto qualche sentore che in quello avevano deliberato di collegarsi anche con Massimiliano a danno d’Italia e specialmente della repubblica veneziana. Per cui non lasciava di giustificare presso Cesare l’occupazione di Faenza e Rimini, città date da tempi immemorabili in vicariato, da ultimo alienate al Valentino, al quale i Veneziani le avevano tolte e per cui pagherebbero a Sua Santità un censo, sebbene il detto Valentino non l’avesse pagato.

Continuava però il Papa a mostrarsi molto mal soddisfatto, e non volendo che le genti veneziane avessero a passare l’inverno in Romagna, ebbe a dire all’oratore che non vorrebbe esser Papa piuttosto che sostenere simil cosa; e rispondendo l’oratore che la Signoria aveva dato rodine che si astenessero da qualunque ostilità e le avrebbe richiamate e che solo per riguardo di Sua Santità rinunziava ad ogni pratica e movimento circa Imola e Forlì, le quali avrebbe potuto facilmente ottenere, il Papa lungi dal quietarsi; soggiungeva “signor oratore! vi parleremo ingenuamente. Voi ci date buone parole e la Signoria fa cattivi fatti, mentre abbiamo al contrario dal vescovo di Tivoli che la gente non s’è levata di Romagna, e sappiamo che la Signoria tiene pratiche in Cesena insieme con Montefiore ed il porto Cesenatico. Non abbiamo gente né denaro da farvi guerra, ma ci dorremo ai principi cristiani ed invocheremo l’ausilio divino che quello ne aiuti essendo cose sue“. Poi mandava una bolla esortatoria, il tuono della quale era ancora abbastanza benevolo, ed eccitando i Veneziani alla pronta restituzione dei luoghi occupati, sosteneva essere suo dovere di recuperare le terre della Chiesa e volerlo adempire.

Ma la Repubblica dal canto suo non si lasciava smuovere sempre sostenendo non aver toccato alle terre d’immediata giurisdizione del pontefice, ed il doge aveva già risposto al legato, però come esprimendo il suo pensiero particolare: che mai si renderia dette terre e se dovessimo spendere fino le fondamente delle nostre case. Così le due parti ogni di più si inacerbivano ed erano da attendersene deplorabilissimi effetti.

Il Valentino, cedute tutte le sue terre in Romagna, si era imbarcato per Napoli. Accolto a principio amichevolmente dal Consalvo, fu poi improvvisamente arrestato e mandato in Spagna, ove dopo tre anni di prigionia, avendo potuto fuggirsi dal castello, si era recato a militare in Navarra ed ucciso in un agguato vi terminò miseramente i suoi giorni e fu vilmente sepolto, tal fine avendo tanta grandezza a tanto orgoglio, cause in lui di tanti delitti che resero sempre esecrato il suo nome come di efferato tiranno.

Poco tempo prima della caduta del Valentino, Francia e Spagna, ambedue stanche della lunga guerra, avevano introdotto trattative di conciliazione, che misero capo ad una tregua di tre anni, sottoscritta il 31 marzo del 1504, però ben si prevedeva che non sarebbe a derivarne la quiete d’Italia, nella quale Germania, Francia, Spagna minacciavano ad ogni istante di scontrarsi e l’indole veemente di papa Giulio, e l’ambizione veneziana preparavano nuove e grandi sciagure. (1) … segue

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.

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