Bertuccio Valiero. Doge CII. – Anni 1656-1658

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Sala dello Scrutinio. Pietro Liberi. Ritratto di Bertuccio Valerio

Bertuccio Valiero. Doge CII. — Anni 1656-1658 (a)

Il dì 15 giugno 1656, gli elettori di comune accordo elessero doge Bertuccio Valiero, benché si trovasse aggravato da febbre e tormentato dalla podagra; motivo per cui non poté prendere il possesso della sede ducale se non il 10 luglio susseguente.

A continuare la guerra di Candia, alla fine di maggio dell’anno medesimo, Lorenzo Marcello, sostituito nella carica di capitano generale al defunto Luigi Leonardo Mocenigo, scioglieva con la flotta da Candia e si recava di fronte allo stretto dei Dardanelli, alfine d’impedire nuovamente l’uscita della turca armata, che si stava colà allestendo per ripigliare le pugne.

Non appena giunse la nuova a Costantinopoli dell’arrivo della veneta classe, assunto il comando della turca Sinan-Pascià si affrettò d’uscire; ed uscito presentò la battaglia, che finì con una fra le più grandi e splendide vittorie, che abbiano mai coronato le armi veneziane; in cui é inciso il dipinto del cav. Pietro Liberi, collocato nella sala dello Scrutinio.

La morte gloriosamente incontrata dal Marcello lasciava vacante il carico di capitano supremo del mare, e perciò veniva degnamente sostituito Lazzaro Mocenigo, che in quella battaglia aveva partecipato alla gloria, e ben meritato della patria.

Frattanto la flotta veneta attaccava Tenedo e la conseguiva, lasciando ivi a rettore Giovanni Contarini; si impossessava di Lenno e di Stalimene, ed altre minori imprese operava fino al chiudersi dell’anno 1656.

In mezzo a tanti sforzi di valore, di costanza, di sacrifici di vite e di averi, che i Veneziani fatto avevano, e stavano per ripetere alacremente, fa meraviglia lo scorgere come l’intera Europa rimaneva quasi indifferente spettatrice, ed alle calde rimostranze e fervorosi inviti della Repubblica per essere soccorsa nessuno dava ascolto, e se lo dava si risolvevano le date promesse in vane parole. Il pontefice stesso, Alessandro VII, che in sulle prime pareva volesse sostenere con aiuto efficace la sacra causa dei Veneziani, finiva con il concedere loro soltanto i beni dei cenobi soppressi dei Crociferi e di Santo Spirito in isola; ma in compenso domandava il ritorno dei Gesuiti in Venezia, espulsi per legge del 14 giugno 1606.  Portata la cosa in Senato fu avversata da Giovanni Soranzo e da Francesco Querini; ma sorto a parlare in favore Giovanni Da Pesaro, fu con maggioranza di voti acconsentita la riammissione dei Gesuiti, però legata a certe condizioni, fra le quali una fu, che dovessero acquistare il monastero dei Crociferi per cinquantamila ducati: il che eseguito rientrarono egli ed aprirono le scuole il 23 aprile 1657.

Alla nuova stagione di questo medesimo anno, i Turchi allestivano poderosa armata terrestre e navale, affine di lavar l’onta delle sconfitte toccate; nel mentre che Lazzaro Mocenigo scioglieva dalla patria, con il pensiero di conservare gli acquisti fatti, di battere il nemico sul mare e d’impedire che uscisse la flotta di esso dallo stretto dei Dardanelli.

Destinava quindi una squadra opportuna per guardar Tenedo, tenuto siccome punto interessantissimo; ne mandava un’altra velocemente verso Scio ad incontrare le navi turche, che a quella vòlta navigavano, e un’altra ancora ne spediva ad incrociare le acque del canale dei Dardanelli.  Ordinava a Vincenzo Querini che con diciannove galee e sei galeazze lo seguisse per dar la caccia alla flotta turca verso Scio, e tosto si abbatté in alcune navi che formavano parte della carovana procedente dal Cairo, e due vascelli e cinque saicche predò, una di queste ne arse.

Ma al Mocenigo stava a cuore d’incontrare la flotta del capitan pascià, né tardò molto a trovarla. La quale veniva da Rodi rinforzata da nove galee del Bei; e quindi si pose tosto a darle la caccia. Ripartiti con buon ordine i posti e gli uffici, e preso il vantaggio del vento, incominciò a percuoterla sì vivamente, che in breve la sgominò e la vinse, acquistando con altri legni eziandio la capitana comandata dal capitan pascià Mehemet, che, ferito, rimase prigione con quattrocento dei suoi.

Questa vittoria saputa a Venezia, volle la Repubblica che meritasse al suo capitan generale Mocenigo l’onore del procuratorato di San Marco, il che fu il primo giugno 1657.

Il Mocenigo però non s’acquetava nelle opere di Marte, ché più animato che mai dava la caccia ai legni turchi fuggiti, e si preparava già all’impresa di Scio. Ma udito che un altro corpo d’armata, uscito da Costantinopoli, si trovava ai Dardanelli, dove posto si aveva a campo lo stesso gran visir con cinquantamila soldati, con animo di volgersi al ricuperamento di Tenedo, volò tosto nel canale dei Castelli, ove già stava ancorato Marco Bembo capitan delle navi. Unitosi ivi anche con le navi di Malta, divise la flotta nei posti più vantaggiati, attentamente osservando i movimenti dei nemici.

Stretta poi consulta fra i capitani, deliberarono di sforzare il passo deì Dardanelli, batter la flotta nemica, ed avanzarsi fin sotto le mura di Costantinopoli. Né davano loro timore le fortezze dei Castelli, pensando di farle fulminare da sedici navi, al favor delle quali procedere poi a forza di remi. Ciò tutto volevano operar notte tempo, ma essendo lor necessario provvedersi di acqua, le galee si recarono ad Imbro per fornirne anche alle navi. Il vento che per il corso di otto giorni furiosamente spirò contrario, impedì che ritornassero sì tosto; anzi dalla tempesta stessa agitate le navi, portate furono dalla parte dell’Asia, rimanendo di qua solo la capitana con una o due altre navi. Non poteva il Mocenigo con l’ardor suo domare la forza delle onde, sebbene lo tentasse più volte. Finalmente, rimesso alcun poco il vento, spedì quattro galee, affinché ad ogni costo di rischio e di fatica recassero acqua alle navi, venute per mancanza all’ ultimo stremo. Il giorno appresso fu concesso alle altre galee di partire da Imbro, quantunque il vento, ancora contrario, impedisse che giugner potessero quella stessa sera ai Castelli. I Turchi attentissimi di cogliere ogni vantaggio, scelsero quel momento, e prima dell’arrivo delle galee, la mattina per tempo del 17 luglio 1657, si accinsero ad uscir dal canale.

Si componeva la flotta loro di trentatrè galee, nove maone, ventidue navi, cinquanta saicche e molti altri legni minori, e fulminando da ogni parte le batterie di terra, piegò alla parte di Grecia, dove, per il vento, erano indebolite di numero le venete navi. Le quali da ogni lato battute, affrettarono la mossa per torsi dal danno e per investire il nemico. Il Bembo stava ancora sull’ancora, e cintolo i Turchi da ogni parte, tentavano abbordarlo; ma egli, tagliate le gomene, si pose in mezzo di quattro navi e tre maone nemiche, infin che aiutato da un’ altra nave, sparse, tuonando, fra i nemici, la confusione e la morte. Frattanto le altre navi dei Veneziani poste si erano in miglior ordinanza, e tosto si diede allora a un battagliare confuso, tremendo, continuo, con alterna fortuna, durato fin verso la sera.

Non e a dire di quanta e quale impazienza fossero presi i capitani delle venete armi nello accorrere in aiuto delle navi loro, all’udire della incagliata battaglia. Ma il soffiare del forte vento contrario impediva loro di giungere alla pugna. A forza di remi superato il capo Giannizzero, rimanca un’altra punta da vincere, ma la burrasca vieppiù sempre ingagliardiva. Alcuni consigliavano di far sosta: senonché il Mocenigo tanto fece e tanto disse, che fu deliberato avanzare quanto più si poteva, per cui ebbero modo le tre galee capitane, seguite da altre nove, di entrar nel canale.

Si sparse allora l’avvilimento nei Turchi, i quali parte si gettarono in mare, parte cercarono scampo nel prossimo lido, e parte dei legni loro investirono. Tanto era però la burrasca, che le galee venete stavano nel punto di pericolare, se tostamente non avessero dato fondo alle àncore. Per qualche tempo la sola capitana di Malta diede la caccia a tutta l’armata nemica, ed il Mocenigo, non curando i pericoli della tempesta, tagliò fuori una galea e, investendola, la sottomise.

Sorta la notte, pensavano il dì appresso di continuar la battaglia, ma la tempesta imperversando impedì alle flotte di tornare al conflitto. Abbonacciatosi il vento la notte seguente, diede modo alle galee venete di unirsi tutte in corpo, apparecchiandosi novellamente alla pugna. Rinforzava ancora il vento la mattina, e stabilissi quindi, che se si fosse placato sul chiudersi di quella stessa giornata, avrebbero, sull’imbrunire, attaccato il nemico.

Rimesso però il vento alquanto della sua forza prima dell’ora convenuta, il Mocenigo impaziente si mosse, seguito da undici galee, e trapassò felicemente la principal batteria dei nemici sempre più incalorito nel desiderio della vittoria, pieno d’ardir marziale, si avanzava velocemente per il canale. Stava egli appoggiato al suo stendardo, e con la voce e col gesto comandava e animava i suoi, quando una palla nemica, come sembra, caduta nelle munizioni, fece scoppiar la galea, che quasi tutta avvampò. Nel precipitare l’antenna, schiacciò il capo al Mocenigo; che tosto cadde estinto. Il caso inopinato fece arrestar subitamente i veneti legni, ed ogni tentativo fu abbandonato. Si curò peraltro di ricuperare le reliquie della galea capitana, ed ogni cosa preziosa, e la più preziosa di ogni altra, il cadavere dello sfortunato generale. Per tal modo ebbe fine questo conflitto durato tre giorni, in cui acquistarono i Veneziani tre legni, e ne arsero molti altri; ma tale acquisto fu scarso compenso alla perdita fatta di uno dei più illustri e dei più intrepidi capitani che avuto mai avesse la Repubblica.

Con la morte del Mocenigo le cose della guerra voltarono faccia, per cui le navi pontificie e di .Malta si ritirarono, e passato il comando per anzianità in Lorenzo Renier, capitano delle galeazze, vennero a mancare la disciplina, l’ordine e l’accostumato coraggio. Tenedo e Lemno, acquistate l’anno avanti, si persero; e sebbene in Dalmazia si ottenessero alcuni vantaggi, e Cattaro si fosse salvata, erano fatti troppo insignificanti appetto la lotta gigantesca che già da dodici anni Venezia sosteneva quasi sola.

In questo mezzo sorgeva una qualche lusinga di pace; imperocché il gran visir, a cui pesavano, non men che a Venezia, le importabili spese della guerra, amava questa finire, per volgere le armi ad altre imprese di più facile e largo successo. Chiamato adunque a se da Adrianopoli il segretario Ballarini, gli fece intendere la possibilità di un accomodamento, quando però la Repubblica consentisse alla cessione di Candia e delle piazze annesse. Rispose il Ballarini, a tanto non estendersi il suo mandato, e dover riferire alla Repubblica, alla quale fu spedito un dragomano dandogli tempo due mesi per la risposta. Portata la cosa in collegio, varie furono le opinioni agitate; ma finalmente, e massime per lo discorso tenuto da Giovanni Pesaro, a cui aderì poi anche il doge, fu deciso di repulsare la proposta e continuare nei sacrifici magnanimi ; per cui il doge stesso offerse per il primo diecimila ducati, il Pesaro ne diede seimila, ed altri altre somme promisero; ma non furono tali da dimostrare in loro quell’affetto e quello zelo spiegati da quei due nobilissimi cuori. Poi il 7 gennaio 1658 rispondevasi al Ballarini: non potere, non dover la Repubblica, sì per rispetto alla religione, come per quello del naturale diritto, abbandonare l’antico e giustissimo possedimento di Candia; quindi non convenirle accettare la pace alle condizioni proposte

In attesa dei fatti che dovevano accadere nella primavera veniente, moriva doge Bertuccio Valiero li 2 aprile 1658, lodato in funere dal padre Stefano Cosmo, con orazione che va alle stampe, e veniva sepolto nella chiesa di San Giobbe, da cui poi fu trasportato nel tempio dei Santi Giovanni e Paolo, ove Elisabetta Quirini moglie di suo figlio Silvestro, che fu poi doge, come vedremo, erigeva a sé, al marito ed al suocero suo un monumento splendidissimo (b).

Nessun fatto accadde di singolare nella città, ducando il Valiero, tranne una orribile scionata, che imperversò il 5 agosto 1657, dalla quale rimasero quasi distrutti i monasteri di Santa Maria Maggiore e della Celestia, e ruinò molte case, palazzi, campanili e cammini per dove passò, svelse parecchie statue della basilica di San Marco ed i piombi del ponte di Rialto.

Il ritratto di questo doge, é opera del cav. Pietro Liberi. Sul campo é tracciata l’iscrizione seguente:

BERTVCIVS VALERIO, PRVDENTIA, ELOQVENTIA, LI BERALITATE CLARVS, ANNONAE AFFLVENTIA ET CLASSIVM EVENTV REPVBILICAE AVSPICATISSIMVS OBIIT.(1)

Il Palazzi riporta invece questa leggenda : Brevi aevo multarum aetatum gesta Orbi representavi copiis carnpos texi: Classibus operili Mare. Ad fauces Hellesponti elisi Turcarum guttura hiantia, et anhelantia caedes. Insulus continenti navium ponte iunxi. Vicina Troia e littore totum pelagus ardere vidit ad incendii sui solatium. Nusquam victus, ubique triumphator. Obrutus mole trophaeorum, ses qui annum vix explevi.

(a) Dalla famiglia romana Valeria trasse l’origine quella Valiero veneziana, siccome affermano parecchi scrittori, tra i quali lo Zabarella, nella sua opera Gli Valerii; Giulio dal Pozzo, nel Valeriae gentis elogium; Pier Giustiniano, nella Historia Venetiana; Domenico Longo, nella sua Soteria. Da Roma quindi, per le dissensioni di Mario e Silla, passarono i Valerii ad abitar Padova e la Venezia terrestre, fino a che, per le irruzioni dei barbari, fuggiti da colà, vennero, nel 423, a por stanza nelle isolette delia Laguna, sotto la condotta di Lucio Massimo delli Valerii. Cessate però quelle correrie funeste, ritornarono i Valerii a Padova, e questa l’istaurarono: ma irrompendo Attila nell’italiane Provincie, ripassarono novellamente, nel 453, nelle isolette della Laguna, ove fissarono da quel punto il lor soggiorno, mutando poi, coll’andare degli anni, il cognome, per semplice trasposizione di lettere, di Valerii in Valieri. Quindi sostennero il tribunato, ed uscirono dal seno loro infiniti uomini illustri in ogni facoltà, delle azioni dei quali é fatta ricordazione onorata nelle istorie. A segno della imperiale discendenza romana porta questa famiglia, nell’unico usato suo scudo, l’aquila coronata, in campo diviso d’ oro e di vermiglio, dei colori contrapposti, e per cimiero un’ altra aquila nero.

Bertuccio Veliero nacque da Silvestro q. Bertuccio, nel 1596. Incominciò la carriera delle magistrature fino dal 1621, in cui lo troviamo savio agli ordini; poi camerlengo di comune; capitano a Bergamo; savio di Terraferma, e, nel 1629, commissario delle milizie venete nella Valtellina. Fu indi censore, capo del consiglio dei X; ambasciatore straordinario al gran duca di Toscana; e nel 1633, al cardinale infante, fratello del re cattolico, che era venuto a Milano; nella quale occasione usò tale pomposa magnificenza da lasciarne per lungo tempo memoria. L’anno stesso fu eletto savio grande e consigliere, la qual carica fu da lui più volte sostenuta. Nel 1642, fu provveditore e commissario all’esercito appo il gran duca di Toscana, nella guerra contro li Barberini; e nel 1644 si recò ambasciatore d’obbedienza ad Innocenzo X, nella sua esaltazione al pontificato, dal quale gerarca fu creato cavaliere. Negli anni 1645 e 1650 fu riformatore dello studio di Padova, indi generale a Palma; provveditore straordinario nel Friuli; e, nel 1655, ambasciatore a papa Alessandro VII, per il suo avvenimento al trono. Fu eletto in seguito podestà di Brescia, ma venne dispensato, ed in quella vece venne nomi nato provveditore di Terraferma. Fu savio del consiglio, e concorse due volte al principato, finché, morto Francesco Cornaro, fu esultato a quell’onore supremo. Narra il Palazzi, che a motivo di perorato il Valiero con molto calore in Senato sull’argomento di proseguire la guerra col Turco, cadde malato di pleurisia, da cui mori in età d’anni 62. Nell’atto che ricevette il santissimo Viatico, fervorosamente pregò il cielo, affinché concedesse vittoria e pace alla cara sua patria.

2) Intorno al monumento superiormente citato si veda quanto  più avanti diciamo nella nota N. 2 del ducato di Silvestro Valiero figlio di Bertuccio, che fu doge CIX.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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