Uno scandalo a Feltre, una giovane suora rapita da un frate, nel 1533

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Feltre Castello di Alboino torre dell'Orologio

Uno scandalo a Feltre, una giovane suora rapita da un frate, nel 1533

Poco lontano dalla chiesa di Ognissanti, nella ridente cittadina di Feltre facente parte allora della Marca Trevisana, sorgevano nei primi anni del Cinquecento due conventi, l’uno vicino all’altro, quello di santa Chiara di monache agostiniane e quello dei frati minori Francescani che aveva giurisdizione sul convento femminile.

Fin dal 1520, quando Lorenzo Luzo, pittore feltrino, dipingeva agli Ognissanti il suo magnifico affresco “Cristo con santa Lucia e sant’Antonio” correvano voci di gravi disordini che accadevano nei due conventi e per la piccola città si raccontavano episodi e avventure non sempre castigate.

Ma l’avvenimento più clamoroso accadde nel maggio del 1533 e il patrizio veneziano, podestà e capitano di Feltre, sier Girolamo da Lezze chiamò il vescovo Tomaso Campeggi a nome della comunità e lo consigliò d’informarne la Signoria di San Marco dopo una diligente inchiesta sulla verità dei fatti. Così alla fine di quel mese giungeva, trasmessa da un corriere podestarile, una lettera del reverendissimo Campeggi diretta al doge Andrea Gritti in cui si lamentavano i malanni e s’implorava un energico rimedio.

Serenissimo Principe et illustrissimi Signori mei colendissimi. E’ stata ne li zorni passati conduta fuora dil monastero di santa Chiara sotto il governo di frati minori conventuali di questa città de Feltre, una monaca iovine et sicome è publica fama da uno frate dil dito ordine, questi spetabili citadini da me vogliano proveder che la smarita pecorela ritorni a l’ovil suo et sia fata la debita corection al dito monastero“.

La lettera continuava narrando alcuni disordini avvenuti e non essendosi ancora ritrovato né la monaca né il frate rapitore, il vescovo concludeva a nome della Comunità “desiderosa dil bon viver et di la reformation di dete monache et de li frati, se degnasse la Vostra Sublimitò con l’autorità soa provedere et intercedere apresso la Santità del nostro Signore“.

La signoria fece chiamare per il pomeriggio del giorno dopo il Vicario generale, l’eminentissimo Marco Stella, il quale venne con suo cancelliere, prete Gianfrancesco Gentilini, ma mentre egli stava ascoltando il reclamo del vescovo feltrino, il segretario del Collegio annunciò la visita di un ambasciatore straordinario della Comunità di Feltre.

Fu subito introdotto dai scudieri dogali e l’ambasciatore, rivolto al doge, palò: “Serenissimo Primcipe et illustrissima Sgnoria, Hessendo sta sempre unico et singolar studio de questo felicissimo Stato, non solamente di rezer i sudditi soi con sancta iustitia et pace, ma molto più in chostumi christiani et in religione consevarli, la Comunità ve fa presente i mali chostumi di le monache di santa Chiara et le prepotenze de li frati conventuali quali intrano, in dito monasterio di monache mazano, bevono et iocano con gran scandalo et insieme contra la salute de la nostra terra“.

L’affare si faceva grave: era la prima volta che un ambasciatore di una nostra Comunità veniva mandato alla Signoria per un simile fatto e appariva chiaro non solo il malcontento di tutta la città feltrina, ma ben anche la ferma volontà di ottenere un severo provvedimento.

Il doge Andrea Gritti promise, il Consiglio dei Dieci intervenne e d’accordo col Nunzio apostolico mandò a Feltre un suo segretario, Lorenzo Ottoboni, il quale accertate le accuse, propose le condanne che vennero approvate.

Il 2 giugno il convento dei frati conventuali venne chiuso e i frati banditi dal territorio, cinque monache furono trasferite d’ordine del Nunzio in cinque differenti monasteri di stretta clausura, e si pubblicò un bando con una taglia di duecento ducati a favore di chi avrebbe arrestato il frate, tale Marco di Bovolenta, che aveva rapita “la monaca iovine de sancta Chiara“.

Il Consiglio dei Dieci calmati così gli animi dei buoni e costumati feltrini, pensò anche al podestà da Lezze che in tutta la faccenda aveva fatto una ben triste figura appartandosi come se il caso non lo riguardasse.

Il da Lezze venne subito richiamato e per tre anni fu escluso da qualsiasi carica pubblica. Il 15 giugno fu eletto a podestà e capitano di Feltre sier Marco Loredan della contrada di San Pantalon, uomo energico e colto. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 7 dicembre 1930.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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