La leggenda dell’anello, del pescatore e dei tre maggiori santi protettori di Venezia

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Paris Bordone La consegna dell'anello al doge. Gallerie dell'Accademia - Venezia

La leggenda dell’anello, del pescatore e dei tre maggiori santi protettori di Venezia

Nelle nostre Gallerie, nella Sala dei Maestri veneti del primo Cinquecento, si ammira una tela in cui Paris Bordone, trevisano e scolaro del Tiziano, rievoca una delle più note e care leggende veneziane: “La consegna dell’anello al doge“, il maggior quadro dell’insigne artista, dipinto per l’albergo della Scuola grande di San Marco in seguito a concorso, al quale partecipò, sembra, anche Giovanni Sacchiense, detto il Pordenone.

In questa magnifica tela un povero pescatore tremante, sale i gradini del trono, recando al doge, qui figurato sotto le sembianze di Andrea Gritti, l’anello miracoloso, che secondo la tradizione di una cronaca trecentesca, a lui veniva consegnato da San Marco, quale segno di prodigio fatto dal santo per la salvezza di Venezia. In quella notte terribile del 25 febbraio 1342, quando sotto l’infuriare della tempesta, l’acqua del mare salendo minacciosa sembrava volesse inabissar la città e il vento fischiava tremendo, a un povero pescatore riparato con la sua barchetta sotto un ponte del Molo, si sarebbe presentato un misterioso personaggio ordinandogli di traghettarlo a San Giorgio Maggiore, dove fu imbarcato un nuovo compagno, e a San Nicolò del Lido si univa un terzo, e uscita in mare sempre più infuriato, si vide una nave carica di demoni verso la quale i tre sconosciuti fecero larghi segni di croce. La nave sprofondò nelle acque, tornò il sereno nel cielo e la calma nel mare, i tre misteriosi personaggi erano San Marco, San Giorgio, San Nicolò, patroni di Venezia, salvatori della città.

Nel Museo Marciano un arazzo cinquecentesco, in seta e fili d’argento dorato, adoperato con altri con altri a rivestire le spalliere del Presbiterio della Basilica nelle grandi solennità, ci dà la visione del “Miracolo operato dai tre Santi” in mezzo il mare, con la figurazione di Venezia sullo sfondo, ed è questo arazzo uno dei quattro ordinati dal doge Francesco Donà nel 1530 a Giovanni Rost, arazziere fiammingo alla corte ducale di Firenze, su disegno inviatogli dal proprio Jacopo Sansovino.

Questa è la leggenda che dette origine al quadro del Bordone e all’arazzo fiammingo, poetica leggenda che la fantasia popolare ha creato intorno alla spaventosa burrasca e all’insolito montar della marea nella notte del 25 febbraio 1342, in cui “l’acqua cressie zerca cinque pie, plui major che se arichordasse guastando pozzi infiniti et molti restono anegati ne le case, o morti dal fresco“.

Ma le storie del Sabellico, del Sanudo e di altri cronisti, danno alla leggenda una seconda versione e costoro affermano, fatto nuovo e importante, che San Marco dando al pescatore l’anello da recarsi al doge, abbia detto: “Manifesta tutto quello che hai visto, et questo è stato uno maistro de scuola el qual è morto desperado, che per soa mala arte fesse questo“, e nello steso giorno i Signore di notte informavano la Signoria “come el maistro de scuola sta a san Felice, sia sta trovado apichado per la gola con una centura“.

Una cronaca manoscritta di Venezia, codice cinquantatré della nostra Biblioteca Marciana fa un po’ di luce su quel “maistro de scuola” che aveva provocato la leggenda dei tre maggiori patroni di Venezia.

Messer Simonetto, “doctores grammaticae“, della contrada di San Felice, aveva lasciato verso i trent’anni la scuola, per darsi tutto all’alchimia e alle scienze occulte: le sue due camere dove abitava erano sempre piene di vasi, di erbe, di storte, di polveri strane, e di notte sempre rischiarate da una scialba luce che a volte mandava bagliori di lampo, quasi fosse ravvivata da magnifiche forze. Nella contrada aveva fama di stregone, e da stregone all’amicizia col diavolo era breve il passo, tanto che nelle sue corte passeggiate per le calli della parrocchia era con orrore sfuggito da tutti, non parlava mai, non frequentava le chiese, non partecipava a nessuna festa, assorto sempre nei suoi pensieri.

Il consiglio dei Dieci lo aveva sorvegliato per qualche tempo poi visto che non faceva danno ad alcuno, lo aveva abbandonato, ma ormai tra il popolo la sua fama correva, e lo stregone di San Felice era conosciuto da tutta la città.

In quella notte terribile del 25 febbraio, quando sotto l’impeto del tremendo uragano, i veneziani aspettavano atterriti la luce confortatrice dell’aurora, mille pensieri frullavano per il loro cervello e forse primo quello dello stregone di San Felice amico dei diavoli, tanto che alla mattina allorché si sparse la notizia del suicidio, cosa strana e mai accaduta a Venezia, comiciò a sorgere le leggenda dei tre protettori. La cronaca manoscritta Marciana dopo alcuni giorni ritornando sullo spaventoso turbine, ripete e di nuovo afferma: “El par che el fosse qui in Venetia un maistro de scuola el qual o per povertade o per desperation el se dete in anema et in corpo al diavolo et questo perché voleva subissar Venetia et non potendo el dito maistro fo trovado apichado per la gola, et per questo vene una grandissima fortuna (uragano), qui a Venetia“.

E intanto la poetica leggenda nella fantasia popolare si andava formando, lo stregone di San Felice fu dimenticato, ma non i diavoli al suo comando, sbaragliati dai tre grandi santi veneziani San Marco, San Giorgio, San Nicolò del Lido. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 3 settembre 1933

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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