Una sacrilega processione della Compagnia della Calza

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Calle de la Verona (già dei Assassini) - Sestiere di San Marco

Una sacrilega processione della Compagnia della Calza

Era famoso nel Cinquecento il palazzo Pesaro a San Benetto, nella cui vasta corte si davano feste e rappresentazioni dalle due compagnie della Calza, degli Ortolani e degli Immortali, che colà avevano preso dimora.

Nel giugno del 1527 una raccolta di giovani patrizi uscendo dalle solite feste di cà Pesaro scorrazzava per le contrade di Sant’Angelo, San Fantino e San Stefano con dei moccoletti, scimmiottando una processione con alte grida buffe e sacrileghe. La scena sbarazzina si ripeté per alcune sere finché gli abitanti di quelle contrade fecero reclamo al doge Andrea Gritti, e tale reclamo lo registra il Sanudo nei suoi Diari: “In questi zorni in questa fidelissima città di vostra Serentà alcuni discoli zoveni andagando a spasso ai tempo de la notte biastemano in modo de litanie, zioè che uno compagno dice una crudele biastema er altri conpagni rispondono: Ora pro nobis!“. E la querela continuava con la dichiarazione che i firmatari, davano tre cento ducati per metter taglia contro “li facinorosi biastematori“, e finiva supplicando il doge “se degni confermare ditta parte per levar cussì atrocissimo scandalo“. La carta, firmata da moltissimi cittadini tra i più ricchi delle tre contrade, fu dalla Signoria passata al Consiglio dei Dieci e da questo i Signori di notte per sorvegliare severamente ed arrestare i colpevoli. Però l’offerta della taglia dei trecento ducati venne rifiutata avendo la Signoria annotato a tergo della querela: “Nun è bisogno di taia, si proceda con rigore“.

Il 23 giugno la chiassosa comitiva, reduce da una delle solite feste a ca’ Pesaro, prendeva per la Calle “dei Sassin” (assassini) fornita di moccoletti impizadi e gridando le consuete parole sacrileghe, quando venne fermata dai birri accompagnati da sier Nicolò Trevisan, signore di notte. Nacque una baraonda con grida e improperi: i moccoletti andarono all’aria, parte dei nobili fuggirono per le calli attigue, altri si gettarono in canale, ma un giovane cadde ferito dallo stocco di sier Trevisan. Era il figlio di Bernardo Malipiero di San Samuele, il quale venne raccolto agonizzante e nell’agonia inconsciamente pronunciò il nome di qualche compagno.

Così i giovani patrizi, ormai fuggiti, Antonio Gambara, Piero Garzoni, Marco Diedo, Nicolò Valier e Alvise Duodo vennero banditi per anni cinque “et se presi il saria taiata una man et cavato uno ochio“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 30 gennaio 1927.

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Rio Terà dei Assassini, Campo San Fantin, Campo Sant’Anzolo, Campo San Fantin, Calle de la Verona (già dei Assassini), Campo Sant’Anzolo.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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