Parrocchia di San Zaccaria

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Chiesa di San Zaccaria

Parrocchia di San Zaccaria

Nome della Località

Faceva parte delle isole Gemine, sulle quali furono erette anche le Chiese di San Martino, e di San Giovanni in Bragora.

Fondazione

La Chiesa è una di quelle edificate verso la metà del secolo VII per l’esortazioni del rinomatissimo vescovo di Oderzo San Magno, del quale già si è parlato. Il chiostro adiacente si fece costruire dal Doge Angelo o Agnello Participazio, salito al trono nell’anno 809, o in quel torno, e da Giustiniano, figlio, collega, e successore di lui; i quali vi stabilirono una religiosa famiglia sotto la regola di San Benedetto.

In origine, a similitudine di molti altri, anche questo cenobio era doppio, racchiudeva, cioè, un riparto per le monache, ed uno per monaci; questi ufficiavano la chiesa, dirigevano le suore nello spirituale, ed alla economica amministrazione attendevano. Leone V, chiamato l’Armeno, imperatore d’Oriente, amico e alleato de veneziani, che avevano già cominciato prestare, coi loro navigli, possenti aiuti a quella vacillante monarchia, e alla cui corte il summentovato Giustiniano tenuto avea lungo soggiorno, inviò a Venezia il sacro corpo di San Zaccaria, dono ben degno di sì alto Sovrano, e nel tempo stesso concorse con larga summa alla edificazione di quel religioso stabilimento; anzi spedi a questa parte valenti architetti che i lavori ne dirigessero. Papa Benedetto III, fuggito nell’855 da Roma per le violenze ed insidie dell’antipapa Anastasio, ricoverò a Venezia, e pose stanza in questo monastero, diretto allora dall’Abbadessa Augustina Morosini.

Quella cospicua visita si vede rappresentata in un quadro del Celesti, sovrapposto all’altare, presso la sagrestia, che è decorato della celebre tavola di Giovanni Bellino, rappresentante Maria Vergine fra alcuni santi. Reduce il pontefice alla sua sede, arricchì questa chiesa di generose indulgenze e di sacre reliquie, fra le quali si distingue vano i corpi di San Pancrazio, e di San Sabina. Regnante il Doge Orso Partecipazio, eletto nell’864, il monastero, minacciando rovina, venne quasi integralmente ricostruito, a cura dell’Abbadessa Giovanna, figlia del medesimo Doge.

L’incendio del 1105, che divorò tanta parte della città, distrusse anche questo monastero e sua chiesa: l’uno e l’altra furono bentosto rialzati, e della chiesa allora riedificata, sussiste tuttavia qualche traccia nella cappella di San Tarasio, nella confessione sottoposta alla stessa, e nel già coro delle monache e sue adiacenze. Nei primi tempi, i fondatori Participazi, assegnarono a quel cenobio la rendita di alcune terre ed acque del vicinato; tal dotazione fu poi aumentata nel X secolo da cospicui esteri personaggi, e segnatamente da Ingelfreddo conte di Verona, da quel vescovo Nothiero, e da molti altri, con generosi doni di beni immobili, e di diritti, per cui divenne doviziosissimo. Qualche secolo dopo l’ultima suaccennata riedificazione, la chiesa trovandosi nuovamente in pericolo di crollare, le monache deliberarono di rialzarne altra nuova.

Si gettarono l’anno 1456 le fondamenta del magnifico tempio che tuttora si ammira, alla cui erezione contribuirono largamente i devoti, e anche il governo con mille ducati. Si ignora il nome dell’architetto; si conosce però che nel 1477 l’opera veniva diretta dal proto Antonio q. Marco. Temanza, scrittore molto avveduto, attribuisce a Martino Lombardo l’innalzamento della facciata: difatti, le decorazioni di questa presentano lo stile di molte altre che fregiano diversi edifici della nostra città, le quali sappiamo essere uscite dallo scalpello della rinomatissima scuola dei Lombardi, stabilita in quei tempi a Venezia.

Condotto il tempio a compimento nel 1515, fu poi consacrato nel giorno 7 Maggio 1543 da Giovanni Lucio vescovo di Sebenico. L’armonia del compartimento, l’accuratissima esecuzione, la profusione e ricchezza dei marmi, la preziosità delle sculture, e pitture che copiosamente lo adornano, primeggiare lo fanno fra i nostri più ragguardevoli monumenti. La sua descrizione si trova partitamente esposta nel mio libro: Otto Giorni a Venezia. La consacrazione mentovata disopra non è confondibile colle anteriori, noto essendo, che anche la chiesa primitiva erasi consacrata, assicurando la storia, che l’uccisione del doge Tradonico, di cui avrò a parlare, avvenne il giorno 15 settembre dell’anno 864, vigilia dell’anniversario della consacrazione del tempio.

Parrocchia

La Chiesa di San Zaccaria fu istituita parrocchiale sino dalla prima sua fondazione, prerogativa conservata anche dopo la erezione dell’adiacente monastero investito del patronato. Poco lungi da questa, sorgeva altra chiesa, dedicata a San Proculo (San Provolo), e dipendente dal monastero medesimo, i cappellani del quale ne sostenevano l’ufficiatura. Se la reputa eretta dagli stessi Dogi Participazi, fondatori del cenobio: occorse più volte riedificarla, e in essa fu trasferita nel secolo XII la sede parrocchiale, onde potessero le religiose quietamente applicarsi ai sacri loro esercizi; nondimeno il monastero conservò il diritto di eleggere quel pievano.

In questa condizione erano le cose quando il cessato governo italiano decretò la soppressione delle società religiose; in conseguenza di che, nel giorno 10 giugno 1810, le suore sloggiarono dal convento, e la chiesa rimase chiusa. Senonché, poco appresso, cioè nel 25 ottobre 1810, ridonato il tempio al divino culto, vi si stabilì la sede di una parrocchia, che allor si compose con le seguenti frazioni; alcune contrade dell’anteriore parrocchia di San Proculo, altre di quella di San Severo, chiese ambedue secolarizzate, porzione dell’antica Parrocchia di San Giovanni in Oleo, o San Zuane Novo, chiesa conservata come sussidiaria, e porzione pure della parrocchia, tuttora sussistente, di Santa Maria Formosa: a detta epoca si posero sotto la giurisdizione spirituale di San Zaccaria anche le carceri, anteriormente comprese in quella del Primicerio di San Marco. Il chiostro venne destinato a pubblici usi, e in esso si trova collocata la I. R. Contabilità Centrale di Stato.

Chiese entro la periferia di questa Parrocchia attualmente officiate.

San Giovanni in Oleo così chiamato per il martirio, nell’olio bollente, da quel Santo Apostolo ed Evangelista sofferto. Per distinguere questa chiesa dalle altre al santo medesimo dedicate, prese anche il titolo di San Zuane Novo. Eretta intorno all’anno 968 dalla famiglia Trevisan, venne riedificata al principio del secolo XV, e consacrata nel 1465 da Andrea Bono, ultimo Vescovo di Jesolo o Equilio. Finalmente verso la metà del secolo XVIII fu ricostruita in moderna forma dall’architetto Matteo Lucchesi. Parrocchiale sino da primi tempi, venne soppressa nel 28 giugno 1808, e addetta a San Marco qual sussidiaria; in tal condizione di sussidiaria fu poi, nel 25 ottobre 1810, aggregata alla Parrocchia di San Zaccaria, cui tuttora appartiene.

Chiese Secolarizzate.

Santi Filippo e Giacomo. Questa chiesa, e il chiostro adiacente, si fondarono verso il 1190 dai monaci dei Santi Felice e Fortunato stabiliti nell’Isola Ammiana, che sorgeva nelle nostre lagune, poco lungi da Torcello. Sottoposta quell’isola alle incessanti corrosioni delle onde, era quasi affatto scomparsa sul declinare del secolo XIV, lo che obbligò i monaci ad abbandonarla, per trasferirsi in Venezia nella chiesa e nel chiostro summentovati.

Scemata poi, e quasi ridotta al nulla quella religiosa famiglia, il governo prese possesso di quei locali, concentrando il tutto nella Parrocchia di San Marco, di cui era Capo il Primicerio, il quale stabilì nel convento la sua abitazione. Nel 1579, quell’edificio fu convertito in seminario dei chierici della Cappella Ducale, stabilimento dappoi traslocato, nel 1591, in altro chiostro a San Nicolò di Castello già eretto ove ora verdeggia il pubblico giardino. Per tale innovazione, il Primicerio riprese l’anteriore sua stanza, e la chiesa si commise a un rettore.

Nel 1807, secolarizzata la chiesa, e mancato a vivi poco appresso l’ultimo Primicerio Luigi Foscari, il chiostro si destinò ad usi diversi; finalmente nel 1828 venne assegnato all’I. R. Tribunale Criminale, che vi tiene la sua residenza.

Sorgeva, laterale alla chiesa, una cappella sacra a Sant’Apollonia, ora pur secolarizzata, ma che nondimeno lasciò a quella fondamenta il suo nome.

Sul fianco del primiceriato che guarda le carceri, stava un’altra chiesetta intitolata a Santa Scolastica, cui si accedeva per la Calle degli Albanesi e che, distrutta, forma ora adiacenza al Tribunale summentovato. Ad usi secolari si convertirono parimenti i seguenti edifici.

Località meritevoli di particolare menzione

Ruga Giuffa. È una lunga via che scorre nella parte settentrionale di questa parrocchia, chiamata Ruga perché, nei primordi di Venezia, si dava questo nome alle strade fiancheggiate di case d’ambedue i lati, era forse un francesismo tratto da Rue: le fu poi aggiunto il titolo Giuffa, quando in essa si stabilirono molti armeni procedenti da Iuffa, città sull’Arasse, venuti ad esercitare in Venezia la mercatura.

Palazzo Grimani. Alla estremità di questa Contrada s’innalza, il Palazzo della illustre famiglia Grimani, eretto dal Cardinale Giovanni Grimani, già Patriarca d’Aquileja, il quale è fama ne abbia dato il modello. La maggior porta, di stile grave, si reputa architettata da Sebastiano Serlio. Questo maestoso edificio fu riccamente adorno da quel prelato con preziose pitture, e sculture, fra le quali primeggia la statua colossale di Marco Agrippa, opera di alto merito di greco scalpello.

Palazzo Trevisan o Malipiero. Vicino sorge il Ponte di Ruga-Giuffa; presso la testa di questo merita osservazione il palazzo, era già della cospicua famiglia Trevisan, chiamato anche Palazzo Malipiero: è decorato di marmorea facciata molto elegante, con finissima diligenza condotta dagli artisti della Scuola de Lombardi che arricchì Venezia di tante celebri opere.

Palazzo Trevisan o Cappello Tornando poi verso San Proculo (San Provolo), ed avviandosi al Ponte di Canonica, disceso questo, si osserva, sul canale che porta lo stesso nome di Canonica (dai Gondolieri detto Calonega), un grandioso edificio, palazzo in addietro della Famiglia Trevisan. Si reputa opera dei Lombardi, o di Guglielmo Bergamasco, costrutto al principio del Secolo XVI quando le arti del disegno cominciavano a riprodursi con giusto e regolare sistema. Ammirabile ne è il prospetto, tutto incrostato di marmo intarsiato di altri marmi rari e preziosi; annerito dal tempo, e dalle salse esalazioni, lascia molto desiderare che una mano diligente si accinga alla sua pulitura, onde così ridonarlo all’attenzione degli amatori dell’arti.

Questo edificio si conosce sotto il nome altresì di Palazzo Cappello, e si reputa digià abitato dalla famiglia della tanto famosa Bianca. Deggio su ciò avvertire, che la casa Cappello era posta nel circondario della chiesa di Sant’Apollinare (Sant’Aponal) a piedi del testé demolito Ponte Storto, e che da quella, non da questo Palazzo, è fuggita Bianca in età di anni 16, nella notte del 28 novembre 1565, per unirsi a Pietro Bonaventuri che la trasse in Toscana.

Il Palazzo Trevisan fu poi comperato con i danari di Bianca quando il Gran Duca Francesco dei Medici, stendendo ad essa la mano, la innalzò ad onorevolissima condizione. Allora appunto, cioè nel 1578, o in quel torno, Bartolammeo suo padre, e Vittorio suo fratello, vennero ad abitare questo palazzo. Sbagliano adunque coloro che, seguendo la popolar tradizione, si occupano a meditare, come potesse la bella Bianca, dal suo appartamento, invaghirsi di un commesso della banca Salviati che le stava rimpetto, poiché, di contro al Palazzo Trevisan, non vi ha quasi altro caseggiato che quello ad uso dei Canonici di San Marco.

Ma lasciando i pensieri dei visionari, e procedendo verso la parte meridionale di questa parrocchia, cominceremo a per correrla sulla Riva o Fondamenta degli Schiavoni.

Ponte de la Paglia. Il Ponte che qui si presenta si chiama della Paglia, eretto nel 1560, si reputa il primo costruito di pietra viva, poiché a quel tempo erano tutti di legno, eccettuato forse qualcuno di pietre cotte. Si dice traesse il nome dalla paglia ivi deposta ad uso de cavalli e delle asinelle, cavalcatura una volta de patrizi che intervenivano al Gran Consiglio in Palazzo Ducale. Però sembra più verosimile, che tale denominazione venisse dalle barche cariche di paglia che ivi solevano approdare. Conservò questo ponte l’antica forma sino all’anno 1844 in cui fu raddoppiata la sua larghezza, e più agevoli si ridussero le due rampe.

Ponte dei Sospiri. Dal Ponte della Paglia se ne vede un altro a breve distanza, il quale accavalca lo stesso Canale sopra una linea più alta. È questo un ballatoio coperto, che pone in comunicazione il Palazzo Ducale, cui si appoggia da un lato, con le carceri, alle quali è innestato dall’altro; tramite eretto per gli inquisiti, onde il loro passaggio dai tribunali ai luoghi di reclusione, e viceversa, fosse sollecito, sicuro ed inosservato.

Ecco il ponte volgarmente detto dei Sospiri, essendo ben naturale che i colpevoli sospirassero nel transitarlo. Questi pochi cenni sarebbero più che sufficienti per indicarne l’uso e l’oggetto, se la gonfia mole dei parti di fantasia pomposamente innalzata sopra questo piccolo edificio, non mi obbligasse a presentarlo nella sua verità, scevro dalla catasta delle menzogne con le quali lo hanno ingombrato coloro i quali, al dire del Sig. Pastori di Parma, credono d’acquistare fama di celebrità letteraria, passando per quella peste di lavoro che si chiama romanzo, o simile fatta di stramberia e falsità: questa fatale necessità, egli soggiunge, ci arricchiva di produzioni della mente le più mostruose. Per non interrompere il filo del mio discorso, svilupperò alla fine del presente capitolo in una nota la condizione materiale e morale di questo ponte; e intanto procederò ad annoverare gli oggetti più interessanti che qui si presentano.

Carceri. Gli uomini di spirito elevato abbisognano di occasioni per essere conosciuti, e le occasioni non sogliono offrirsi solamente Vedi Gazzetta di Venezia 7 febbraio 1845, N. 31, Appendice, dal caso, ma di frequente dalla saviezza altresì di chi regola la cosa pubblica. L’incendio scoppiato nella notte 20 dicembre 1577 in Palazzo Ducale, disordinò e scompose quel sommo edificio a tal segno, che minacciava imminente integrale rovina.

Consultati i più esperti architetti, opinarono, essere necessario demolire anche le parti dalle fiamme lasciate in piedi, e nuova reggia innalzare: anzi con tale divisamento si accinse il Palladio a delineare un progetto degno di Venezia, e di lui. Gravemente pesava sull’animo dei Patrizi e di tutti gli ordini dei cittadini, la distruzione di sì venerando monumento, fondato dal primo Doge residente in Venezia, ampliato, decorato e arricchito dalla lunga serie de suoi successori. Pria di venire a sì commovente risoluzione, volle il governo mettere in pratica ogni possibile tentativo per conservare l’opera di tanti secoli, di tanti studi, e di tante dispendiose sollecitudini; a quest’uopo, l’architetto Antonio Da Ponte diede un progetto, che fu adottato, seguendo il quale intraprese il malagevole incarico di eseguire un generale restauro di tutto il periclitante edificio, come ancora il rifacimento di quanto le fiamme avevano divorato.

La felice riuscita di sì arduo e svariato lavoro, mostrò al governo quale uomo avesse a servigio suo, e quanta gli si dovesse riconoscenza. Cessato il bisogno di quella circostanza, non fu condannato all’obblio tanto merito; anzi nel 1588 la Repubblica affidò allo stesso architetto la costruzione del celebre Ponte di Rialto, che incolume tuttora grandeggia; e, l’anno appresso, gli commise altresì la edificazione delle Pubbliche Carceri, onde trarre i detenuti dalle angustie di quelle allora nel Palazzo Ducale esistenti.

Presso la testa adunque del Ponte della Paglia di cui si è detto, si alza maestoso edificio la cui fronte ha l’aspetto di principesco palazzo, e i fianchi presentano tutta la robustezza, che si addice a pubbliche carceri. Questo ampio stabilimento, capace per circa 400 individui è quadrilatero, ed isolato: spaziosa corte che ne occupa il centro, grandemente contribuisce alla salubrità del medesimo; M. Kovard, dopo avere visitate le carceri delle principali città di Europa, lo ha giudicato il migliore in questo genere di edifici.

Fondamenta o Riva degli Schiavoni. Comincia questa dinanzi alle carceri, e prosegue in linea dolcemente arcuata, sino al Ponte della Cà di Dio. Prese il nome dai Dalmati, volgarmente chiamati Schiavoni, i quali, lungo la stessa, tenevano una volta e in terra e in acqua gli stazi per la vendita di carni affumicate e salate, che recavano dai loro paesi, e servivano particolarmente a nutrimento del basso popolo. Sino dal Secolo IX cominciò costruirsi questa fondamenta, e fu in epoche diverse continuata.

La sua larghezza era all’incirca eguale a quanta ne aveva il Ponte della Paglia prima della recente ampliazione, e simile appunto alla larghezza tuttora conservata del vicino Ponte del Vin, e degli altri che a questo succedono. Nell’anno 1780, decretò il Governo il suo ingrandimento, per cui fu condotta alla presente larghezza di circa 80 piedi. I ponti che ne congiungono i vari tronchi, conservarono le dimensioni anteriori, quindi appaiono angusti, e sono addossati alle Case conterminanti.

Ora soltanto, come si disse, fu ampliato quello della Paglia, e si atterrò l’altro della Cà di Dio, il quale, immantinente riedificato, maestosamente domina il mezzo della Fondamenta; ed è ben degno di essere secondo a quel di Rialto. Scorre la Fondamenta o Riva degli Schiavoni, lungo i circondari delle due Parrocchie di San Giovanni in Bragora, e di San Zaccaria, ciascuna delle quali ne abbraccia un tronco, e così procede dal Ponte della Paglia a quello della Cà di Dio. Questo la unisce alla Fondamenta chiamata della Cà di Dio, proseguita da quella dei vicini Forni sino al Ponte di legno che attraversa il Rio dell’Arsenale, e che serve a continuare il cammino lungo il Campo e la Fondamenta di San Biagio.

Al termine di questa, sorge il Ponte della Veneta Marina, che congiunge la linea fin qui discorsa con la strada nuova conducente ai pubblici giardini. Così si compone un’ampia via, quasi retta, dalla Piazzetta di San Marco ai giardini, lunga circa un miglio, che offre il più svariato delizioso passeggio, e conduce a una meta di fragrante vegetazione, ove si può riposare, ed ove, in questi ultimi tempi, si costruì una magnifica, bene servita, scuola di equitazione.

Percorrendo codesta linea, s’incontrano sette ponti che formano parte della medesima con i seguenti nomi distinti, sovrapposti ai canali, o rii, che vo ad accennare.

Ponte della Paglia, sul Rio di Palazzo.
Ponte detto del Vin, sul Rio del Vin.
Ponte detto della Pietà, sul Rio dei Greci.
Ponte detto del Sepolcro, sul Rio della Pietà.
Ponte detto della Cà di Dio, sul Rio della Cà di Dio.
Ponte detto dell’Arsenale, sul Rio dell’Arsenale.
Ponte detto della Veneta Marina, sul Rio della Tana.

Sei di codesti ponti sono di pietra; uno solo, cioè il Ponte dell’Arsenale è di legno; diviso questo in due parti, che nel mezzo si uniscono, si può agevolmente aprirlo, e far girare ognuna di dette parti sopra un robusto perno, per lasciar libero il transito dei navigli che entrano od escono dall’Arsenale. Presso il secondo de ponti sopraindicati, che è quello chiamato del Vin, si alza grandioso palazzo di leggiadro stile moresco, abitazione una volta della patrizia famiglia Bernardo, ora dal Sig. Danieli convertito in Albergo Reale, ove si trova nobile stanza, ed esatto servigio, e d’onde può spaziarsi la vista sul circostante passeggio, e stenderla ancora alquanto innanzi nel mare.

Molti piacevoli oggetti fermano l’attenzione di chi percorre la via della quale si è detto; senonché uno de più interessanti è quello appunto che non si vede. I vari tronchi della Fondamenta o Riva sono eretti su pali conficcati alla profondità di circa sei piedi nel paludoso letto della laguna, sopra i quali si distesero due strati di grosse tavole di larice, incrocicchiati fra loro. Sopra questa impalcatura, si gettò un forte battuto di terra, con che fu eretta un’arginatura di circa 9 piedi e mezzo di altezza, alla quale si sovrappose il lastricato di quel passeggio.Anche la strada nuova, che forma continuazione ai tronchi della fondamenta, è sovrapposta in tutta la sua estensione ad una lunga volta, i cui fianchi poggiano parimenti sopra legname profondamente piantato; perciò può dirsi a ragione, che anche questo miglio di strada sorge tutto su palafitte.

Feste Veneziane

Riferiscono alcuni cronisti, che sino dalla fondazione del Monastero di San Zaccaria, cominciasse il Doge a visitare annualmente la chiesa: altri pensano in modo diverso riguardo all’epoca, ma la opinione meglio fondata la stabilisce al tempo di Papa Benedetto III. Dopo avere il pontefice, nell’anno 855, tenuto stanza, come si disse, in quel chiostro, reduce a Roma, manifestò la più sentita riconoscenza, inviando a quella Chiesa cospicue sacre reliquie, con generose indulgenze: decretò quindi il Governo, dovesse il Doge, col suo seguito, trasferirsi ogni anno a venerare quei santi depositi, onde giovarsi delle Apostoliche concessioni.

Destinato venne alla cerimonia il XIII giorno del mese di Settembre, vigilia dell’Anniversario della consacrazione del primo tempio ivi eretto, come disopra abbiamo fatto osservare; nella quale circostanza, l’abbadessa Augustina Morosini, esultante pel segnalatissimo onore di quella visita, fece al Principe ricco presente di un corno ducale d’oro massiccio, splendidamente arricchito di gemme, e tanto prezioso, che lo si volle serbato ad usarne soltanto per la coronazione, all’avvenimento al Trono d’un nuovo Doge.

Si teneva perciò custodito nel Tesoro di San Marco; senonché nel giorno dell’annua visita lo si traeva da quel depositorio, per portarlo sopra un bacile al Convento di San Zaccaria, ove il Doge lo rendeva ostensibile alle religiose, con quest’atto manifestando in quanto pregio si teneva quel regalo. Un terribile avvenimento funestò nei primordi quella sacra funzione.

Occupava il seggio ducale Pietro Tradonico, d’illustre famiglia proceduta da Pola in Istria, più tardi, per corruzione di lingua, chiamata Gradenigo, la quale molto decorosamente tuttora si conserva. Glorioso e paterno era stato per il lungo corso di 27 anni il suo regno; ma difficili erano i tempi, turbati dalle gagliarde fazioni alimentate da cittadini irrequieti.

Accagionato il Doge di non essere forte abbastanza onde ricondurre la calma, si congiurò contro di lui. Venuto quindi, nell’anno 864, il giorno della consueta visita a San Zaccaria, e celebrata la sacra funzione, uscito il Doge dal tempio, fu assalito da una turba di armati che lo stesero esangue.

Raccolto il cadavere, ebbe sepoltura nel vestibolo della chiesa allor sussistente; ma le successive ricostruzioni della medesima, delle quali ho parlato, fecero smarrire ogni traccia della sua tomba. Sembra peraltro, che in memoria del tristo caso si sia dappoi eretta la colonna, con sovrapposta Croce, che tuttora sussiste sulla Piazza o Campo dinanzi alla Chiesa.

Si ha ragione di credere, che l’assassinio si commettesse nel passaggio del Doge per la Riva degli Schiavoni, disposto avendo il Governo, dopo quel fatto, la erezione in pietre (probabilmente pietre cotte) del Ponte di Canonica, affinché, in avvenire, tenesse il Principe la via dei Santi Filippo e Giacomo, piuttostoché quella della Riva, riputata forse meno sicura, per la facilità che vi trovavano i malfattori di nascondersi nelle barche, e di fuggire con le medesime.

Le memorie più accreditate stabiliscono codesto tragico fine del Capo della Repubblica nel suddetto giorno 13 Settembre 864, vigilia dell’anniversario della consacrazione; sembra però, che quando fu destinata altra via da tenersi dal principesco corteggio, si sia cangiato anche il giorno di quella visita, poiché, nei secoli susseguenti, e sino alla caduta della Veneta aristocrazia, la cerimonia aveva luogo al momento dei vesperi del giorno di Pasqua; anzi, onde renderla più magnifica, fu poi decretato, che il Doge vi si trasferisse colle sue barche dorate, e costantemente fu conservata anche la ostensione del Corno Ducale, che pure si fece più ricco con l’aggiunta di nuove gemme.

L’uccisione del Tradonico diede grave argomento di erigere una commissione per istruire la procedura, in conseguenza della quale furono severamente puniti i colpevoli. Il buon servigio prestato da quella straordinaria magistratura, persuase il governo a renderla permanente; fu questa l’origine del celebre Magistrato degli Avvocati della Comune (Advocatores Comunitatis), volgarmente chiamati Avvogadori di Comune, cui si affidò l’importantissimo ufficio di vegliare per l’osservanza delle leggi, d’inquisire sulle trasgressioni, di accusare i rei, di giudicare su alcuni oggetti civili, e criminali, e più ancora, il diritto di pronunziare il veto per sospendere le risoluzioni delle diverse autorità, e quelle persino del Maggior Consiglio, quando fossero state contrarie alla legislazione. Questo magistrato fu il vero palladio della Repubblica, e per tanti secoli la sostenne sino a che seppe e poté conservare la sua forza morale. (1)

(1) ANTONIO QUADRI. Descrizione topografica di Venezia e delle adiacenti lagune. Tipografia Giovanni Cecchini (Venezia, 1844)

Parrocchia di San Zaccaria dall’Iconografia delle trenta Parrocchie – Pubblicata da Giovanni Battista Paganuzzi. Venezia 1821

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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