Lorenzo Celsi. Doge LVIII. Anni 1361-1365

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Lorenzo Celsi. Doge LVII. Anni 1361-1365

Erano raccolti gli elettori per dare allo Stato un principe nuovo, e indecisi ancora nella scelta da farsi tra quattro illustri senatori concorrenti, cioé Pietro Gradenigo, Leonardo Dandolo, Marco Cornaro e Andrea Contarini, udita una voce nel cortile del palazzo, che Lorenzo Celsi, capitano del Golfo, avesse preso alcuni pirati genovesi, ciò valse a far decidere in di lui favore la sorte. Il che avvenne il di 16 luglio 1361. Benché la notizia si scoprisse poi falsa, pure, avendo reso il Celsi utili servigi alla patria, venne la di lui elezione gradita. Furono tosto mandati dodici ambasciatori a levarlo in Candia, ove trovavasi, e fece il suo ingresso, veramente magnifico, in patria il dì 21 del susseguente agosto.

I primordi del suo reggimento vennero rallegrati dalle feste per la venuta in Venezia del duca d’Austria (29 settembre 1364), e poco poi per quella di Pier Lusignano, re di Cipro (5 dicembre). Conduceva seco il duca i due ambasciatori veneziani, Marco Cornaro e Giovanni Gradenigo, i quali, nel ritorno che è facevano dalla loro missione appo l’imperatore Carlo IV, erano stati, contro il gius delle genti, carcerati dal castellano di Sench, ed ora resi liberi dal duca stesso.

Ad opere di pace subitamente volse l’animo il doge, componendo col Carrarese alcune nuove vertenze insorte circa alle reciproche giurisdizioni nell’isola di Sant’Ilario; appianando quelle altre con gli Scaligeri, per il trausito del Po; rinnovando, per cinque anni, la solita tregua con Giovanni Paleologo, imperatore d’Oriente. Ma tutte queste cure spese dal Celsi per conservare la tranquillità vennero sconvolte dalla fiera rivolta di Candia.

Questa rivolta nacque da leggiera cagione; imperocché, dovendosi, per interrimento fattosi delle sabbie marine, scavare quel porto e ripararsi quel molo, fu per decreto pubblico posto un balzello agli isolani per sopperire alla spesa. I primari Greci di Candia e molti fra i coloni veneziani ebbero a sdegno quella disposizione, pretendendo essi, per le concedute franchigie, di andare immuni da tale gravezza. Il malcontento, che serpeggiava da lungo tempo negli animi di quel popolo, ruppe in tale occasione in aperta rivolta. Della quale fattisi capi Marco Gradenigo, soprannominato Spiritello, Tito Veniero e Giovanni Calergi, uomo quest’ultimo assai potente tra i Greci, e di molta autorità in tutta l’isola, radunato numeroso stuolo di armati, recaronsi tumultuariamente, il dì 9 agosto 1363, al palazzo del duca Leonardo Dandolo, minacciando. Ma questi, non paventando il furore di quei rivoltosi, si presentò loro con perterrito animo, unitamente ai due suoi consiglieri Jacopo Diedo e Stefano Gradenigo, e parlò parole di pace, rimproverandoli dolcemente di quell’atto infedele, non proprio di sudditi, né valevole a conseguir grazia dal principe. Coloro però risposero arditamente: Non avere diritto il Senato d’imporre loro balzelli; essere quindi il decreto che li statuiva contrario ai privilegii accordati ai loro padri; volere che venisse revocato. Dandolo coraggiosamente a ricontro dicca loro: Essere sovrana dell’isola la Repubblica; e perciò poter ella ordinare gli aggravi, e più, come questo, rivolto all’utilità loro, al loro immediato vantaggio. Tali rimproveri, quantunque dolci, irritarono vieppiù i rivoltosi: i quali prorompendo in urla furiose, slanciaronsi impetuosamente contro il Dandolo, e sì esso che i due ora detti suoi consiglieri imprigionarono. Fu merito principalmente di Andrea Cornaro e di Michele Faliero se poterono far loro salva la vita. Fu eletto poscia a capo del governo Marco Gradenigo, e furono tosto abbassati i vessilli di San Marco ed inalberati quelli di San Tito protettore dell’isola.

Non appena fu nota al Senato l’accaduta ribellione, che non risparmiò ogni pacifico mezzo per indurre i rivoltosi ad obbedienza. Spediva colà tre dei più ragguardevoli senatori, affinché tentassero ogni mezzo di dolcezza per sedare gli animi: Pietro Soranzo, Andrea Zeno e Marco Morosini, incaricati di sì ardua missione, partirono a quella vòlta con tre galee; ma, non appena arrivati, gli insorti fecero loro intendere, non si arrischiassero a dar fondo nel porto, se avevano cara la vita. E poiché nullo valse argomento a richiamarli al dover loro, ritornavano gli inviati alla patria senza alcun frutto. Tentò di nuovo il Senato spedire una seconda volta altri cinque senatori a cotal fine, nelle persone di Andrea Contarmi, Pietro Zane, Francesco Bembo, Giovanni Gradenigo e Lorenzo Dandolo, i quali, presentaronsi al capo e ai consiglieri del governo fedifrago, e sebbene il Contarini parlasse miti parole, proprie a riconciliare gli animi e richiamarli nelle vie della rettitudine, pure anche questa volta non valsero che ad irritare quegli sconsigliati.

Fu allora che la Repubblica deliberò di domarli con la forza. Innanzi tratto però il Senato facca solleciti offici appo le corti straniere, affinché nessuna aiutasse i ribelli; ed ottenuto riscontro conforme ai desideri, pensò tosto ad allestire una classe possente. Discusso da prima il modo da tenersi nelle opere militari, armò quindi trentatré galee e dodici navi onerarie, ed imbarcò un nerbo fortissimo di milizie terrestri, al comando delle quali prepose Luchino Dal Verme, veronese, e a quello della flotta Domenico Michieli.

Sciolse l’armata dal porto del Lido il dì 10 aprile 1364, giunse a vista di Candia il dì 7 del maggio susseguente, e all’indomani ancorossi nel porto di Fraschia.

Nel decorso di tempo, nel quale si preparavano tali armi, accaddero nell’isola vari tumulti: dappoiché un Calogero greco per nome Mileto, volendosi render caro a Giovanni Calergi, ed avendo ucciso e fatto uccidere proditoriamente vari principali Veneziani, finì col perdere egli stesso la vita.

Eseguito infrattanto lo sbarco dal prode Dal Verme, una sola battaglia data per mare e per terra valse ai Veneziani per disperdere e conquidere i rivoltosi, e a prendere ì sobborghi della città. Per la qual cosa, vedutisi alle strette, i ribelli spedirono ai vincitori Andrea Cornaro e Michele Faliero, i quali con calda orazione scusarono i rei, ed ottennero speranza di venia. Il dì 10 maggio, aperte le porte, entrarono i Veneziani nella città di Candia. Lascieremo qui dire, aver dovuto il Michieli, tosto entrato nella città, sedare un tumulto accaduto per causa delle milizie vincitrici, le quali volevano darsi al saccheggio; e tampoco taceremo della punizione a cui soggiacquero i principali ribelli. Diremo soltanto, che ordinato fu dal Michieli medesimo a Pietro Soranzo di partir tosto con una galea affine di dare avviso al Senato del prospero evento. Il Soranzo quindi sciolse tosto da Candia e giunse a Venezia il dì 4 del giugno susseguente, secondo rapporta il Petrarca testimonio di vista.

Indicibili furono le festc fatte dai Veneziani per quella vittoria, e, dopo rese grazie a Dio nella Basilica, fra le altre solennità si ordinarono splendide giostre nella piazza di San Marco. E perché potessero condegnamente assistere a queste il doge, i nobili e le dame, si costrusse tutto intorno alla piazza anzidetta un palco, ed uno maggiore davanti la facciata della Basilica, come il detto Petrarca racconta. Il quale, seduto alla destra del doge, fu testimonio egli stesso di quella pompa solenne, durata quattro giorni di seguito. Il premio stabilito al vincitore fu il prezzo di un’aurea corona del valore di trecentosessanta ducati d’oro; il quale, per concorde giudizio, concesso venne a Pasqualino Minotto, ed il secondo onore fu impartito a un Ferrarese, siccome racconta il più volte citato Petrarca, nella sua lettera diretta a Pier Bolognese.

Poco però stettero i ribelli di Candia a rialzare il capo per opera di Giovanni e Giorgio fratelli Calergi e di altri compagni. I quali, fortificatisi nei loro castelli sui monti, e raccolti intorno a sé alquanti seguaci, impossessaronsi di parecchi casali, spargendo ovunque il terrore. Fugati dal provveditore Nicolò Giustiniani, continuarono i guasti ritirandosi: ma giunti, il 25 marzo 1365, cinque nuovi provveditori alla testa di buon nerbo di armati, i ribelli furono più volte sconfitti, infinche, nell’aprile dell’anno seguente, giunti altri provveditori, vennero interamente domati, e, presi i principali autori di quella rivolta, dannati a morte.

Da quel punto il governo di Candia si fece più austero: Giovanni Zorzi fu mandato ivi col titolo di capitano; vennero distrutte le mura, le fortezze, i luoghi che servivano di ricetto ai ribelli; allontanate le persone sospette, e per tal modo tornò l’isola tranquilla.

Mentre seguivano questi fatti accadeva, il dì 18 luglio 1365, la morte del doge Celsi, il quale otteneva sepoltura nella chiesa di Santa Maria della Celestia.

Al suo tempo, cioé nel 1362, il Petrarca donava alcuni suoi libri alla Repubblica, affinché con questi si dasse principio ad una pubblica libreria. Ma quantunque la Repubblica stessa accettasse, il dì 4 settembre di quell’anno, il dono, nulla per allora fu fatto, ed anzi pare che pochissimi ne fossero consegnati, se il Morelli, con tutto lo studio.che pose per averne notizia, non poté venire al chiaro del fatto, accennandone tre soli ora esistenti nella Marciana da lui sospettati di quella ragione.

Notiamo ancora, che ducando il Celsi, si incominciò ad erigere, nel 1361, da Tomaso Viaro, il campanile dei Frari, compiuto poi dai negozianti milanesi e modenesi nel 1396.

Il ritratto di questo doge tiene nella destra mano un breve, su cui si legge:

E MARI DVX VOCOR, CRETAE LIBERATOR OPIMAE. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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