Marino Faliero. Doge LV. Anni 1354-1355

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Marino Faliero. Doge LV. Anni 1354-1355

Nuove correzioni ed aggiunte riceveva la Promissione ducale dopo la morte del Dandolo, che miravano tutte a ristringere l’autorità del doge. Eseguite queste, si raccolsero gli elettori, i quali innanzi tratto si obbligarono, sotto pena di libbre mille, di non pubblicare il nome dell’eletto, se questo per avventura si trovasse assente, e ciò fino al suo ripatrio. Ed avvenne subito il caso; imperocché veniva chiamato al trono ducale Marino Faliero, che si trovava ambasciatore a papa Innocenzo IV in Avignone a trattare la pace con Genova. Tenuta quindi segreta la nomina, fu tosto spedito il segretario Stefanello a dargliene la nuova e sollecitare il suo ritorno. Si recava egli alla patria il 5 ottobre 1351 con funesti presagi, imperocché si fitta era la nebbia, che il bucintoro, su cui era salito, non poté avanzare, e fu necessità che montasse con tutto l’accompagnamento nelle piatte per giungere a riva; e in aggiunta, egli invece di approdare al solito luogo, prendesse terra alla Piazzetta fra le due colonne, luogo infame allora per i giuochi, poi per le esecuzioni capitali.

Contava il Faliero settantasei anni quando assumeva il ducato, ma ciò non dimeno conservava ancora robusta e vegeta salute e tutto l’ardore della gioventù.

Continuava la guerra con Genova, giacché la tregua, combinata a Pisa da Carlo IV di quattro mesi, era spirata; e i Veneziani, non avendo potuto ottenere aiuto dagli alleati, dovettero sostenere soli il pondo della lotta. A tale effetto posero di nuovo la flotta sotto il comando di Nicolò Pisani, il quale si avviò verso la Romania, sperando d’incontrare i nemici. Avuta poi notizia che Paganino Doria si trovava a Chio, andò a raggiungerlo sfidandolo a battaglia. Il Doria non l’accettò in attesa di rinforzi; per lo che il Pisani girò bordo in vèr l’isola di Panagia, ponendola a ferro ed a fuoco, poi si diresse a Cerigo, parato ad incontrare le galee che dovevano venire da Genova; ma intanto, avvicinandosi l’inverno, per ordine del Senato si ritirava a Portolungo, di fronte all’isola di Sapienza.

Si disponeva anche il Doria di ripatriar colla flotta, ma, veduta l’occasione propizia d’assalire i rivali, improvvisamente si diresse alla volta dell’isola anzidetta della Sapienza, ove raggiunse le navi veneziane. Entrato quindi arditamente nel porto, con dodici galee Giovanni Doria, nipote dell’ammiraglio, repentinamente attaccò la battaglia, aiutato poi dal resto dei legni, sicché il generale Nicolò Querini, destinato con venti galee alla custodia del porto, non trovandosi apparecchiato alla pugna, si confuse, e per di più si vide abbandonato dai suoi, i quali, spaventati da quel subito assalto, si gettarono in mare per salvarsi a nuoto, per cui fu interamente perduta la veneta flotta.

Questa rotta fatale recò spavento e lutto profondo nella città, mentre casa non vi era che non avesse a piangere qualche perduto. A prevenire maggiori mali si spedirono ambasciatori a Padova, a Verona, a Ferrara, a Mantova per domandare soccorsi, e si scrivevano lettere in ogni luogo, affine di rincorare gli animi dei vari rettori e consoli, onde non disperassero della patria. Questa infatti si trovava in basso, anche per lo favore che godeva allora Genova in Oriente da Giovanni Paleologo, riassunto a quell’impero, e per il minacciare novello in Dalmazia del re Lodovico d’Ungheria.

A renderla vieppiù desolata sorse la congiura tramata dal doge stesso, I’animo violento e l’ambizione del quale mirava a sovvertire il governo, riducendo la Repubblica a signoria principesca, come in altre città italiane. La causa principale che diede origine a quella trama fu la seguente.

Si festeggiava, secondo il costume, nel giovedì grasso dell’anno 1365 una festa da ballo nelle sale del pubblico palazzo, e Michele Steno, amoreggiando una damigella della dogaressa, nominata Lodovica, o Eloisa, accostatosi a lei, nel cuor della festa, le fece un cotl1 atto men che onesto e decente. Per la qual cosa, essendo stato dal doge veduto, fu per di lui ordine cacciato fuor della sala. Irritato lo Steno vivamente di quello sfregio, nell’uscire che fece dal palazzo, scrisse occultamente colà dove stava il seggio ducale le parole seguenti: Marin Falier — Da la bela mugier — I altri la gode — E lu la mantien.

Notiamo però che altri cronacisti più antichi narrano diversamente questo fatto; anzi sì gli antichi che i più recenti sono discordi nel contesto di tal narrazione, per cui torna difficile, in tanta incertezza e lontananza di tempi, il poter veracemente far sortire il vero in tutto suo lume.

Ciò che è di certo si è, che uno sfregio ricevette il Faliero, sia dallo Steno per la riferita cagione, sia da alquanti giovani nobili, come riferiscono alcuni cronacisti. Per la qual cosa, non ottenendo egli soddisfazione quale l’avrebbe desiderata dal tribunal dei quaranta, a cui fu demandato il giudizio della colpa, se ne sdegnò grande mente, e nel cuor suo ne covava vendetta.

Gli venne il destro poco poi di mandarla ad effetto, allorquando un cotale Stefano Chiazza, detto Gisello, ammiraglio dell’arsenale, veniva un dì battuto sul viso dal patrizio Marco Barbaro, per cui, ricorso l’offeso al doge per averne giustizia, e sentendosi rispondere, non sapere in qual modo rendergliela, essendo che non poté averla egli stesso, quantunque doge, allorché venne offeso nell’onore, a lui replicò parole che accennavano a vendetta contro tutti i nobili. Perloché, da queste ad altre parole passando, incominciarono d’accordo a trattare del modo che si doveva tenere per con durre a fine la proposta congiura.

La quale veniva conchiusa in breve, tirando al lor partito Bertuccio Faliero nipote del doge, e Filippo Calendario, valentissimo architetto e scultore, e che lavorò nella fabbrica del palazzo ducale, dopo il Baseggio, e Bertucci Israello genero di quest’ultimo, padron di nave, ed altri moltissimi. Eletti quindi sedici capi, i quali avevano a lor disposizione quaranta uomini, o, come dicono alcuni, sessanta per cadauno, dovevano questi distribuirsi qua e colà nei diversi sestieri della città in attesa del segnale convenuto. Il quale era fissato darsi sull’albeggiare del dì 15 aprile 1355; e tosto dato, dovevano tutti concorrere sulla piazza di San Marco, affollarsi intorno al palazzo ducale, e far man bassa su tutti i nobili che avessero veduto accorrere al maggior consiglio. Se non che, uno dei congiurati, per nome Beltrame, pellicciaio bergamasco, ed un altro che non volle entrare, quantunque sollecitato, nella congiura, di nome Marco Negro o Nigro; il primo per salvare un suo compare e protettore, Nicolò Lioni, il secondo a salute del suo patrono Jacopo Contarini, rivelarono confusamente la trama. Gli avvisati corsero tosto al Consiglio dei Dicci, e quel Consiglio tanto operò nella notte che precedeva il giorno tremendo, che furono arrestati i principali capi della congiura e tradotti in giudizio. Dai quali, saputo l’ordine della trama e come in essa vi entrava il doge medesimo, dannati a morte, furono impesi. Quindi fu arrestato anche il doge, e, convinto e confesso del suo delitto, venne condannato da quattordici senatori alla pena di morte, il dì d7 aprile del citato anno 1355. Prima di soggiacere alla sentenza gli fu consso di poter disporre di duemila soli ducati del suo, e gli fu tolto il berretto ducale sulla scalca che allor metteva nella sala del Consiglio Maggiore. Dipoi, condotto sul pianerottolo della scalca di marmo allora esistente in altro luogo, diverso da quello ove poi fu eretta l’attuale scalca dei Giganti, ed ove aveva fatto sacramento di fedeltà alla patria il dì che fu coronato, gli veniva recisa la testa. Quindi, siccome dice alcuna cronaca, presa da uno dei capi del Consiglio dei Dieci la spada ancor sanguinante, venne questa mostrata al popolo, proclamando ad alta voce le seguenti parole: E’ stata fatta la gran giustizia del traditore.

Veniva quindi il di lui corpo tumulato nella cappella della Madonna della Pace, presso la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, entro un’urna di marmo, la quale fu rimossa e scalpellata nella soppressione di quel cenobio, e nel susseguente demolizione di quella cappella, e con barbaro consiglio disperse le ossa e la memoria di questo doge.

Ad onta del delitto commesso dal Faliero, veniva espressa la sua immagine fra quelle degli altri dogi, nel palazzo ducale. Ciò supponeva, con buona critica, il Sansovino, che dice di aver trovato in copie antiche il seguente breve, relativo appunto a quel ritratto: Temeritas meae poenas lui. Il Sanudo, in quella vece, scrive, che alcuni volevano che fosse messo nel suo breve: Marinus Foletro dux. Temeritas me cepit. Poenas lui, decapitatus pro criminibus. Ma, come dicemmo, fu positivamente collocata l’immagine del Faliero fra gli altri dogi: imperocché, sia per una o per altra cagione, il Consiglio dei Dieci decretava, il dì 8 gennaio 1365, che ad esempio e terrore dei traditori, non potesse mai venir annullata in alcuna parte la condanna contro Marin Falier (Misti VI, pag. 22), e il 16 marzo 1366, che si cancellasse la sua effigie di mezzo a quelle degli altri dogi (Misti VI, pag. 40); cosicché, in luogo del ritratto, si dipinse un nero velo, su cui si scrisse, come tuttavia si vede:

HIC EST LOCVS MARINI FALETRO
DECAPITATI PRO CRIMINIBUS. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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