Orio Mastropiero. Doge XL. Anni 1178-1192

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Orio Mastropiero. Doge XL. Anni 1178-1192

Prima di rinunziare al ducato, dice il cronacista Daniele Barbaro, Sebastiano Ziani radunò intorno a sé gli uomini più antichi e onorati della città, detti i Pregadi, e diede loro alcune ammonizioni per ben regolare la Repubblica, e insinuò loro che fosse eletto il doge in forma diversa da quella che praticata si era con lui. Altri cronacisti tacciono questa circostanza, dicendo soltanto che, morto lo Ziani, fu proposta e presa dal gran Consiglio la Parte, che statuiva di eleggere quattro dei più saggi e prudenti cittadini, i quali dovessero nominare quaranta persone, una per famiglia, e con almeno tre suffragi; dai quali quaranta poi fosse scelto, a maggioranza di voti, il nuovo doge. Eletto pertanto Enrico Dandolo, Stefano Viani, Marin Polani e Antonio Navigaioso, nominarono quaranta tra i più illustri nobili e cittadini, i quali diedero, il di 17 aprile 1178, la maggioranza dei suffragi ad Orio Mastropiero, uomo, come scrive il Sanudo, prudente e molto amato e grato a tutti, e limosiniere ai poveri.

Le cose d’Oriente richiamavano l’attenzione della Repubblica; imperocché, morto l’imperatore Ernmanuele nel 1180, e fatto perire il successore suo figlio, Alessio II, dal proprio tutore Andronico, che ne usurpò lo scettro, questi perseguitò, con ogni maniera di crudeltà i Latini, sotto pretesto di aver favoreggiato il legittimo Augusto; sicché i perseguitati fuggirono, ed ovunque pervennero, eccitarono, al racconto dei mali patiti, desiderio di vendetta. Più d’ogni altro però re Guglielmo di Sicilia accoglieva le istanze dei profughi, e, radunato grande esercito, mosse alla volta di Costantinopoli, e, presa Durazzo e Tessalonica, già minacciava la stessa sede imperiale, intanto che altri Latini, tra i quali i Veneziani, ponevano a ferro ed a fuoco le coste della Propontide e dell’Ellesponto. Sennonché, per nuova rivoluzione, cacciato Andronico, ed innalzato Isacco Angelo Comneno, toccarono le armi siciliane sconfitta, per cui fuggirono, lasciando quella impresa. I nostri, che per l’alleanza con Guglielmo, avevano a lui forniti quaranta legni, alla nuova dell’avvenimento al trono d’Isacco Angelo, si ritirarono, e spedirono a lui siccome ambasciatori Ottaviano Querini e Pietro Michiel, i quali, accolti benignamente, ottennero dal nuovo Augusto, non solo la conferma degli antichi privilegi, ma anche fermarono un particolare trattato larghissimo, il quale però non ebbe effetto per le nuove rivoluzioni che poco poi dilaniarono quell’impero vacillante.

Ristabilito per tal modo il buon accordo coll’Augusto orientale, si pensò tosto di volgere le armi alla sommessione della Dalmazia, e particolarmente di Zara, la quale si era data nuovamente agli Ungheri, ed aveva ricevuto presidio da quel re, Bela III. Tale defezione viene variamente assegnata dagli storici agli anni 1182 e 1185.

A sostenere le spese dell’armamento, si decretò, nel 1187, un nuovo prestito, impegnando a tal uopo le rendile del sale, della Zecca e della contea di Ossaro, e ciò per anni dodici, con promessa di rimborso in rate quadrimestrali. Altro contratto anche si fermò con diversi cittadini, i quali si obbligavano a fornir navi per quella spedizione, designando, a malleveria del compenso dei danni, i beni di San Marco, il tesoro, il catastico e tutte le rendite della chiesa. Allestita la flotta, sciolse alla volta di Zara; ma nulla poterono ottenere i Veneziani, perché validamente difesa dal re d’Ungheria; sicché, dopo di aver conquistata l’isola di Pago, ed alcun’ altra circostante, si limitarono ad assediarla. Nel mentre però che durava l’assedio giungevano triste nuove dalla Palestina, sicché, ad istanza del Pontefice, fu conchiusa fra le parti belligeranti una tregua di due anni, alfine di volgere le comuni forze contro i Saraceni, già ritornati in possesso della Terra santa, per le vittorie di Saladino.

Gregorio VIII, e quindi Clemente III, pontefici, con efficace parola, invitava l’Europa universa ad accorrere alla santa impresa. E perciò le città italiane, deposti gli odi e le gare antiche, unite in un solo volere, mandavano genti in Palestina, e con esse Francia, Inghilterra, Germania, col fiore dei principi e dei guerrieri, assumevano la croce. Doge Mastropiero anche richiamava in patria, per la Pasqua del 1189, tutti i cittadini, alfine di arruolarsi alla crociata, e spediva una flotta possente, sulla quale, olire ai nostri, si imbarcarono molli Italiani, con l’arcivescovo di Ravenna.

Giunti in Palestina i crociati soccorsero dapprima Tiro pericolante, poi assediarono Tolemaide, e dopo molto pugnare la vinsero, per cui Veneziani, Genovesi e Pisani tornarono in possesso delle parti da essi per lo innanzi occupate. Vinsero poi i crociati anche ad Arsur; ma, invece di correre prontamente a Gerusalemme, perdettero un tempo prezioso nel rialzare le mura di Jaffa e di Ascalona; sicché le dissensioni, per una od altra cagione, s’introdussero nell’esercito. Le turbolenze frattanto sorte in Inghilterra, che mettevano in periglio la corona di Riccardo Cuor di Leone, fece sì che questi, prima di ritornare alla patria, intavolasse pratiche di pace con Saladino; pace che venne poi conchiusa nel 1192.

In mezzo a tanto commovimento di armi e di popoli non obbliarono i Veneziani di farsi rinnovare o confermare i privilegi, e di conchiudere nuovi trattati a benefizio dei loro commerci. Quindi, nel 1183, ebbero conferma dei precedenti accordi con Antiochia; all’assedio di Tolemaide, da Corrado di Monteferrato, re titolato di Gerusalemme, col concorso di altri re e principi, ottennero diploma in cui si rinnovavano le concessioni concesse loro dal patriarca Vermondo e dai baroni, al tempo di Baldovino I; e con Ferrara, nel 1191, fermavano nuovo trattato, con cui era concessa loro libertà di traffico, sicurezza delle persone e delle robe, propri fondachi e giudici propri.

Che se si mostrarono solleciti i Veneziani nel provvedere al ben essere loro nell’esterno, non lo furono meno nel procurare l’ordine nell’amministrazione dell’interna giustizia. Laonde di questi tempi instituirono tre nuovi magistrati; il primo, cioè quello degli Avvogadori del Comune; magistratura, della quale, benché sia incerta l’origine, pure Andrea Dandolo l’assegna al ducato di Orio Mastropiero; ed abbiamo già un documento, rapportato dal Sanudo, del dì 7 novembre 1187, nel quale si vedono sottoscritti col titolo di Giudici del Comun, Manasse Badoaro, Jacopo Navigaioso e Filippo Faliero. Ad esso magistrato furono demandate allora le cause dei particolari contro il Comune, e le ragioni di questo verso di quelli. Il secondo, instituito nel 1179, fu il Consiglio dei quaranta, appellato per ciò Quarantia, a cui si assegnarono le appellazioni dalle sentenze emanate dalli magistrati della capitale e dalli rettori delle altre città e stati marittimi, e ciò in riguardo a controversie civili, con autorità anche di supremo potere in ragione di pena per delitti sopra la vita o libertà dei cittadini e dei sudditi; e si diede a preside del medesimo il doge con il suo consiglio minore. Il terzo fu il magistrato del Forestiere, creato affine di sollevare l’altro magistrato del Proprio, togliendo a questo la trattazione di tutti gli affari riguardanti il commercio coi forestieri, divenuto ormai esteso e della massima importanza; il quale nuovo magistrato si compose di tre giudici, che trattavano intorno alle controversie insorte per ragion di commercio fra i sudditi ed i forestieri.

Essendo divenuto ormai vecchio ed infermo, doge Mastropiero, seguendo l’esempio del suo antecessore, rinunziò alla ducea, e si ritirò nel monastero di Santa Croce in Luprio, ove, vestita la cocolla, poco dopo moriva, ed era tumulato nella chiesa stessa.

Durante il reggimento di lui si riedificò, nel 1178, la chiesa di San Giovanni in Bragora; e, nel 1189, quella di San Salvatore, per opera, di quel priore Gregorio Fioravanti; e si fondava una chiesa ed uno spedale, nell’ isola di San Lazzaro, per curare i lebbrosi, dalla pietà di Leone Paolini, che poi dava, nel 1182, in libero dono alla chiesa cattedrale di Castello. Notiamo anche, che la peste, nel 1182, afflisse la città; e che, nel 1187, passavano alla seconda vita in Venezia, Pietro Acotanto e Leone Bembo, assunti poscia all’onore degli altari.

Il breve tenuto nella destra mano dal ritratto del nostro doge dice, con qualche differenza dal Sanudo e dal Sansovino:

DESERO DVCATVM, MONACHVS VIVO, MORIORQVE. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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