Chiesa di San Bartolomeo Apostolo vulgo San Bortolomio

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Chiesa di San Bortolomeo - San Marco

Chiesa di San Bartolomeo Apostolo vulgo San Bortolomio.

Storia della chiesa

Da popolar tradizione, che ancora al giorno d’oggi sussiste, si rileva, che nell’anno 840, nel bel mezzo della città appresso l’Isola di Rialto sia stata fabbricata una chiesa sotto l’invocazione di San Demetrio martire di Tessalonica, la quale poi rinnovata dal doge Domenico Silvo nell’anno 1170, sia stata ancora decorata in tal occasione col titolo dell’apostolo San Bartolommeo. Di essa sin dalla sua prima origine fatta parrocchiale si dice, che sia stato piovano, o (come si chiamava allora) vicario, Giovanni Polani, poi vescovo Castellano, figlio del doge Pietro; dal che si deduce in quanto pregio fosse fin da quei tempi questa riguardevole chiesa.

Pure per alcune gravi differenze fra essa, ed i canonici regolari della vicina Chiesa di San Salvatore, fu ella da Marco Niccola vescovo Castellano per preciso comando di Celestino Papa III, concessa, e soggettata al monastero alla giurisdizione di San Salvatore; benché per poco tempo dopo (come già si è detto di sopra) fu per autorità di papa Innocenzo III, sciolta da tal unione, e restituita al governo del piovano, e del suo clero secolare.

Ridonata dunque alla primiera sua libertà fu in seguito amministrata la chiesa da cospicui soggetti, annoverando fra i piovani di quei tempi nell’anno 1245. Giacomo Bellegno, eletto poi primicerio ducale e indi eletto patriarca di Grado nell’anno 1300. Leonardo Faliero innalzato da Bonifacio papa IX alla sede patriarcale di Costantinopoli, e dichiarato amministratore della chiesa arcivescovile di Candia; e nell’ anno 1326 Niccolò Canale, fatto poi prima vescovo di Bergamo, indi arcivescovo di Ravenna, e finalmente arcivescovo di Patrasso.

Amministrava questi la parrocchia nell’anno 1347, quando il pontefice Giovanni XXII, a cui erano note le ristrettezze dei patriarchi di Grado, e quanto le tenui rendite fossero inadeguate allo splendore della lor dignità, con diploma pontificio segnato nel giorno primo di aprile unì la chiesa parrocchiale di San Bartolommeo di Venezia con tutte le sue prerogative e pertinenze alla mensa patriarcale di Grado, e togliendola da qualunque soggezione del vescovo di Castello, l’assegnò in perpetuo possesso di Domenico patriarca di Grado, e dei di lui successori, ai quali concesse pure la facoltà di poter dopo la morte, o alla partenza di Niccolò piovano vivente, eleggere in ogni caso di vacanza un vicario perpetuo. Furono destinati esecutori apostolici del diploma Arnaldo vescovo di bologna, e gli abbati di San Tommaso di Torcello, e di San Giorgio Maggiore; che però essendo stato nel giorno 25 del susseguente luglio promosso il piovano Niccolò Canale alla sede vescovile di Bergamo, Ugone abbate di San Tommaso di Torcello, uno dei commissari apostolici, ad istanza di Andrea Dotto patriarca gradese, esegui la stabilita unione, e pose il patriarca in perfetto e perpetuo possesso della chiesa di San Bartolommeo, commettendo al clero essa chiesa di rispettarlo, e ubbidirlo come suo superiore ecclesiastico, a cui anche competeva l’elezione del vicario perpetuo.

Ciò eseguito il patriarca, valendosi dell’autorità a lui concessa dal pontificio diploma, elesse per primo vicario della chiesa Marco Gabrieli, e così andavano poi successivamente facendo i patriarchi successori, finché nell’anno 1401, alcuni dei parrocchiani, assunto falsamente il nome dell’intera parrocchia, istigati da Giovanni Basegio, allora icario perpetuo della chiesa, uomo di genio assai torbido, impetrarono sotto insussistenti pretesti dal pontefice Bonifacio IX, un diploma segnato nel giorno primo di marzo, con cui levando la chiesa di San Bartolommeo da qualunque giurisdizione del patriarca gradese la soggettava immediatamente alla sede apostolica, e concedeva ai parrocchiani l’autorità di eleggersi il loro vicario perpetuo.

Si scosse il patriarca Andrea Dotto ad un’ordinazione ingiuriosa non meno che pregiudiziale alla sua chiesa, ed avanzate al pontefice le giuste sue rimostranze, ottenne che nel giorno 9 di settembre del susseguente anno 1407 con nuova bolla ritrattasse la vecchia, e restituisse la chiesa di San Bartolommeo; al primiero suo stato nell’ubbidienza, e soggezione del patriarcato gradese. Alle doglianze del patriarca unirono anche le proprie quei parrocchiani (ed erano il maggior numero) che dato non avevano né nome, né assenso alla prima supplica; che però il pontefice per render pubblica, e perpetua testimonianza alla loro probità, con altro diploma emanato nel giorno 1 di dicembre dello stesso anno, nuovamente anche ad istanza dei parrocchiani rimise la Chiesa già sottratta di San Bartolommeo alla piena, ed unica giurisdizione dei patriarchi di Grado. Chiamo poi il patriarca con iterati inviti e precetti il vicario Giovanni Basegio, che si era portato a Roma per promuovere presente le irregolari pretese, affinché ritornasse alla cura dell’anime a lui commesse, ma l’uomo ostinato ricusando di ubbidire, costrinse il patriarca a rimuoverlo dall’uffizio con definitiva sentenza, che poi nel giorno 28 di novembre dell’anno 1404, venne confermata dallo stesso pontefice Bonifacio IX. Godettero pacificamente dell’autorità loro restituita i patriarchi di Grado, e dopo di essi i patriarchi di Venezia, finché nell’anno 1525, avendo il patriarca Girolamo Quirini eletto vicario perpetuo della chiesa allora vacante Cesare Bacconi, uomo di fondata dottrina, alcuni` dei parrocchiani mossi da spirito di sediziosa novità vi contrapposero un sacerdote di nome Cosmo Fava (poi promosso al piovanato di San Giovanni Novo) e con violenza l’introdussero nel possesso della chiesa, e dell’abitazione di residenza. A tali irregolari maniere provvide la pubblica autorità, e con sentenza dei giudici, cacciato come usurpatore l’intruso Cosmo, fu restituito al possesso di sua dignità il legittimo vicario perpetuo Cesare Bacconi, che visse in essa venti anni.

Ai sopraccitati piovani, che dal governo di questa chiesa assunti furono alla dignità vescovile, aggiungere si deve Bartolommeo Giera, il quale essendo vicario perpetuo di San Bartolommeo fu nell’anno 1664, da Alessandro papa VIII, dichiarato vescovo di Feltre.

Esercita in questa chiesa i pii suoi esercizi di carità, e religione la pia congregazione destinata alla liberazione, e sollievo dei prigionieri, la quale nell’ anno 1595, fu istituita per le fervorose insinuazioni del padre Giovanni Battista da Pesaro minore riformato, che predicando in detto anno nella chiesa dell’ospedale degli Incurabili, non solo istillò nell’ animo dei devoti suoi uditori una devota compassione ai dolori di Gesù Crocifisso, oggetto primario dei suoi zelanti discorsi, ma insinuò anche un’opera di carità a pro di quei miserabili, che languiscono nelle carceri. Per l’uno e l’altro di sì lodevoli oggetti fu fondata nell’anno stesso, con la permissione di Lorenzo cardinal Priuli patriarca di Venezia, una pia Confraternita , ossia congregazione di persone sotto l’invocazione di Gesù Crocifisso, e la protezione del serafico San Francesco d’Assisi nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Formosa, da cui, pochi anni dopo fu trasferita a quella di San Bartolommeo; ed ivi durevolmente fissata. (1)

Visita della chiesa (1733)

A mano sinistra entrando per la porta maggiore vi è sopra la porta del campo un quadro di Santo Peranda con la missione dello Spirito Santo; Segue la tavola di San Mattia apostolo di Lionardo Corona; Segue in gran quadro il castigo dei serpenti opera del Palma fatta subito, quando tornò da Roma. Nella cappella alla destra dell’altare maggiore vi è la tavola di Maria con alcuni angioletti di Giovanni Fanachen. Dalle parti di detta due Profeti di mano di D. Ermanno Stroissi. Vi è poi alia destra la visita di Santa Elisabetta del Peranda, ed alla sinistra il transito di Maria di Pietro Vecchia. La tavola dell’altar maggiore, e i due quadri da i lati concernenti la vita di San Bartolommeo sono del Palma. Nella cappella alla sinistra vi è la tavola dell’Annunziata di Giovanni Rothamer in vece d’ una, che fu rapita di Alberto Durero. Il quadrone sopra la porta della sacrestia con la manna nel deserto è opera singolare del Peranda. La tavola poi con l’Angelo Michele è opera rara di Pietro Malombra. Vi è poi la tavola di tutti i Santi opera di Marco del Moro. Le portelle dell’organo con al di fuori i Santi Bartolommeo, e Sebastiano, e al di dentro San Luigi re di Francia, ed il pellegrino Sinibaldo sono opere rare di frate Sebastiano del Piombo. Sopra le basi delle colonne vi sono molti quadri moderni concernenti la vita di Cristo, ed altro, opere delle più belle di Francesco Pittoni. Nell’oratorio vicino alla detta chiesa cioè sopra la sacrestia, vi è la tavola dell’altare con l’Assunta, è nel piano li Santi Marco, Bartolommeo, e Mattia, opera del Palma. Dalle parti dell’altare due quadri con azioni della vita della Vergine sono opere di Matteo Ingoli. Intorno al detto oratorio vi fono diversi quadri della vita pure di Maria opere di Enrico Falange. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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