Chiesa di Santa Maria Formosa

0
2421
Chiesa di Santa Maria Formosa - Castello

Chiesa di Santa Maria Formosa

Storia della chiesa

Felice fu per la nascente città di Venezia l’arrivo del vescovo di Oderzo San Magno, che ivi si rifugiò dal furore di Rotario re dei Longobardi, vi fondò per divina rivelazione otto chiese. La quarta di esse fu quella dedicata alla Madre di Dio, che apparsa in visione al santo uomo, mentre orava, gli prescrisse di dover ivi fabbricar a di lei onore una chiesa, ove vedesse fermata una bianca nuvola. Ubbidiente il santo al gran comando, mentre va ricercando dei ricevuti contrassegni vide poggiarsi una candidissima nuvoletta nel luogo appunto, ove ora sorge la chiesa di Santa Maria, detta Formosa dalla vaga forma, in cui si mostrò la Vergine al santo prelato.

Con l’aiuto dunque di quei cittadini, che vivevano allora raccolti nell’isola di Rialto, e massimamente dalla famiglia Tribuno, che più di ogni altra contribuì all’erezione del sacro edificio, fu innalzata sotto il titolo della Purificazione di Maria Vergine la nuova chiesa, che conviene credere fosse per la povertà di quei tempi di assai debole struttura, mentre, passati appena due secoli, essendo, come scrive il Dandolo, quasi diroccata, fu dai figliuoli di Marin patrizio riedificata circa l’anno 864. Fu dopo nell’anno 929 eletto vescovo olivolense Pietro Tribuno, che memore delle benemerenze di sua famiglia per la prima erezione della chiesa, volle arricchirla di spirituali tesori, collocando in essa i sacri corpi dei Santi Saturnino martire e Nicodemo sacerdote insieme col capo di San Romano martire, i quali poi, come è verosimile, perirono nell’incendio orribile, che con molte altre tutta consumò questa chiesa.

Successe la fatale disgrazia raccontata dal Dandolo nell’anno 1105, dopo la quale fu rialzata dalle sue ceneri in magnifica forma la chiesa, che nella sua architettura molto si rendeva somigliante alla Ducale Basilica di San Marco. Durò per quattro e più secoli intatta la chiesa, finché nell’anno 1689, essendo stata da una violenta scossa di terremoto in gran parte atterrata, la pietà di Turrin Tononi ricco mercante ne risarcì in ornatissima forma i discapiti; ed a maggior decoro della rinnovata chiesa aggiunte vi furono due facciate di marmo.

In una sontuosa cappella, che a man destra dell’altar maggiore fece erigere ad onore di San Giuseppe il patriarca d’Aquileia Antonio Grimani, si venera un’immagine della Madre di Dio, la quale prima appesa al muro di una casa privata, poco lungi dalla chiesa, essendosi resa celebre per i molti miracoli, fu nel giorno 29 di giugno dell’anno 1612, solennemente per mano di Francesco Vendramino patriarca di Venezia trasportata al suddetto altare. Nell’altra cappella a man manca con eguale magnificenza eretta dalla famiglia Querini, si conserva il corpo di San Venusto martire, tratto dal cimitero di Priscilla, e condotto a questa chiesa.

Per l’antichità di sua origine, e per le altre sue prerogative fu destinata questa chiesa per una delle cinque matrici della città, riconosciuta per tale dalle figliali di San Procolo, di San Giovanni in Oleo, detto Novo, di San Leone, di Santa Marina, di Santa Maria Nuova, di San Giovanni Grisostomo, dei Santi Apostoli, di Santa Sofia, e di San Felice.

Si accrebbe il decoro della chiesa nell’anno 1145, allorché in essa fu istituita la congregazione detta dal di lei nome di Santa Maria Formosa, una delle nove formate dal clero veneto. Più antica vanta la sua origine una confraternita laica fondata in questa stessa chiesa ad onore di Maria Vergine, sotto il titolo della sua Presentazione, quale si gloria di aver avuto il suo principio fin dall’anno 933, ed in un oratorio contiguo alla chiesa frequenta i suoi devoti esercizi. Più recente è la piissima confraternita, ossia scuola decorata col titolo della Santissima Trinità, ed eretta nell’anno 1604, la quale ha per caritatevole oggetto il somministrare e raccogliere elemosine per impiegarle nella liberazione degli schiavi cristiani, che languiscono sotto la tirannide degli Ottomani.

Per antico istituto della Repubblica sono tenuti i Dogi ogni anno nella vigilia della Purificazione di Maria Vergine visitare accompagnati dal senato questa chiesa, e devono pure alla loro morte lasciarle in legato un pallio di ricco drappo per ornamento dell’altar maggiore. Quando abbia avuto principio l’obbligo di un tal legato egli è ignoto; solo si sa, che la visita solenne del principe cominciò fin all’anno 943, quando i veneziani, e massimamente i parrocchiani di Santa Maria Formosa, ricuperarono le spose rapite dai triestini.

Invidiosi questi della gloria, che andava acquistando Venezia avendo risaputo, che solevano le spose venete nel primo giorno di febbraio portarsi pomposamente a Castello per esservi benedette dal vescovo, si posero di notte tempo con piccole barche in agguato dietro il palazzo del vescovo, e sortiti poi improvvisamente all’arrivar delle spose, le rapirono con violenza insieme con le loro ricchezze. Irritati da sì scelerato tradimento i veneziani si armarono tosto, ed ascesi sui loro legni sorpresero gli empi ladroni al lido di Caorle, ove festosi dividevano la loro preda; quindi col mezzo di un breve, e non faticoso combattimento avendone trucidata una gran parte, e disperso il rimanente, ricuperarono nel giorno stesso le spose, ed i loro ricchi adornamenti. Ebbero il maggior merito del presto allestimento, e dell’ottenuta vittoria gli artefici fabbricatori di casse, parrocchiani di Santa Maria Formosa, onde ottenutane lode dal principe impetrarono che in tal giorno fosse con solenne pompa visitata la loro chiesa. Da questa vittoria ebbe origine la festa già tanto celebre detta delle Marie, la di cui pompa soleva attirare a Venezia gran numero di forestieri. Solevano queste giovani dette volgarmente Marie, essere prima in numero di dodici tratte a sorte dalle parrocchie della città; ma ne fu poi nell’anno 1272 ristretto il numero a sole quattro.

Venivano scelte fra le più belle della città, e si ornavano d’oro e gioie a tal misura, che quando avessero mancato al loro abbellimento le ricchezze private, si estraevano dal pubblico tesoro i pettorali, e le corone gioiellate per addobbarle. L’ordine, che si doveva tenere nell’apparato della solennità fu prescritto con pubblico decreto sotto il doge Pietro Polani nell’anno 1143. Andavano le giovani dette Marie nel giorno ed ora stabilita al Palazzo Ducale, ove accolte dal doge, seco lui si portavano alla cattedrale di Castello, ove si celebrava una messa solenne, e si rendevano grazie a Dio per l’ottenuta vittoria contro dei triestini.

Ritornate poi a San Marco ricevevano nella Ducale Basilica le candele benedette, e poi ritornate alle loro barche con lungo giro per i canali andavano a visitare la chiesa di Santa Maria Formosa; solennità, che per la sua lunga durata fu poi divisa in tre giorni. Molte furono le leggi, che per il buon ordine di questo spettacolo prescrisse la pubblica autorità, finché poi nell’anno 1379, applicata la Repubblica ai più seri pensieri, per la pericolosa guerra dei genovesi, trascurò l’applicazione ai divertimenti: onde restò sospesa prima, e poi abolita la popolar festa delle Marie. Era tenuto in tal festa il piovano di Santa Maria Formosa mandar a spese del suo capitolo sue barche con otto uomini al servizio del vescovo, ed invitarlo seco a pranzo, o pure corrispondergli un certo censo stabilito nelle costituzioni del vescovado.

Diressero questa chiesa in qualità di piovani due illustri soggetti della famiglia Querini: Bortolammeo, che nell’anno 1274. fu dichiarato vescovo di Castello, e Francesco eletto nell’anno 1349, vescovo di Capodistria, poi arcivescovo di Candia, e finalmente patriarca di Grado, uomo santissimo, di cui occorrerà parlare altrove. (1)

Visita della chiesa (1839)

Entrando in chiesa per la porta di fronte al detto altar maggiore si trova al fianco destro una semplice urna dove riposa il menzionato Vincenzo Cappello, il quale ha la statua pedestre sopra la porta. La tavola del primo altare che sussegue è una delle opere più ammirabili della veneta scuola, una delle tante prove che produrre sanno i veneti sulla scienza loro pittorica in ogni aspetto considerata. Offre essa Santa Barbara sotto il di cui patrocinio si ricoverava la scuola dei Bombardieri. La grandiosità e la correzione di quella figura; la nobiltà di quel volto; la scelta di quelle pieghe; la verità di quelle tinte; l’espressione finalmente sono tanti oggetti che ben si possono accennare, ma che appieno non saranno apprezzati da chi non abbia, con grande attenzione e per più volte, considerata da vicino si bella figura. Sopra la detta santa vi è in piccolo comparto un Cristo morto, mentre da una parte della santa stessa vi ha San Sebastiano e dall’altra Sant’Antonio abate.

La tavola del secondo altare di Bartolomeo Vivarino figlio, della seconda epoca di castigatezza che preparava la grande poca della dottrina e dello splendore pittorico, è certo una delle migliori opere di lui. Nostra Donna nel mezzo accoglie sotto il suo manto vari devoti, la sollecitudine dei quali per ricoverarsi è espressa con grande diligenza. I due comparti laterali offrono, l’uno l’incontro di Sant’Anna e San Gioacchino e l’altro Nostra Donna che presenta ad un santo il Bambino.

Entrando nel braccio della crociera, tutta la parete della porta si vedrà rivestita del monumento alla memoria di alcuni individui della fiamminga famiglia Helemans, morti nel corso del secolo XVII.

Movendo di qui per la destra cappella laterale all’altar maggiore dove si onora il corpo di San Venusto si entra nel maggior altare avente la pala eseguita da Giulia Lama. Nel coro vi sono due ricchi monumenti di pessimo gusto. Quello a destra si eresse dal soprammenzionato pio restauratore di questa chiesa Torrino Tononi al padre ed al figliuolo di lui e l’altro si sollevava da Ermolao Barbaro per la moglie e per se medesimo.

Segue la ricca e nobile cappella, fatta erigere da Antonio, Grimani vero la fine del secolo XVI; indi vien l’ultima che al paro di tutte le altre del lato destro non addomanda gran fatto le considerazioni dell’amatore. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

Print Friendly, PDF & Email

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.