Chiesa e Convento del Santissimo Redentore vulgo del Redentor

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1947
Campo del Santissimo Redentore vulgo del Redentor. Giudecca. Chiesa del Santissimo Redentore

Chiesa del Santissimo Redentore vulgo del Redentor. Convento di Frati Cappuccini.

Storia della chiesa e del convento

Negli annali francescani racconta il celebre Wadingo, benché con qualche oscurità, ed equivoco, la prima origine del convento ora abitato dai Minori Cappuccini nell’Isola della Giudecca. Asserisce egli all’anno 1532, che il ministro generale dell’ordine dei Minori, costretto dalle premurose istanze del procurator Domenico Trivisano, dei cardinali Cornaro, e Pisani, concesse facoltà di fabbricarsì in Venezia un Monastero dell’Osservanza, e ne costituì commissario per l’erezione un fra Bonaventura da Venezia, confessando poi di non sapere se veramente sia esso convento stato istituito. Arrivando dappoi all’anno 1538, scrive, che avendo Caterina Cornaro regina di Cipro ordinato vicina a morte, che i suoi parenti della famiglia Cornaro da lei lasciati eredi, dovessero costruire un convento dei Minori Osservanti presso Castelfranco, e trascurandone essi la esecuzione, Fiorenza vedova di Giorgio Cornaro, fratello della regina, a persuasione di fra Bonaventura già confessore della regina stessa, acquistate alcune case con orto contiguo presso la laguna, ivi eresse un’angusta chiesa sotto il titolo di Santa Maria degli Angeli con un piccolo convento sotto nome di eremo; nel quale egli non molto dopo vi ricevette i Cappuccini.

Più distinte, ed ordinate sono le notizie, che dei principi di questore religioso luogo si traggono dai documenti esistenti nell’archivio di Santa Croce della Giudecca, delle quali questa è la serie.

Bonaventura degli Emmanueli minore osservante veneto accetto all’universale dei suoi concittadini per l’apostolica sua facondia, e per la soavità dei suoi costumi, eccitato da un interno amore alla solitudine circa l’anno 1530, esortò alcune pie matrone, delle quali egli dirigeva le coscienze, a fabbricargli in qualche remoto luogo della città un’angusta casa a forma di eremo, ove egli con alcuni pochi compagni potesse vivere austeramente in penitenza, ed in silenzio. Fra queste vi era la sopra lodata Fiorenza, non vedova, ma sorella di Giorgio Cornaro, e moglie di Pietro Trevisano, la quale avendo offerto una considerabile somma di soldo per la fabbrica dell’ideato eremo, impegnò anche il procurator Domenico Trevisano suo suocero a voler proteggerlo con la sua autorità, ed impetrare (come fece) l’apostolica facoltà per istituirlo.

Quantunque però la pia matrona contribuita avesse la parte maggiore della spesa, contuttociò secondando gli impulsi di sua umiltà, destinò Teodosia Scripiana, donna civile, e divora, perché comparisse come la principale benefattrice della fondazione. Espose dunque questa al pontefice Paolo III, avere ella dei suoi beni, ed in fondo proprio fabbricati un convento, ed un oratorio per consegnarli a qualche ordine religioso, credendo ciò esserle permesso in vigore di un breve già concesso al sopra lodato Domenico Trevisan; ma essendo per la morte di esso Domenico defraudata delle sue speranze, supplicava però la santità sua, che fosse permesso ad essa, o in caso di morte ai suoi commissari il poter erigere una chiesa sotto l’invocazione degli Angeli, e dei Santi col campanile e suo cimitero. Assenti il pontefice, e con sue lettere dirette alla buona donna nel giorno 20 di novembre dell’anno 1535, le concesse la facoltà desiderata, aggiungendo, che se per caso di morte non potessero né essa, né i di lei commissari perfezionare l’erezione, succedessero nella facoltà stessa i governatori degli ospitali della Pietà, e dei Derelitti; e ne stabili commissari apostolici per l’esecuzione il legato pontificio dimorante in Venezia, l’abbate di San Giorgio Maggiore, il priore della Santissima Trinità, ed il primicerio della Ducale Basilica. Ampliò poi e raddoppiò lo stesso pontefice il privilegio concesso con nuove lettere segnate nel giorno 16 di luglio 1540 impartendo facoltà a Teodosia di poter con suoi beni, o di altra persona (accennando con ciò le beneficenze di Fiorenza Trevisano) fabbricare una casa solitaria con la sua chiesa per uso ed abitazione di alcuni religiosi scelti dagli Ordini Mendicanti, o pure dagli Eremiti, che ivi con licenza della sede apostolica condur volessero vita eremitica, e solitaria. Ridotte dunque a compimento tanto la casa, quanto la chiesa, furono esse con permissione del senato decretata nel giorno 14 di maggio dell’anno 1541, consegnate al sopra lodato fra Bonaventura da Venezia per di lui solitaria abitazione. Per questo da lui eletto nuovo genere di vita si legge chiamato Minor Osservante, ed Eremita in un diploma apostolico segnato nel giorno 31 di marzo dell’anno 1541, col quale papa Paolo III, gli permette di poter ricever nel suo luogo di Santa Maria degli Angeli un suo fratello di nome Fausto prete secolare, insieme con un ecclesiastico, ed un secolare, con facoltà, che morendo, o partendo alcuno, potessero gli altri sostituire in di lui luogo un altro per ivi vivere solitariamente, con licenza dell’ordinario, a condizione però che i sostituiti non fossero giammai tratti da alcuno degli Ordini di San Francesco.

Essendo poi nello stesso anno 1541, arrivato in Venezia per farvi le prediche quaresimali Bernardino Ochino ministro generale del nascente Ordine dei Minori Cappuccini, si portò ad ascoltarlo anche fra Bonaventura, restò talmente rapito e dalla singolar facondia dell’uomo, e dal rigore del di lui istituto, che risolse di donar se stesso, ed il piccolo suo monastero alla nuova congregazione. Ma essendosi nell’anno susseguente reso l’Ochino empiamente apostata e dell’ordine, e della cattolica religione, riassunse fra Bonaventura l’abito degli osservanti, e con irregolare trasporto castigando in tutti la colpa di un solo discacciò dal luogo agli innocenti ed esemplari Cappuccini. Si fermarono questi ritirati nella casa di un devoto secolare, finché coll’aiuto dei fedeli mossi, a misericordia del loro ingiusto patire si fabbricarono nell’anno 1546, un piccolo monastero di tavole nella stessa Isola della Giudecca, in un sito assai abbietto, detto il Monte dei Corni, per esservi ivi raccolte le corna dei buoi, e degli altri animali, che in Venezia si ammazzavano.

Frattanto mentre questi buoni religiosi si andavano ricercando qualche miglior domicilio, Teodosia Scripiana, che quantunque creduta fondatrice del luogo di Santa Maria degli Angeli aveva in piccola parte contribuito all’erezione del monastero, e della chiesa, dubitando per ciò che invalide fossero le concessioni apostoliche, espose coi suoi dubbi nuove istanze al pontefice, perché con la paterna sua provvidenza rimediasse al disordine: ricevette Paolo III gli umili ricorsi della supplicante, e confermando nel giorno 19 di febbraio, non ostanti l’asserite mancanze, quanto aveva nei primieri privilegi concesso, e stese anche a nove il già stabilito numero dei quattro eremiti.

Fabbricata poi secondo la permissione avutane la seconda chiesa col titolo di Sant’Onofrio, e di tutti i Santi Eremiti, ed Anacoreti, con piccola casa contigua ad uso degli Eremiti, passò Teodosia ad erigere di propria autorità anche la terza sotto l’invocazione di San Martino vescovo, e di tutte le Sante Vergini; dopodiché nel giorno 24 di marzo dell’anno 1547, rinunziò solennemente in favore di Fiorenza Trevisano benemerita fondatrice di tutti i tre luoghi a qualunque concessione, ed indulto apostolico per l’avanti ad essa Teodosia concesso.

Espose l’intera serie di tutte tre le fondazioni Fiorenza al pontefice, dinotando con quanto fervore ella bramasse, che le nuove chiese dedicate a Sant’Onofrio, ed a San Martino, fossero decorate con l’ecclesiastica consacrazione. Perciò il Santo Padre, lodatane la religiosità, commise a Giovanni della Casa suo nunzio in Venezia, che esaminata la verità delle cose, quando vere fossero, sostituire dovesse Fiorenza Trevisana in tutte le giurisdizioni, e privilegi di Teodosia Scripiana. Segui la sentenza del legato nel giorno ultimo di marzo dell’anno 1547, e poi nel giorno 23 del susseguente il senato per mezzo del suo ambasciatore alla corte romana ricercò il vicario generale degli Osservanti, perché nei luoghi della Giudecca volesse assegnare per compagni di fra Bonaventura alcuni della famiglia dei Minori Osservanti Riformati.

Frattanto mentre si va disponendo la nuova compagnia al solitario Bonaventura, i due contigui Conventi di San Giacomo dei Religiosi Serviti, e della Croce di Monache Agostiniane, riputando lor pregiudizio la troppa vicinanza di un’altra regolare famiglia, ricorsero al senato, che accolte, e credute convenienti le lor doglianze, decretò, che le nuove abitazioni dovessero servire ad uso solamente di fra Bonaventura ivi dimorante con due compagni, e dopo la di lui morte dovessero a norma delle pubbliche leggi, e con le debite avvertenze esser atterrare, e distrutte. Fu intimato il voler del senato allo stesso fra Bonaventura, aggravato allora da molesta malattia, il quale all’amaro annuncio rientrato in sé stesso ben presto conobbe, essere questo un castigo dell’irregolare suo trasporto, con cui aveva cacciati gli innocenti Cappuccini. Pentito dunque dell’operato pensò in che maniera potesse restituirli al possesso delle minacciate abitazioni chiamatili a se vivamente li pregò a far comune seco la lor dimora; ma diffidando essi della di lui esperimentata incostanza, ricusarono d’aderirvi, esibendosi però, come caritatevolmente eseguirono, di servirlo ed assisterlo nel tormentoso male della podagra, da cui era afflitto, finché dopo qualche tempo fra le loro mani rese 1’anima a Dio.

Morto il buon solitario, Fiorenza Trevisana, la quale a grave suo dispendio fabbricare aveva le piccole chiese, e le anguste case, temendo del loro imminente atterramento, eccitò i Cappuccini a porger le loro istanze al senato, perché lor concedesse un luogo già da essi abitato, e da cui erano sati ingiustamente cacciati; tanto più che il debole, ed angusto ritiro, in cui dimoravano nella stessa isola, era in continuo pericolo di rovesciarsi per l’impeto dei venti a cui era esposto. Mentre dunque dalla clemenza del senato si attendevano favorevoli rescritti, un impetuoso turbine nell’anno 1548, insorto talmente urtò con violenza nel piccolo recinto dei Cappuccini, che in breve ora ne fece un mucchio di rovine; onde dalla necessità furono costretti a ritirarsi nei romitaggi già poco avanti loro offerti da fra Bonaventura, sinché sopra di essi manifestasse il senato le proprie ulteriori disposizioni. Giovò l’accidente a muovere gli animi religiosi del senato, cosicché proposte poi in esso le ricerche, e le virtuose qualità dei Cappuccini, restò loro accordata la grazia, e furono stabiliti in perpetuo godimento dei luoghi domandati. Ivi dunque dimorando dimostrarono qual fosse il loro zelo nelle frequenti prediche, e nei catechismi, cosicché ristretta essendo alla frequenza del popolo la vecchia chiesa, pensarono nell’anno 1576 di dilatarla ma distratti furono dall’opera per la sopravvenuta dell’orribile peste che desolò la città. Cominciò questa ad inferire con tal impeto, che avendo nello spazio di pochi giorni rapite dal mondo molte migliaia di cittadini minacciava nella sua continuazione l’estremo eccidio di Venezia. Per cui il senato ansioso non meno della propria, che della salute dei suoi popoli si rivolse umile ad implorare la divina misericordia, facendo voto d’innalzare un magnifico tempio ad onore di Gesù Cristo Redentore, al quale dopo la sperata liberazione avesse ad intervenire annualmente in rendimento di grazie il principe, ed il senato. Stabilita con pieni voti la religiosa offerta, si divise il Senato per la scelta del luogo, e della religiosa famiglia, a cui consegnare si dovesse, rimostrando alcuni, e fra questi con maggior fervore il procurator Paolo Tiepolo, quanto al decoro della città, ed alla istruzione della gioventù, fosse utile l’erigerlo presso la Chiesa di San Vitale, e consegnarlo ai Gesuiti, religione non meno esemplare per la probità dei suoi costumi, che vantaggiosa per la educazione dei giovani, e per i continui esercizi di apostolico zelo. All’incontro Leonardo Donato allora senatore, e poi doge, considerando, che per innalzare la chiesa votiva, ed un collegio a lei unito per il mantenimento delle scuole, troppo verrebbe nella comune afflizione della città a dilazionari l’adempimento del voto, e che agevole cosa riuscirebbe il fondarlo in luogo dilatato, e spazioso nell’Isola della Zuecca consegnandolo ai Cappuccini, religione pia egualmente, e povera, onde minore di molto ne riuscirebbe l’aggravio; perciò questa opinione come tendente alla maggior celerità della votiva fabbrica fu adottata dalla parte maggiore dei senatori, e nel giorno 18 di settembre dello stesso anno 1576, eletti furono Agostino Barbarigo, ed Antonio Bragadino, acciocché presedessero alla decretata sacra fabbrica, nei di cui fondamenti pose la prima pietra solennemente benedetta, ed insieme una medaglia (già di sopra esibita insieme con altre dopo la prefazione) Giovanni Trevisano patriarca di Venezia nel giorno 3 di maggio dell’anno susseguente 1577. Mentre dunque si andava innalzando la magnifica chiesa per consegnarla alla custodia dei Cappuccini, timorosi questi, che una così sontuosa fabbrica troppo disconvenisse alla rigida lor povertà, ricusarono d’accettarla, se prima dalla suprema autorità del romano pontefice ciò non restasse loro permesso. Implorata dunque la provvidenza del pontefice Gregorio XIII concesse egli al senato di poter dare la nuova chiesa all’Ordine dei Minori Cappuccini, ed a questi permise di poterla ricevere, e ritenere. Essendo essa poscia ridotta all’intero compimento nella sua interna struttura, nella facciata di marmo, e negli abbellimenti con statue di bronzo, e pitture dei più celebri autori, ricevette il compimento dell’ecclesiastico fregio nella consacrazione conferitale nel giorno 27 di settembre dell’anno 1592 per mano di Lorenzo Priuli patriarca di Venezia.

Risplendettero con distinta probità di vita in questo monastero molti Servi di Dio, fra i quali si deve singolare elogio ad un purissimo giovine, il di cui nome ignoto ora al mondo è scritto nel libro della vita. Questuando egli per comando dei suoi superiori il pane per la città all’alimento dei frati, fu veduto da due lascive femmine, le quali rapite dalla rara di lui bellezza sotto finzione di porgergli il pane, l’introdussero in casa: indi perché l’Angelico giovine costantemente ricusò di aderire alla loro sfrenatezza, con replicati colpi di coltello fecero di esso una vittima di purità. Ne palesò il merito poi un sacerdote della Compagnia di Gesù per nome Ignazio, a cui una delle femmine pentita di sue laidezze svelò in confessione insieme con le altre sue colpe anche il sacrilego misfatto, permettendogli insieme di poter pubblicarlo ad onore della di lui virginale innocenza.

Dalla povertà di questi chiostri tratti furono a decorose Mitre Francesco Antonio Correr patriarca di Venezia; Paolo Francesco Giustiniano vescovo prima di Chioggia, e poi di Treviso; e Vicenzo Maria Bragadino dalla chiesa vescovile di Scardona trasferito a quella di Chioggia. (1)

Visita della chiesa (1839)

Innalzato con gran sollecitudine tu vedi torreggiar da lontano questo tempio come il monumento più cospicuo della pietà al paro che dell’arte. Il prospetto, coperto di marmo d’lstria, ti annunzia tosto la interna venusta. Sorge il suo piano dal suolo mediante uno streobate di tanta altezza di quanta è la grandiosa gradinata. Sopra lo streobate, senza l’aggiunta d’inutili piedistalli, la bella pompa l’ordine composito con due colonne nel mezzo e due pilastri ai due angoli. Le due ali sono abbellite da un ordine corintio a pilastro che percorre i due fianchi della chiesa, e passando per entro all’intercolunnio di mezzo, decora la ricca porta. Sulla cornice delle maggiori colonne si alza maestoso frontispizio terminato in un attico bellissimo; ma ognuno s’avvedrà di leggeri non essere la goffa balaustrata all’intorno del pianerottolo né di un tanto autore né di quel tempo.

Che se tu entri nell’interno da qual calma soave, da qual subitaneo amore non ti sentirai rapito! La sua forma, come vedi, è una croce latina avente, dall’una e dall’altra parte del tronco più lungo, tre cappelle sfondate con altrettanti altari uniformi, di una bellezza e di una semplicità rarissime. Riesce questo tronco il doppio precisamente della sua larghezza, e gli intercolunni da cui e adornato, vengono nobilitati da due file di nicchie che legano mirabilmente, alleggerendo il gran pieno che risulterebbe da muraglie intermedie, e producendo tale un’armonia che forse ti scenderà all’anima più caramente se consideri il minor ordine corintio reggente gli archi non che la cornice delle cappelle, e ricorrente per il tempio tutto all’intorno. Cavate ai due lati di ciascheduna cappella le porticine per aprire il passaggio ai sacri ministri, senza che confusi vengano tra la folla del popolo, si giunge anche per esse alla indescrivibile crociera, ovvero sia alla tribuna del tempio. Definiti circolarmente i suoi due lati con doppio ordine di finestre, resta essa coperta da magnifica cupola sostenuta da quattro archi principali e retta da un attico sul quale prende le mosse. Quattro colonne riempiono finalmente il lato della tribuna riguardante la porta, separando la chiesa dal coro posteriore. Due sagrestie, una per ciascheduno lato del coro, e due campanili rotondi, con belle e comode scale a chiocciola, compiono gli oggetti degni di particolare osservazione. Si potrà vedere anche sotto il coro quello destinato agli uffici notturni; ma egli è nel mezzo della tribuna dove l’occhio non saprà saziarsi appieno, il cuore troverà sempre novelle impressioni. Ovunque s’inoltri il passo, o si giri lo sguardo, da nuova scena veniamo colpiti, nuove bellezze s’impadroniscono dei nostri sensi. Tale è l’impero dell’ordine e della semplicità, di tanta potenza sono le creazioni del genio.

Dopo siffatte riflessioni, sorpassiamo alle minori considerazioni sui capitelli di creta cotta posti sulle colonne di questa chiesa, lavorati squisitamente a foglie di ulivo, è a buon diritto ognora notati per la rara maestria con che le foglie vi sono rimesse. Mettiamoci ad osservare invece ad una ad una le altre opere dell’arte quivi esistenti. Nel primo altare a destra, Francesco Bassano espresse la nascita di Nostro Signore; Paolo Veronese cominciò, e si è compiuta da suo figlio, la tavola del battesimo di Cristo nel secondo altare, e Jacopo Tintoretto dipinse la flagellazione nel terzo. Come è felice il pensiero del cielo schiuso ad onorare l’Uomo-Dio flagellato! I riflessi sui volti di quegli angeli, gli scorci loro, le azioni dei manigoldi, tutto è somma maestria! Passando nel coro è da deplorarsi che al grazioso altare, adatto alla semplicità del tempio, sia stato sostituito per decreto del senato (anno 1679) lo smodato ammasso attuale dl sassi. Se ne diede il disegno da Giuseppe Mazza che scolpì anco i basso-rilievo. Girolamo Campagna eseguiva le due statue di bronzo dei Santi Francesco d’Assisi e Marco ed il crocifisso per l’altro altare, ma troppo giustamente vennero anche in questo collocati.

Se di qui entri nella sagrestia troveremo le sue pareti ricoperte di belle pitture. Giovanni Bellino fece i tre quadri rappresentati la Vergine posta nel mezzo di San Giovanni e di Santa Caterina, in quello alla sinistra. Collocata la vedi tra i santi Girolamo e Francesco in quello alla destra, ed espressa col bambino dormiente tra due bellissimi angioletti, in quello di mezzo. Quanto amore! Quanta letizia non scorgi in quei dipinti. I progressivi avanzamenti ti palesano essi del Bellino. La prima semplicità ti è manifesta in quello del mezzo; maggior vigoria si scopre nell’altro alla sinistra, ed il fare giorgionesco, i tentativi verso una scuola che spingeva la pittura alle più ardue imitazioni si rilevano facilmente in quello alla destra. Ma qualunque contempli dei tre dipinti, l’occhio non è sazio giammai. Grazia nelle forme, correzione nel disegno, bello svolgimento nelle pieghe, somma verità nel colorito. Che di più si vorrebbe, dato che l’uomo cerchi la pace del paradiso, nelle figure, senza veruna manifestazione di passioni?

Sopra questi vi ha nel mezzo un quadro, vaghissimo tuttavia, col battesimo di Cristo di Paolo Veronese. Felice pittore! Moltiplicava le tinte nelle opere sue, eppure conseguiva l’armonia; non forzava le ombre, eppure mirabilmente otteneva l’avanti-indietro; gaio nei pensieri al paro che nelle tinte, in una festività continua era il suo cuore e festosi e cari rendeva altresì i frutti del suo pennello! Chi può imitare opere somiglianti senza un’anima parimente conformata a quella dell’autore loro? E quando il Creatore fece due anime appieno conformi? In siffatta difficoltà indaghiamo in Paolo, indaghiamo nei pari suoi il segreto piuttosto con che essi si resero originali, e riferendo tutto a noi stessi, siamo noi solamente e non altri. Alla guisa del chimico, che nel far ricerca delle combinazioni note, altre ne trova di strane ed ignote, da tanti scoperti segreti noi pure altri ne troveremo propri di noi soli, e capaci di formare la fama nostra.

Alla sinistra del detto quadro di Paolo sta la flagellazione di Francesco Bassano, ed alla destra un altro quadro di Carlo Saraceni, pieno di pittoresca dottrina, esprimente San Francesco d’Assisi rapito in estasi al suono di un angelo. Sono poi di Francesco Bassano i quattro quadretti, con fatti di Nostro Signore, che servivano per un vecchio tabernacolo. A lato dell’armadio si ammira un San Girolamo di Sassoferrato, e nella facciata della porta d’ingresso due quadri vi sono: l’uno di scuola forestiera con San Giambattista nel deserto, e l’altro con Nostra Donna che dà il bambino a San Felice del p. Semplici da Verona. Al lato opposto all’armadio vi ha poi un Cristo deposto d’ignoto autore e la copia del menzionato quadro raffigurante San Giambattista nel deserto. Non si deve preterire finalmente in un corridoio, d’appresso alla sagrestia medesima, il quadro di Jacopo Palma con la Vergine che tiene il bambino ed i Santi Girolamo, Francesco, Catterina, Anna e Giambattista ginocchioni. Fortunato quadro non ancor tocco dai restauratori!

Tornando in chiesa, nel primo altare si vedrà nella palla la deposizione dalla croce di Jacopo Palma; Francesco Bassano fece la risurrezione per il secondo, e da ultimo Jacopo Tintoretto dipinse la palla terzo. Pietro Vecchia, dipinse nella mezza-luna sopra la porta, Nostra Donna che in gloria presenta il bambino al beato Felice cappuccino, ed il p. Cosimo Piazza rappresentò più sopra la Vergine, tra molti santi supplicata dal doge e dalla signoria per la liberazione dalla pestilenza. Dipinse il medesimo Piazza le figure a chiaro-scuro nella chiesa (eccetto le dodici della cupola, che sono del p. Massimo da Verona) e la cena di Nostro Signore nel refettorio del convento colle iniziali P. P. P. P. P. P. significanti Pietro Paolo Piazza Per Poco Prezzo. Né si lasci di visitare, accanto alla nuova, si la vecchia chiesetta abitata dai padri cappuccini innanzi alla fondazione del presente monastero, e sì il monastero medesimo tutto conveniente alla umiltà dell’ordine che lo abita. Colla soppressione dei claustrali nel 1810 vennero anche i cappuccini soppressi; ma la chiesa divenne allora la parrocchia dell’isola e per tale si serbò fino al 1822 in cui furono l cappuccini ristabiliti. Non solo quindi le mancò mai nel dì del Redentore la visita annuale dei magistrati rappresentanti la città. (2)

La festa

Quella soddisfazione del voto che con gran pompa si faceva nei giorni della Repubblica, ma la sagra stessa della notte precedente alla festa, che cade nella terza domenica di luglio, sebbene a tenore delle circostanze più o meno fosse avvivata, non le venne mai meno.

Tale festa, volgarmente detta sagra, nata come ogni altra dal desiderio di perpetuare un memorabile avvenimento, sarà stata affatto religiosa finché fresca era la rimembranza del cessato flagello sterminatore. In seguito però si mescolò in essa pure molto di profano. I numerosi orti della Giudecca invitando a respirare il fresco della notte in una stagione più calda dell’anno; le brevi ore che scorrono tra il cessare dei primi vesperi ed il riaprimento degli uffici divini; la facilità concessa dal ponte, in quel dì provvisoriamente gettato, perché il popolo tragitti a sciogliere il voto dei suoi padri, tutto contribuiva non tanto a raccogliere gran folla alla Giudecca quanto a farvela dimorare. Quella dimora, rendendo necessario le refezioni fece che di leggieri si trascorresse alla gozzoviglia ed ai tracannamenti propri di simili circostanze. Cucine ambulanti pertanto, sparse per la riviera e per gli orti, vedresti in quella festa del Redentore far primeggiare il pollo arrosto, primizia del mese. Nel modo che i riti pagani celebravano ogni primizia della natura con apposite feste, con gioie distinte, in tal notte vedresti mangiar il pollo tra i canti e l’allegrezza comune, o da brigate delle basse classi qua e là sdraiate sull’erba, o da quelle delle classi ricche raccolte a desco negli orti. Niuna distinzione, niuna invidia domina il popolo in quegli istanti; tutto è vivacità, tutto è riso: vivacità e riso che meglio si manifestano nelle barche illuminate scorrenti su e giù pel canale. Avente ciascheduna, secondo la propria capacità, una maggior o minor comitiva che al modo medesimo celebra la festa, e beve e mangia e canta e grida e si trastulla colla libertà singolare al popolo nostro, un grande spettacolo esse offrono inoltre a chi le riguarda dall’una o dall’altra delle opposte rive.

Certamente che siffatto spettacolo riusciva più brillante in quei giorni, nei quali, oltre le maggiori ricchezze della nazione, ogni cosa pendeva da patrie costumanze, ogni cosa era si sacra quanto è sacro ciò che muove da antiche abitudini. Tuttavolta anche l’azione distruggitrice del tempo, atta a rendere ridicole cose stimate venerande, ed a concedere da una parte ciò che rimuove dall’altra, non pur anco ci fece abbandonare tal festa, né gran fatto le tolse di quella gaiezza dipendente più dall’indole del nostro popolo, che dai sistemi del suo reggimento e del suo stato. Altri la pianse come perduta, ma non è vero. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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