Palazzo Ducale a San Marco

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Palazzo Ducale a San Marco

Palazzo Ducale a San Marco

Dall’epoca, in cui le arti cominciavano a risorgere in Italia, data questa bella reliquia di stile arabo e bizantino, con ogni studio sottratta all’ira edace del tempo, e nella sua secolare maestà sopravvive ad un impero longevo, di cui rappresenta la grandezza.

Risale infatti precisamente l’origine della fabbrica al IX secolo, e primo a porvi amore fu Angelo Partecipazio; rovinava in gran parte al tempo di Candiano IV; poi si reintegrava dai dogi Pietro I, e II, Orseoli (anni 994-1009); a quattro incendi soggiacque; dieci anni dopo il primo, che fu nel 1106, era pur degno l’edificio di albergarvi l’imperatore Arrigo V. Le riforme introdotte da Sebastiano Ziani, si notano dal 1172 fino al 1300. Poco appresso, si cominciava il salone sopra il rivo di palazzo. Il secondo incendio intervenne nel 1483; il terzo nel 1574, che arse la sala del collegio e l’anticollegio: allora il Palladio erigeva la sala delle quattro porte. Ben più micidiale fu il quarto incendio nel 1577, che distrusse la sala del Maggior Consiglio e dello scrutinio, e i capolavori dei più celebri pennelli, onde rimase una lacuna deplorabile nella storia delle arti.

Quindici architetti diedero il loro parere, se si dovesse riedificare di pianta, o restaurare soltanto il palazzo. L’opinione pubblica preferiva una nuova mole sul disegno del Palladio, che asseriva impossibile conservare l’antico. Ma Antonio Da Ponte si impegnò di ripararlo, senza che rovinassero le muraglie; era insigne per cognizione nella statica degli edilizi, e tre secoli corsi danno fede delle vedute profonde del suo ingegno sagace, che coi felici ripieghi, enumerati dal Temanza, in otto mesi meritava l’ammirazione dei periti nell’arte. Ne gioì il Senato, perché la divozione sua per queste mura era religiosa, e riputò sempre violazione il porvi mano, e volle ad ogni costo preservarne almeno una porzione, ogni volta che i disastri ed il tempo resero inevitabili le riforme. Si ricorda, che era comminata perfino una multa di mille ducati a chi avesse osato di proporre la riedificazione, cioè la continuazione del disegno del Calendario, o del Baseggio, nella parte respiciente il gran canale sul molo; e fu Tommaso Mocenigo, l’antecessore del Foscari, che pagò la multa in senato, per vincer la parie, e far continuare sul disegno stesso la fabbrica sino alla porta della Carta, quale si eseguiva però dopo la sua morte, dogando il Foscari. Senza la qual massima santa, quante perdite avrebbero fatto le arti e la storia, distrutta che si fosse un’opera, che comanda la meraviglia, nella quale si occuparono ben quattordici architetti, in specie il Calendario, il Bregno, Pietro Lombardo, Bortolammeo Buono, Guglielmo Bergamasco, Antonio Scarpagnino, Antonio Da Ponte, il Monopola, lo Scamozzi, il Sansovino, il Palladio! La gran mole è miracolo di agilità insieme e di sodezza; sono latenti le forze meccaniche; dalla mirabile struttura ripete la fermezza inconcussa; notabile è il meccanismo del fregio a presidio, traforato ai vertici delle finestre, che le abbella quasi intaglio, lasciando scorgere il cielo fuori per gli archi, quasi l’artefice avesse nell’ardito pensiero sforzato a concorrervi, come i marmi e le pietre, anche l’aria e la luce, a maggior decoro dell’opera.

La loggia, sostenuta da 405 pilastrini, e 330 colonne, cinta da più corridori, in cui stanno 484 colonnette, è aperta da finestre, composta di tanti archi, che quasi formano il doppio degli altri inferiori, con una colonna ad ogni finestra, che serra e concentra col peso l’acuto del volto di sotto, comunicando solidità maggiore all’edificio. Le colonne, che sostengono il palazzo, sono di pietra calcare d’Istria; la porzione loro manca di ogni norma architettonica, e fecero a lungo sospettare, che fossero interrate di molti piedi, per avvenuta elevazione dal suolo. Ma le ispezioni dei matematici, e in ispecie dello Zendrini e del Selva valsero a convincere, come ben poche once siano sotterra, e che si fecero espressamente così tozze, corte e grosse, per quella mole, sono parole del Sansovino, acciò i vólti venissero più spessi e bassi, e quindi più forti per fondamento. E si ponga mente, che agli angoli sono ben più massicce, perché si conformarono a bella posta più colossali, dovendo reggere il maggior peso della mole, e si vede infatti come l’angolo del salone sia tutto poggiato sulla colonna del pian terreno, senza che abbia mai dato indizio di strapiombo, e avendo all’incontro resistito per secoli ai terremoti, alle salve delle artiglierie, e alla forza onnipotente del tempo.

I due incendi ultimi resero necessaria l’estrema ricostruzione, e sorse la facciata sul lato maggiore del gran cortile; ma per formare un solo corpo di fabbrica, in un comparto simmetrico, si pensava occultare le irregolarità con lo scialacquo di ornamenti. La perizia dell’architetto, nel distrarre dagli sconci, che non era in poter suo di scansare, e con ogni specie di fregi attrarre gli sguardi, imitò l’arte di chi sul fondo di una stoffa macchiata introduce gli arabeschi ed i meandri d’ingegnoso ricamo, per velare almeno, se non per toglier le mende.

Quindi la faccia vastissima ha un’apparenza di decorazione, e sorse nei primordi dell’architettura lombardesca, in tre ordini, con unione degli stili lombardesco, gotico e saraceno, e si nota opera di uno dei Bregni, che lavorarono in Venezia per due generazioni, e resero il gusto migliore, per essi pure essendosi formata la scuola dei Lombardi. I minori prospetti di contro, e massime quello che confina con la Basilica, si giudica di Guglielmo Bergamasco, ricco di sculture e delle statue di Adamo ed Eva di Antonio Rizzo. Nella facciata, sul rivo di Canonica, apparisce il carattere greco nella serie di finestrini frantati, con riquadri al di sopra, e nei rami in parte con croci sculte, e con ritondi fogliati a rilievo, e incastonati di marmi di porfido e verde antico. Una primissima epoca lombardesca, e uno stile greco-romano si vede nel secondo ordine, per i graziosi pilastrini, i capitelli corinti, le cornicene romane. È a disputarsi per quale ragione non si lasciarono scoperte le colonne del secondo ordine, come nel primo di marmo greco sceltissimo, e vi si sovrapposero dei pilastri, che tolgono la vista a chi sta al basso. Si volle forse introdurre una varietà di confronto tra un ordine e l’altro? Tardi si accorse forse l’architetto di una dissonanza tra lo spazio colonnato e le rimanenti parti a pilastri, e si appigliava al ripiego di continuare il metodo della impilastratura per tutta l’estensione? o fu idea di grandezza e magnificenza, che suggerì all’architetto di nascondere le colonne, perché risultasse quella ricchezza soltanto alle persone, che si trovassero nel poggiolo? Ma ne sia qualunque la causa, è innegabile che l’ effetto si vede bello e anzi doppio, di aggiustare l’euritmia, e far sorprendere di una profusione di marmi fini, coperti da semplici pilastri di pietra greggia. Questo edificio assomiglia un brillante a più facce, che ha uopo di venir presentato in situazioni diverse d’incontro al sole, per rivelare la ricchezza, di cui in ogni canto sfavilla. A punta di diamante è il lavoro a fregio nelle minute parti ornamentali delle facce, sulla piazza e sulla piazzetta.

Principali decorazioni delle due facciate sono i due finestroni, ornati di figure e bassi-rilievi, che sembrano fatti perché vi si affaccino Carlomagno e Napoleone. Il Vittoria fece l’ornamento figurato, che in entrambi va a piramidare sopra il tetto. A guisa di edificio saraceno, le merlature fanno corona al palazzo; se mancassero, si vedrebbe tronco, nè si confonderebbe così bene col campo dell’aria. Le valve del portone magnifico sono molto distanti dalla ricchezza di tutto l’insieme. Il senato intendeva però decorarle, e abbiamo il decreto che ordina al Leopardi facere portas aeneas cum historiis, et pulcherrimo opere, ma non ebbe effetto, o per guerre sopravenute, o per la fusione seguita invece dei tre pili di bronzo nella gran piazza.

La scala dei giganti, tutta di marmi ricchi, fini e candidissimi, fu lavorata a trafori da Domenico e Bernardo di Mantova; opera verso la fine del secolo XV. che il Sansovino ammette comandata da uno dei Bregni. Le statue semi colossali di marmo, che figurano Marte e Nettuno, per rappresentare la potenza di terra e di mare della Repubblica, furono scolpite dal Sansovino, quando era ottuagenario, e costarono 1130 ducati di spesa, e 650 di fattura. I parapetti, esterni ed interni, che quando erano recenti avranno somigliato ad un ricamo, ad un merlo, sono intagliati con finezza, non inferiore agli antichi lavori del pergamo di Siena, per giudizio dei maestri, e possono dirsi tanti cammei le minutissime sculture, che quasi sfuggono agli occhi: si vedono intagliate anche le facce dei gradini, e intarsiate d’ornati di piombo. Si eresse a foggia teatrale, alla scoperta, perché la città mancava di un sito, per le comparse pubbliche, e serviva allo scopo politico di dare risalto all’incesso ed al cerimoniale della Repubblica, che dalla piazza si vedeva da lungi, attraverso la stessa porta d’ingresso. Su questa scala vennero incoronati trentasette Dogi, fra i quali Pasquale Cicogna, Nicolò da Ponte, l’Erizzo, il Pesaro, il Loredano, i quattro Mocenighi, il Foscarini, Polo Renier, e Lodovico Manin, dal 1485 al 1789.

Le innovazioni interne, in varie epoche, sono contrassegnate dai parecchi stemmi ducali, e risultano opere dei migliori architetti ed artefici, le quali additano lo stile diverso dei secoli, avendo questo edificio attraversato le differenti fasi della civilizzazione, secondo il progresso, ogni secolo avendogli apportato un tributo, onde pervenne da un’epoca all’altra alla sua attuale meravigliosa magnificenza. La scala d’oro segna il confine dell’antica abitazione del Doge; è piuttosto gabinetto, che scala; erta ed oscura a colpa del sito, può dirsi l’Elena fatta ricca, per non potersi fare più bella. Fu ornata dal Sansovino, abbellita con gli stucchi dal Vittoria; i due simulacri si scolpirono da Tiziano Aspetti. La Repubblica ebbe l’intendimento di conservare alla sede del Governo l’idea uniforme dei palazzi privati, per far avvertire, che umana è la giustizia, quale si vede locata sulla sommità, in sembianza di donna, con bilancia in mano, e che visi difendono le ragioni dei cittadini. Né senza grande allusione sta unito il palazzo alla Basilica, per dimostrare come la legge, che conserva la libertà, riguarda dal suo domicilio la religione, e in essa si specchia, per la più longeva conservazione del dominio.

Anche gli ornamenti della stupenda mole hanno altissimo morale simbolo, e significato. La scultura in rilievo di Noè ubbriaco, a piè della vite, nell’angolo del palazzo, verso il ponte della paglia, esprime che, per la santità degl’imperi, il vizio non deve mai far velo alla ragione, che è il nome più sacro per l’uomo, dopo quello di Dio. Nei capitelli delle trentasei colonne dei due lati del palazzo, le sculture, lavorate con tanta grazia e mollezza, che per giudizio del Cicognara, non si trovano a quell’età opere più artificiose di scalpello, né con più gusto modellate, sono emblemi delle virtù, necessarie ad una saggia Repubblica. Perfino i giganti, in cima alla scala, e le due cestelle di nespoli a piè di essa, si collocarono dai padri, con morale filosofia, per insegnare che nell’ardua carriera di stato, senza maturità di senno, non si guadagna l’altezza dei gradi.

Cinquanta e più pennelli classici decoravano le sale, fra i quali del Tiziano, del Gio: Bellini, di Paolo Veronese, di Jacopo da Ponte, dei Palma, del Bonifazio, del Liberi, del Pordenone, del Celesti, e del Bambini. Portentosa è la tela, nella sala del Maggior Consiglio, il Paradiso, la più famosa opera del Tintoretto. È desiderabile, che sia ricollocato nella facciata, sopra-stante la scala dei giganti, il leone di marmo, che cadde infranto nella rivoluzione del 1797, al pari dell’altro, che esisteva sulla porta della Carta, insieme alla figura, pure in marmo, del doge Foscari, di cui, a grande ventura delle arti, si conserva !a testa, ritratta dal vivo, per mano del Buono, e spirante il carattere di fierezza di quel sapiente benemerito principe. Questo santuario delle leggi e della equità, monumento della veneta grandezza e possanza, teatro all’eloquenza dei Foscari, dei Gritti, dei Loredan, dei Renier, dei Foscarini, nelle cui aule dorate figurò ambasciatore il divino Alighieri, e perorava il Petrarca per i Carraresi, è ora sede di sapienza, e galleria delle arti, residenza cioè dell’I, R. Istituto di scienze, e della biblioteca Marciana. E bene a dritto, poiché la Repubblica, avendo posto i capolavori della scultura e della pittura veneziana nelle volte e sulle pareti, l’aveva fatto ella stessa galleria viva e palpitante dei suoi propri solenni avvenimenti. E fu quindi ben consentaneo, che se stanno enumerati nelle tele i gloriosi fasti dei secoli, si vedessero schierate le immagini dei magnanimi, che v’influirono, ed in memoria pertanto del nono Congresso degli scienziati italiani, come da lapide presso la scala, si collocarono nelle gallerie i busti dei luminari nella politica, nella guerra, nelle scienze e nelle arti. Così apparisce completa la storia di questo monumento sublime, ed è, a cosi dire, presente la Repubblica nei suoi fasti, e nei suoi cittadini. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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