Pietro IV Candiano. Doge XXII. Anni 959-976

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Pietro IV Candiano. Doge XXII. Anni 959-976

Sì potente era il partito che aveva il cacciato figlio del doge defunto, che morto questi, e raccoltisi i comizi, coll’intervento dei vescovi e degli abati, per eleggere il nuovo capo della Repubblica, si devenne, con grande e giusta meraviglia di tutti gli storici, a proclamare a doge quel medesimo che con solenne sacramento avevano stabilito che in perpetuo ostracismo dovesse finire i suoi giorni. Eletto che l’ebbero, spedirono, giusta il Sagornino, una flotta di trecento navigli a Ravenna, ove si era riparato Pietro IV Candiano, alfine di riceverlo e condurlo in trionfo al supremo dominio della sua patria. Giunto che fu, e, prese le redini dello Stato, parve a principio mirasse ad introdurre ordine e disciplina nelle isole, riparando tosto ad alcuni perturbamenti accaduti nella successione del vescovato torcellano, cacciando, e facendo accecare l’intruso Mirico, figlio di Encinapo Tribuno, e sostituendovi in suo luogo Giovanni II Aurio. Poi convocava in Rialto un concilio di vescovi e di dottori, affinché colla civile si unisse anche la ecclesiastica podestà, ad impedire e condannare il progresso vergognoso del traffico degli schiavi, e fece statuir legge contro di esso, e contro il recare lettere a Costantinopoli provenienti dalla Lombardia e dalla Germania, cosa che poteva gravemente esporre gli interessi della Repubblica in quei tempi di gelosia tra i due imperi. Procurava anche Candiano la rinnovazione dei privilegi antichissimi, circa ai beni posseduti dai Veneziani nel regno italico, spedendo al nuovo augusto Ottone II, siccome ambasciatori, Giovanni Contarini e il diacono Giovanni Dente, ottenendo la ricercata conferma.

Sennoché questi beni, di cui fece dono alla patria, furono avvelenati da quella ambizione, che preso aveva a dominarlo per guisa, che, nulla guardando a quanto a lui domandavano religione, prudenza, decoro, affine di sposare Valdrada, sorella di Ugo, potentissimo marchese della Toscana, che discendeva da quell’Ugo, già re di Provenza e d’Italia, e che da Berengario ne era stato spodestato, s’inchinò a ripudiare la propria moglie Giovannicia, costringendola a chiudersi monaca nel cenobio di santo Zaccaria, obbligando poi il figlio Vitale ad assumere le insegne sacerdotali, sicché poi divenne patriarca di Grado. Quindi strinse la mano a Valdrada, la quale ricco il faccia di molte terre e castella, e di servi e di schiave, come d’oro e di altre preziosità. Le quali grandezze accrebbero maggiormente in Pietro l’ambizione, il fasto, l’orgoglio; vizi questi che il fecero odiato al suo popolo, e più odiato per le ferità usate con esso, e per le violenze esercitate coi forestieri.

Per le quali cose si venne formando secreta congiura contro di lui, che scoppiò filialmente l’anno 970. Laonde, assalita la dimora ducale da moltitudine di armati, per esser questa guardata da milizie straniere e dalle guardie del doge, in sulle prime venne ripulsato vigorosamente l’assalto. Ma ponendo allora mente i congiurati al forte spirare dello scirocco, presero il disperato partito di riempiere di ogni combustibile le abitazioni poste oltre il canale, scorrente dal lato orientale del palazzo del doge, e a questo dar fuoco, affinché l’incendio, per il soffiare del vento, venisse appreso anche al palazzo stesso. Difatti, accade la cosa come fu immaginata; imperocché, in un subito diffusa la fiamma, invase essa vigorosamente il palazzo, ed in quel mentre rinnovato l’assalto dagli ammutinati, per la impotenza delle guardie circuite dal fuoco, ogni loro difesa tornò vana. Laonde il doge, in quella stretta, cercò scampo da un uscio inosservato che riusciva nell’atrio della chiesa di San Marco, anche questa però investita dal fuoco. Sennonché gli tornò impossibile la fuga anche da quel lato, a cagioni; che i congiurati circondato avevano anche quel sacro recinto. Disperato il principe allora, girò lo sguardo infra quella arrabbiata moltitudine, ed osservando, far parte di essa alquanti suoi congiunti, a quella vista commosso, gittossi ai lor piedi, pregò supplichevole implorando la vita, sotto sacramento di mutare costume. Ma invano pianse e pregò; imperocché, quali fiere sciolte dal chiuso, sitibonde di sangue, gli si scagliarono sopra, e impaperandolo primamente quale il più scellerato tra gli uomini, il trafissero quindi con mille colpi, infinché estinto rimase.

La balia, che pur essa, col piccolo nato di lui, cercava scampo, fu presa, e l’innocente bambino fu miseramente trucidato infra le sue braccia, e la salma sua gittata, a guisa di bruto, accanto a quella del genitore esecrato. Quindi i diformati cadaveri furono rotolati in una barca, e recati a ludibrio per la città tutta quanta: poscia, a maggiore infamia, scagliati vennero nel pubblico macello, ove lungamente rimasero insepolti. La pieta poi del sacerdote Giovanni Gradonico li raccoglieva, deponendoli nella tomba dei Candiani, presso la badia di Santo Ilario non lungi da Fusina.

II fuoco appiccato nl palazzo ducale invase miseramente molta parte della città, e sì che rimasero consunte, oltre che la Basilica, da trecento case sorgenti dal tratto che corre da San Marco sino alla chiesa di Santa Maria Zobenigo.

Il ritratto di questo doge lo rappresenta col capo alquanto inclinato, in azione di supplice, e come si produsse al popolo furibondo, chiedendo misericordia. Dalla sinistra mano di lui si svolge un papiro recante la seguente inscrizione.

A POPVLO SPRETVS, DVX ELIGOR, OCCIDOR FERRO. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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