Le statue dei Barbaro sulla facciata della Chiesa di Santa Maria del Giglio vulgo Santa Maria Zobenigo

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Statua di Antonio Barbaro sulla facciata della Chiesa di Santa Maria Zobenigo. Sestiere di San Marco

Le statue dei Barbaro sulla facciata della Chiesa di Santa Maria del Giglio vulgo Santa Maria Zobenigo

La Chiesa di Santa Maria del Giglio, detta volgarmente Zobenigo dalla famiglia che in antico la fondò, venne riedificata dopo l’incendio del 1105, ridotta rovinosa, nel 1680, venne dalle fondamenta riedificata dal parroco Lodovico Baratti, che vi consacrò gran parte delle proprie rendite, ed ebbe ingenti somme dai parrocchiani.

La chiesa venne riedificata dall’architetto Giuseppe Sardi, la facciata venne rifatta con i denari della famiglia Barbaro (furono spesi 30.000 ducati), cinque individui della quale si vedono scolpiti sulla facciata della chiesa.  La statua, nella nicchia centrale del secondo ordine raffigurante Antonio Barbaro, è stata attribuita allo scultore fiammingo Giusto Le Court, mentre le quattro statue dei suoi fratelli sono attribuite al suo allievo Enrico Marengo o Heinrich Meyring (scultore fiammingo naturalizzato italiano). (1)

Antonio Barbaro, figlio di Carlo, era, nel 1654, governatore di galera, allorchè fu eletto capitano in golfo per reprimere le incursioni dei nemici. Eletto capitano delle galeazze, l’anno appresso, si trovò presente alla sanguinosa battaglia accaduta contro i Turchi, in cui le armi venete riportarono splendida vittoria.

Nel 1656 fu nuovamente capitano in golfo, e con ammirato valore si comportò nel conflitto navale in cui peri Lorenzo Marcello. L’anno dopo, con il generale Lazzaro Mocenigo, si trovò all’impresa contro i vascelli barbareschi, in cui rimase ferito; e quindi intervenne, in compagnia con il Mocenigo medesimo, al conflitto tremendo nel canale dei Dardanelli.

Essendo provveditore straordinario dell’armata, nel 1659, conquistò due galee turche; ma l’anno appresso fu dal capitan generale Francesco Morosini bandito capitalmente, per imputazione, che nella giornata campale di Candia Nova avesse egli sbarcato a terra, senza ordine, e, fuori di tempo, fatto muovere alcune truppe, da che nascesse poi la confusione e la fuga. Sennonché il Barbaro, sottraendosi dall’armata, sopra leggiera feluca si portò a Venezia, ove appellandosi alla sentenza, fu dal consiglio dei Quaranta assolto.

Fu poi, nel 1662, consigliere, e nel 1666 ritornò all’armata in qualità di venturiero; e si valorosamente si diportò, che, l’anno seguente, veniva eletto provveditore generale in Candia, in cui si distinse per pronto ingegno, perizia nell’arte militare e indomito coraggio.

Richiamato a Venezia, fu nuovamente, nel 1668, consigliere. Seguita poi la pace con il Turco, fu nel 1670, provveditore generale nella Dalmazia ed Albania, destinato a comporre le differenze dei confini con gli Ottomani. Venne quindi, nel 1672, eletto podestà di Padova, e nel 1676 fu spedito ambasciatore ad Innocenzo XI, per congratularsi della sua assunzione al pontificato.

Mori finalmente nel 1679, nell’età sua di anni 52, e fu tumulato nella chiesa di Santa Maria Zobenigo; alla quale in morte aveva lasciato trentamila ducati affinchè fosse edificata la sua facciata. Difatti, chiamato l’architetto Giuseppe Sardi, egli dava opera ad erigerla nel 1680, ponendola a termine nel 1683, come dalle due inscrizioni ivi scolpite.

Nei basamenti delle colonne che reggono l’ordine, fece scolpire le piante delle città di Roma, Candia, Padova, Corfù, Spalato e Pavia, allusive alle varie cariche che il Barbaro sostenne. Nelle cinque nicchie principali poi inscritte nella detta facciata, furon collocati i simulacri, in quella superiore del centro, del nostro Antonio Barbaro, e nelle quattro inferiori degli altri di lui fratelli Giovanni Maria, Francesco, Carlo e Marino: il primo fu savio agli ordini nel 1650, e poi provveditore di Comun, nel 1657: il secondo, governatore della nave nominata Dragon, intervenne nel 1634 al conflitto di Nixia e Paros; poi fu, nel 1665, capitano delle galeazze, e da ultimo, l’anno dopo, provveditore dell’armata: il terzo, fu savio agli ordini nel 1654, e mori l’anno appresso nella giovane età di anni 26: l’ultimo, era senatore nel 1660.

Antonio Barbaro oltre che la facciata, ordinò nel suo testamento, che in detta chiesa, fossero eretti due altari, per riporvi i corpi dei Santi Antonio ed Eugenio martiri, da lui recati da Roma nel ritorno dalla sua ambasceria. (2)

(1) Pietro Selvatico. Guida artistica e storica di Venezia e delle isole circonvicine. Tipografia G. Antonelli. 1881

(2) Francesco Zanotto. Il Palazzo Ducale di Venezia – Volume III. Venezia 1860

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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