Giovanni Galbajo. Doge VIII. Anni 787-804

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Giovanni Galbajo. Doge VIII. Anni 787-804.

Passato a vita migliore Maurizio, solo rimase nel seggio ducale Giovanni. Tutti gli storici si accordano a dipingere in lui ed in suo figlio Maurizio una coppia di tiranni, fior d’ogni vizio, e massime i più antichi scrittori, pare che non abbiano trovato espressioni più accomodate ad esprimere tutta l’ampiezza della malvagità di Giovanni, che chiamandolo affatto dissimile al padre, sì nelle azioni che nelle parole, e lungi dalle vestigie di lui, il quale vivendo ricopriva colle onorate sue azioni i difetti del figliuolo; d’ altra parte sagace dissimulatore. Sennonché, morto il padre, ruppe ad ogni violenza e dissolutezza. Non la santità dei talami, non la forza delle leggi valevano per serbare ai cittadini l’onore e gli averi: il pubblico biasimo lo rese più indomito e più superbo, ed incusse nel popolo tanto timore, che non solamente tollerò per nove anni tutte le nefandezze e le insolenze di lui, ma gli acconsentì che si prendesse a compagno il figliuolo.

Il maggiore delitto commesso da costoro fu la uccisione del santissimo patriarca ili Grado Giovanni; il quale, credendo forse che la propria virtù ed il sacro carattere onde era rivestito gli fossero sufficiente difesa contro la oltracotanza di essi, ardì ammonirli, e rinfacciare loro l’esempio del padre e dell’avo Maurizio, la cui onorata memoria non cessavano infamare colle a/ioni loro nefandi. E da qui trasse, e non altrimenti, origine l’odio di costoro contro il patriarca; odio che sfogarono tosto velandolo sotto il pretesto di non aver egli voluto consacrare vescovo il giovane greco Cristoforo, nominato da essi nella vacante sede di Olivolo. Promulgarono dessi, che il patriarca, partigiano dei Franchi, non amasse vedere un suddito dell’impero orientale sulla cattedra olivolense; onde coloro che favorivano il Doge e l’impero d’Oriente appuntarono il prelato di tracotante e di schiavo dei Franchi, i quali meditavano la ruina della veneta nazione, dimostrandolo la flotta, che, siccome suonava la fama, re Pipino disegnava far costruire a Ravenna; e soggiungevano: già essere i Veneziani esclusi  dal commercio nella Pentapoli; già essere in pericolo, per un partito favorevole allo straniero, la libertà nazionale. Altri molti, all’incontro, tacciavano i dogi di violenza, di rotti costumi, di ambizione smodata, per cui, col mezzo del vescovo da lor nominato, tendevano soltanto a dominare la patria da assoluti signori. Gli animi s’inasprirono per modo e le passioni tanto s’ ingagliardirono, che il doge Giovanni, colta opportuna occasione, allestir fece una squadra di navigli armati e la spedì con Maurizio a Grado ad assalire il patriarca. Maurizio invase con furore la città, e nell’aspro combattimento il patriarca rimase ferito e cattivo, poi barbaramente gettato da un’altissima torre del suo palazzo. Il fatto era orribile; tutti gli animi ne rimanevano commossi; ma il terrore che i due dogi avevano messo di loro, fece che non più elie lamenti si menassero per le isole. Il Maurizio, stimando di calmare veramente la compressa ira pubblica, elesse; patriarca di Grado Fortunato, nipote dell’estinto; il quale accettò la dignità con segreto intendimento di vendetta.

In questo frattempo, o poco prima, dicono alcuni storici, non avere altro di buono operato il doge Giovanni, tranne l’ottenimento di conferma del trattato circa ai confini fermato coi Longobardi: ma questo è un errore manifesto, ammenoché dir non si voglia essere errore di dizione: imperocché il regno longobardico ebbe fine colla presa di Pavia, fatta da Carlo Magno, e colla cattività di Desiderio, re di quella gente, che fu quindi inviato in Francia, ove morì nel monastero di Corvei; il die accadde nell’anno 774, vale a dire, tredici anni prima che Giovanni sedesse solo doge, o in compagnia del figliuolo Maurizio.

Bene, per le vittorie dei Franchi, e per lo trattato che poscia seguì fra Carlo e Niceforo, che occupato aveva l’impero d’Oriente, cacciando in esilio la sfortunata imperatrice Irene, avvenne che fra loro si conveniva di riconoscere indipendente tanto il ducato di Benevento, quanto le città della Venezia e quelle marittime della Dalmazia; e massime per i Veneti, era detto in quel trattato, siccome rapporta il Sigonio, che continuassero a godere pacificamente delle possessioni, libertà ed immunità che erano soliti avere nel regno italico.

Maturavano intanto, come dice uno storico, gli occulti disegni del patriarca Fortunato, il quale, supponendo giunta alfine il momento di trar vendetta dell’ucciso suo predecessore e parente, diede mano, insieme con parecchie famiglie tribunizie, ad una congiura contro i dogi. Ma scoperta, fu costretto fuggire, unitamente coi suoi complici Obelerio tribuno di Malamocco, Felice tribuno, Demetrio, Mariniano o Foscaro, Gregorio, ed altri tra primati, o dei maggiori, ricoverandosi nel regno italico, a Trevigi. Da colà Fortunato si recò allo stesso Carlo a Salz in Sassonia, e, postasi sotto la sua protezione. fece del suo meglio di concitarne l’animo contro i Veneziani, rappresentandoli come del tutto devoti dell’impero greco, e dicendo che il suo predecessore era stato ucciso perché aderente al partito franco. In frattanto, i profughi che si erano riparati in Trevigi, continuavano da colà sì destramente le loro macchinazioni, che, fatti levare a tumulto i loro partigiani nelle isole, i due dogi Giovanni e Maurizio si trovarono a un tratto abbandonati e costretti a salvarsi con pronta fuga. Il primo riparò a Mantova, ed il secondo, volendo tentare pur egli la protezione di Carlo Magno, si recò in Francia, ma invano, trovando colà un nemico troppo possente in Fortunato, sicché e padre e figlio non più rividero le patrie lagune, e morirono, forse, ambedue in Mantova stessa. Ciò accadde nell’ 804, dopo aver regnato Giovanni, col padre nove anni, altri nove solo, e sette in compagnia col figliuolo; sicché tutto il suo dogado, origine alla patria di gravi sciagure, fu di venticinque anni. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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