Orso Ipato. Doge III. Anni 726-737

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Orso Ipato. Doge III. Anni 726-737.

Orso Ipato, uomo di acuto ingegno e di nobile prosapia, fu dato a successore a Marcello, e primo incominciò ad illustrare il nome dei Veneti con splendide imprese, siccome quello che peritissimo in ogni scienza di guerra, si diede allo studio di esercitare la veneziana gioventù a trattare le armi, sicché essa, avendo a spettatore e lodatore il proprio Doge acquistò, colla perizia della navale disciplina, animo più altero ed indole più generosa. È tosto ne poté dare splendida prova.

Imperocché Orso saliva il trono ducale nel punto in cui gravissimi e luttuosi sconvolgimenti si preparavano in Grecia e in Italia per opera dell’ imperatore Leone III l’Isaurico, il quale, appunto nel 720 emanava editto, per tutto l’impero, contro il culto delle immagini sante, da cui ne nacquero in Oriente quelle ribellioni e quelle zuffe narrate largamente dagli storici bizantini, e nell’ Occidente quella commozione degli animi, e quei tumulti, che partorirono aperta rottura fra l’imperatore e papa Gregorio II dolorosa e lunga a narrarsi.

Fu allora che Luitprando, re dei Longobardi, veduto il momento propizio d’ incarnare il preconcetto disegno, quello cioè di rendersi signore d’Italia, si strinse in lega col Papa, e s’impadronì di Ravenna e della Pentapoli, vale a dire, delle città di Rimini, Pesaro, Fano, Umana ed Ancona, e di altri luoghi, quantunque non acconsentisse il Pontefice dichiarare scaduto Leone dalla imperiale autorità sopra quelle terre italiane.

Presa Ravenna dai Longobardi, l’esarca Paolo si ricoverò nelle isole della laguna, unico asilo che gli parve sicuro, attesa I’amicizia che per ragion dei commerci, passiva fra il greco impero ed i Veneziani: e, giunto, rappresentò loro il grave pericolo che la potenza degli invasori minacciava l’Italia; né potere eglino stessi andarne immuni; imperocché porrebbero i Longobardi in mare la loro flotta, impedirebbero i commerci, dominerebbero su tutte le spiagge, su tutti i porti: tornare quindi ai Veneziani salute, se rimettessero l’esarca in seggio ; perciocché otterrebbero dall’ Augusto maggiori concessioni e privilegi più ampi.

Le parole di Paolo fecero che molti, e fra questi il Doge, si inchinassero al partito proposto; nel mentre che altri si opponevano, ricordando i recenti trattati con Liutprando, il rischio d’incorrere nella nimicizia di questo, e quindi la guerra a cui si andrebbe incontro; ed opinavano di rimanere neutrali, e per tal modo potere ancor francamente esercitale i loro commerci, ricchezza e fortezza della repubblica.

Sennonché, prevalendo la prima opinione, avvalorata dagli eccitamenti del Doge, di animo bellicoso, si statuì di recarsi al ricuperamento di Ravenna. E perché non trapelasse al di fuori il convenuto, si simulò che l’esarca fosse cacciato dalle Lagune e si ritirasse ad Imola; ove, giunto infatti, raccolse una mano di gente, e comparve sotto le mura di Ravenna, allora bagnate dal mare; mentre i Veneziani, usciti sull’imbrunire del giorno dall’estuario, si presentarono, sul romper dell’alba, dinanzi al porto della città stessa. La quale fu improvvisamente assalita per terra e per mare ad un tempo, fulminando i nostri entro di essa il terribile fuoco greco, e poscia, improvvisato un ponte di barche, scalarmi le mura. L’ esarca però fu respinto dai Longobardi, accorsi alla riscossa, onde egli, girato il fianco, si unì agli incalzanti Veneziani, che già tenevano le  mura; ed Orso, guadagnato tanto spazio in città da ordinare scelta schiera di genti serrata a forma di carro, divise il grosso corpo dei nemici, e li sgominò, invadendo quindi le vie e le piazze, attalché a nulla valsero i sopraggiunti Longobardi, che sopraffalli e vinti rimasero. Per tal modo la vittoria riesci completamente gloriosa, rimanendo sul campo Peredeo, duca di Vicenza, e cattivo Ildebrando, nipote dello stesso re longobardo.

Il soccorso prestato dai Veneziani nel ricuperamento di Ravenna valse loro per ottenere altri privilegi commerciali, e al Doge il titolo d’Ipato.

Sennonché, tornati alla patria, si ridestarono nelle isole le guerre civili fra Equilio ed Eraclea, ed in una zuffa sanguinosa Orso cadde trafitto; dicendo però altri, che venne assassinato nella propria casa. Alcuni storici attribuiscono ad Orso medesimo la cagione di tali sommovimenti, appuntandolo di carattere altero, di natura orgoglioso e salito in orgoglio per la narrata impresa condotta da lui a lieto fine; e sì che venne a fastidio dei concittadini, che si vedevano trattati a modo di sudditi. Comunque sia la cosa però, questo Doge perì miseramente, sebbene meritevolissimo di aver resa la  patria forte e gloriosa. Tanto accadde l’anno 737.  (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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