Pozzo di Campo San Stefano (verso la chiesa)

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Pozzo di Campo San Stefano (verso la chiesa) - San Marco

Pozzo di Campo San Stefano (verso la chiesa)

Vera: in pietra d’Istria di forma cilindrica divisa in sei settori. Su un settore della vera è incisa la data: “MDCCXXIIII”, sormontata da un tondo già contenente un leone marciano. Base: rotonda, a due gradini. Copertura: lastra metallica convessa.

Campo San Maurizio. Chiesa di Santo Stefano. Gli Agostiniani vissero sotto l’imperio della Repubblica dall’anno 860 sino alla sua caduta. In quel tempo dal senato fu assegnato in dono ad abitazione dei padri l’isola di San Lazzaro con l’oratorio di Santa Maria in Nazaret, presentemente il Lazzaretto Vecchio, e continuo ivi la loro permanenza fino all’anno 1002, che furono chiamati ad abitare in città dal vescovo Pietro Quintavalle Olivolense, il quale loro assegnò il luogo di Sant’Antonio a Castello, dove stettero fino al 1264. In quell’anno si principiò a fabbricare la chiesa e il monastero: la chiesa venne compiuta nel 1325. Parecchi monumenti fanno ricco di memorie questo tempio; e sono, l’urna del senatore Francesco Zorzi morto nel 1588; il sepolcro di Antonio Marcello podestà di Brescia morto nel 1555; il busto del medico Pietro Porta defunto nel 16l4; il monumento del prode generale Jacopo dal Verme, che mori combattendo contro i Turchi nel l408; la tomba di Graziosa Grazioli, giureconsulto d’Ancona, morto nel 1558; il busto dell’altro giureconsulto Lazzaro Ferri trapassato nel 1692; le urne del senatore Marino Zorzi, podestà di Brescia, morto nel 1532, e del senatore Giovanni Boldù che passò di questa vita nel 1537. Vi hanno inoltre, il sepolcro del celebre giureconsulto vicentino Giambattista Ferretti morto nel 1557, opera attribuita al Sammicheli, e la tomba del generale Bartolomeo d’Alviano che mori nel 1515; l’urna del medico Jacopo Suriani defunto nel 1551; il monumento del generale Domenico Contarini morto nel 1650, col busto d’Angelo suo nipote, egregio magistrato, morto nel 1657; e finalmente il sigillo sepolcrale dell’inclito doge Francesco Morosini, detto il Peloponnesiaco, morto nel 1694. Questo sigillo sepolcrale fu intagliato da Francesco Parodi. L’altare della sagrestia ha due belle statue di Pietro Lombardo, e due tele, l’una incompiuta di Sante Peranda, col martirio di Santo Stefano, l’altra esagerata di Gaspare Diziani colla strage degli Innocenti. L’organo è opera di Pietro Nachini. Il maggior altare viene attribuito a Girolamo Campagna; il parapetto della mensa, che nelle sue pietre intarsiate offre il martirio del Santo protomartire, fu lavorato da Giovanni Ferri. Sono del Gemella le dodici statue di marmo che posano sopra le cornici laterali di questa cappella. E nella cappella del battisterio si vede la statua del Battista, opera di Giulio del Moro; e presso il quinto altare, a destra, entrando per la maggior porta, un bassorilievo in bronzo, che serviva di tavola ad un altare fatto erigere dal medico riminese Jacopo Suriani. Magnifica è la porta del prospetto esterno di questa chiesa. Quanto alle pitture della chiesa, non sono degne di considerazione che le vecchie, le quali insieme alle altre di minor conto vengono accennate nella sottoposta nota. Diremo però che sulla muraglia della chiesa, respiciente il campo, vi è una grande pittura a fresco; ma di essa ora non si vede che appena la figura di San Sebastiano. Secondo alcuni lavorava questo fresco Girolamo Pellegrini, secondo altri Pietro Liberi. Nel 1836 nel riattamento del maggior altare. si ruppe il muro laterale della mensa, e si trovò dentro ad essa uno scheletro umano in mezzo ad alcuni piccoli pezzi di legno che mostravano che essere gli avanzi della cassa in cui lo scheletro doveva essere rinchiuso. Si sospettò a principio che fosse quello il corpo di Paolo Cretense pirata, o piuttosto del corsaro e poi eremita Paolo da Campo de Catania, ma poi, merce l’erudizione del sig. E. Cicogna, si passò a congetturare che quelle ossa fossero del B. Bonsembiante Badoaro.

Si narra un curioso accidente circa il campanile della chiesa di Santo Stefano l’anno 1455. Essendo per difetto di fondamenta alquanto pendente verso il campo di Sant’Angelo, un ingegnere bolognese, abilissimo nel chinare non solo ma nel trasportare codesti campanili da uno in altro sito, si esibì di drizzare anche questo, togliendogli il terreno dalla parte opposta a quella verso cui pendeva. Accettatasi la proposizione, diede egli mano all’opera e drizzò il campanile, il quale durò soltanto dritto per lo spazio di un giorno e di una notte, perché nel giorno appresso precipitò sopra il tetto del vicino convento di Santo Stefano, atterrando parte della chiesa di Sant’Angelo ed alcune stanze del dormitorio dei frati colla morte di alcuno d’essi. Nel seguente anno 1456 il campanile venne eretto nuovamente per opera di certo Marco de Furi. A.Paoletti. (1)

(1) BERNARDO e GAETANO COMBATTI. Nuova planimetria della città di Venezia. (VENEZIA, 1846 Coi tipi di Pietro Naratovich).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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