Palazzo Barbarigo dalla Terrazza, facciata sul Rio de San Polo. Sestiere di San Polo

La famiglia e il palazzo Barbarigo a San Tomà, nel Sestiere di San Polo

Una vecchia cronaca racconta che il nome dei Barbarigo venne alla famiglia quando aveva la signoria di Muggia in Istria, dopo che il prode Arrigo, uno dei suoi capi, avendo nel nono secolo sconfitti i Saraceni, si fece una specie di corona con le barbe dei prigionieri e così coronato entrò in Muggia trionfante, seguito dai nemici sbarbati e incatenati.

Ma non sempre ai Barbarigo sorrise la sorte delle armi e venuti a Venezia verso il decimo secolo si stabilirono nella contrada di Santa Maria Zobenigo. Con le loro ricchezze fabbricarono chiese, soccorsero conventi, innalazarono palazzi; dettero alla Chiesa due vescovi, un patriarca, tre cardinali e un beato Gregorio; alla nuova patria due dogi fratelli, Marco ed Agostino, sette procuratori di San Marco e parecchi guerrieri tra i quali quell’Agostino che nella battaglia di Lepanto, colpito in pieno da un dardo nell’occhio destro, morì esultante alla notizia della vittoria, gridando tra spasmi atroci: “Benedetto San Marco!“.

Nel 1500 la famiglia era divisa in diversi rami che abitavano a Santa Maria Zobenigo, alla Maddalena, a San Vio, a San Trovaso, all’Angelo Raffaele, ma il ramo forse più colto e più ricco era qualle di San Tomà, che si era fatto costruire verso il 1568 il palazzo sul Canal Grande, con la facciata principale sul Rio de San Polo, su disegno, afferma il Cicogna, di Bernardino Contin.

La nuova costruzione di tipo classicheggiante, fu subito chiamata “il palazzo Barbarigo della Terrazza” per una ampia e bellissima terrazza che dava sul Canalazzo, una specie di giardino pensile di verdi e splendide piante.

L’interno era di una ricchezza principesca: le porte che mettevano negli appartamenti avevano gli stipiti di pietra d’Istria con i frontoni a bel disegno incastronati di marmo nero africano e adorni di fregi e di putti; la grande sala era superba di numerose pitture della gloriosa scuola veneziana e dappertutto arazzi, tappeti orientali, “cuori d’oro“, e prezioso mobilio intarsiato d’avorio, scolpito, laccato, così che Giacomo Franco in quel tempo scriveva: “essere ornati li palazzi in odo così bello e sfolgorante che se si volesse raccontar tutto parer menzogna“.

Qualche storico scrisse che Tiziano Vecellio, ospite di Zuane Barbarigo, dipinse in questo palazzo il capolavoro della sua Maddalena pentita, ma non appare esatta l’affernazione, poichè da parecchi anni il grande Tiziano possedeva una casa ai Biri con uno studio a pianterreno che dava sul magnifico orto “dal quale si dominava la laguna fino a Murano e si scorgevano lontani i monti del suo Cadore“. E poi il palazzo era finito appena nel 1570 quando il Vecellio aveva quasi novantatre anni, mentre si sa che la Maddalena fu opera della sua tarda adolescenza, ma non della vecchiaia. (a)

Il palazzo Barbarigo della Terrazza divenne celebre nella seconda metà del Seicento per la sua famosa raccolta di “anticaglie” la cui fama corse allora per tutta l’Europa. Essa superava di gran lunga le splendide raccolte di Bertuccio Contarini a San Samuele, di Antonio Cappello alla Pietà, dei Ruzzini e dei Correr sulla Riva di Biasio e dei Frasetti a San Luca: comprendeva venti quadri del Tiziano e tre del Giambellino, varie opere del Palma, del Tintoretto, del Bassano, richhe suppellettili in bronzo, in avorio, in legno intagliato, tavole di finissimi marmi incrostate a mosaico ed una grande varietà di maioliche in cui figuravano molte stoviglie di Urbino e di Faenza con disegni raffaelleschi.

Giuseppe II d’Austria la visitò e ne fu ammirato; i conti del Nord, principi ereditari di Russia, nella loro visita a Venezia avvenuta nel 1782 fecero pratiche per l’acquisto di quei tesori ma ne ebbero un cortese rifiuto; la famosa raccolta era un vanto dei Barbarigoe sempre ai Barbarigo doveva appartenere“.

Non fu così: caduta la Repubblica e morto l’ultimo rampollo dei Barbarigo di San Tomà, il patrizio Alvise, gli eredi diretti per via di donne, i Pisani di San Polo e i Labia di San Geremia, pensarono bene di far denari della celebre collezione vendendola nel 1850 allo Czar di Russia per l’Ermitage di Pietroburgo.

Così il famoso nucleo delle tele del Tiziano, venti opere di fulgida bellezza in cui si ammiravano le tre maniere del divino maestro. (1)

(a) In realtà questo quadro ed altri erano entrati a far parte della galleria di questo palazzo in circostanze del tutto particolari. Nel 1581 il patrizio veneziano Cristoforo Barbarigo aveva infatti acquistato da Pomonio Vecellio, figlio minore di Tiziano, defunto nel 1576, la casa del maestro cadorino ai Biri, con tutto quanto conteneva, compresi i quadri, che si trovavano sia nell’abitazione che nello studio (2)

(b) E’ probabile che la decisione di acquistare la galleria Barbarigo sia stata influenzata dalle vive impressioni che il figlio maggiore dell’imperatore Nicola I, Aleksandr Nikolaevič, aveva ricevuto dal viaggio in Europa compiuto negli anni 1838-1839 in compagnia del suo educatore, il famoso poeta Vasilij Zhukovskij. Quando fu nota la decisione degli eredi della famiglia Barbarigo di vendere la collezione, preannunciata dalla pubblicazione del suo catalogo, il console generale dell’Impero Russo a Venezia, conte Aleksandr Chvostov (il 23 febbraio 1850) si rivolse al ministro di corte con la proposta di: “approfittare della felice possibilità che si offre e che potrebbe non ripetersi”. (2)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 18 dicembre 1930.

(2) La Madonna Barbarigo dell’Ermitage

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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