I Fasseri e i venditori di legna, durante la Serenissima

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Gaetano Zompini. Le arti che van per via nella città di venezia (1785). Fasseri

I Fasseri e i venditori di legna, durante la Serenissima

La legna da ardere o da fuoco rappresentava a Venezia la principale fonte di energia, paragonabile al petrolio o al gas di oggi, indispensabile sia per fornire energia alle sue numerose industrie (arsenale, zecca, vetrerie, tintorie, etc.), sia per gli usi di cucina e il riscaldamento delle abitazioni. Vista l’importanza di questo prodotto, la Repubblica di Venezia si preoccupò fin dai tempi più antichi di assicurare alla città un regolare approvvigionamento di legna, e di controllarne attentamente il commercio e il prezzo di vendita.

Tutta la legna prodotta nella Dominante veniva portata a Venezia salvo la parte stabilita per il consumo personale e locale. Per evitare frodi sulla qualità e sulla quantità della legna da vendere si ordinò che la legna dolce venisse tagliata nella lunghezza di 3 piedi e quella forte di 2 e ½.

Il controllo di tutta questa materia era affidato inizialmente alla Magistratura delle Rason Vecchie, e a partire dal 1550, a un Magistrato sopra i Boschi e Legne, che rimase responsabile fino alla caduta della Repubblica. Questa magistratura sovraintendeva a tutto quello che attendeva alla legna da ardere dal punto di vista giuridico, civile, penale e inerente al controllo dei mestieri (arti) collegati al commercio e alla vendita della legna come quello dei Burchieri da legna, addetti al trasporto dalle zone di produzione a Venezia, e quelli dei Biavaroli e dei Frutaroli, addetti alla vendita della legna al minuto.

Anticamente, per soddisfare il fabbisogno della città di Venezia erano sufficienti i boschi esistenti alle spalle del Dogado, ma già dal Cinquecento, si rese necessario importare legna da fuoco dall’Istria, dalla Dalmazia, dalle isole del Quarnaro e dall’entroterra friulano, padovano e trevigiano.

Venezia per garantire una soddisfacente distribuzione e vendita di legna da ardere in tutta la città, soprattutto per la povera gente, obbligò, all’inizio del Seicento, le arti dei Biavaroli e dei Frutaroli a provvedere alla vendita al minuto di fassi di legna da fuoco nella misura non superiore di dieci fassi per giorno per ogni famiglia, e senza pretendere contestualmente di vendere le altre loro merci.

I fassi venivano venduti a libre quattro al soldo di peso grosso e dovevano essere secche, ben stagionate e di buona qualità. Le due corporazioni furono successivamente obbligate ad attivare dieci barchette per ogni sestiere (sessanta in tutto) per la vendita di fassi e fassine da fuoco e a tenere una riserva di magazzino di un milione e seicentomila fassi.

I nuovi confratelli delle due corporazioni incaricati alla distribuzione della legna tramite barche si chiamavano batelanti da fassi. Questi, ad ogni richiesta della magistratura preposta, giravano i canali dei sestieri loro assegnati per la vendita dalla riva pubblica della legna da fuoco, le loro imbarcazioni dovevano essere numerate e segnalate da particolari bandierine. 

Alle due corporazioni non era tuttavia consentito di vendere un particolare tipo di legna da fuoco detto morello (pezzo di legno della lunghezza di un braccio), questo tipo di legna e altri legni dolci erano venduti liberamente da qualsiasi persona o arte. Il commercio della legna da fuoco raggiunse volumi particolarmente alti nel corso del Settecento. Durante il decennio 1743-1752 furono 12 milioni il numero dei fassi importati nella città di Venezia dal Friuli e dal Polesine e nel decennio successivo furono ben 16 milioni. (1)

Conoscere Venezia

(1) Archivio di Stato di Venezia. Provveditori sopra Boschi e Legna

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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