Benedetto Giacomo Marcello (1686-1739), compositore, poeta, e scrittore veneziano

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Palazzo Marcello sul Canal Grande. Sestiere di Cannaregio

Benedetto Giacomo Marcello (1686–1739), compositore, poeta, e scrittore veneziano

Tra il palazzo Erizzo alla Maddalena e la poderosa mole del palazzo Loredan Vendramin Calergi, sorge sul Canal Grande il Palazzo Marcello in stile lombardesco, modificato dai molti restauri operati nel Sei e Settecento. La fabbrica antichissima, passò nella famiglia Marcello nel 1485 quando avvenne il matrimonio di Petronilla Crispo dei duchi di Nassia, piccola isola del gruppo delle Cicladi nel mare Egeo, con il patrizio Natale Marcello quondam Gasparo, “huomeno de mare, ma bugiardo et leggero de cervello“.

In questo palazzo nacque il 24 luglio 1686 il famoso musicista Benedetto Marcello, il maggiore ingegno musicale che abbia onorato la Dominante, il rappresentante supremo dell’arte veneziana dei suoni.

Il giovanetto era d’ingegno prodigioso ed ebbe a primi maestri Antonio Lotti e Antonio Pollarolo, celebri “proti” della Cappella di San Marco, ma l’amore per la musica non gli impedì di dedicarsi anche allo studio delle patrie discipline, si iscrisse all’Università di Padova e appena ventenne ottenne la laurea in giurisprudenza, e avendo “cavato bala d’oro” il seggio privilegiato nelle adunanze del Maggior Consiglio.

L’arte però lo chiamava e il grande autore dei “salmi davidici“, che sembrano il canto del destino sulla Gerusalemme settecentesca del mare, non è in disaccordo in questi suoi giovani anni con le consuetudini liete del tempo suo. Amico della giocondità di geniali conviti, di piacevoli conversazioni, di festevoli gite campestri, trovò il tempo di scrivere con straordinaria facilità e fecondità musica sacra e profana, poesie religiose, amorose, satiriche, prose allegre e argute come il “Teatro alla moda“, finissima satira contro i poeti del teatro e contro “li virtuosi“, così con nome vanitoso si chiamavano allora i cantanti.

Sier Benedetto Marcello era assiduo alle accademie di musica e di canto in casa della sua amica, forse amica del cuore, Isabella Renier Lombria, e frequentava anche i palazzi di Benedetto Grimani e del conte Carlo Tassi della torre dove due gentildonne, la bella Cecilia Sagredo Baffo e la bionda Elena Michiel Gambara, cantavano ed eseguivano sul clavicembalo i suoi salmi e le sue canzoni profane.

Dove appariva il grande compositore la vita assumeva un aspetto vivace, lieto, sorridente; il viso del sommo artista, come ce lo trasmise una bella incisione di Giovanni Antonio Zuliani, spirava la gioia e il contento: aveva appena trentadue anni, la fama gli arrideva, per lui la vita era bella. Ma intorno al celebre maestro si andavano maturando strano episodi che oggi sembrano quasi leggende, e furono invece fatali realtà che forse se non gli abbreviarono la vita, ebbero certamente una grande influenza nel suo carattere e nelle sue mirabili creazioni musicali.

Una sera, era il 12 maggio 1722, mentre era affacciato ad una finestra del suo palazzo a Santa Maria Maddalena sul Canale Grande, sier Benedetto ode da una barca, tra una dolce armonia di suoni e canti, salire per l’aria una voce di soprano limpida e soavissima. Ordina subito al suo cameriere di far avvicinare la barca alla riva del palazzo e vuol conoscere la cantante, una bella e graziosa popolana, Rosana Scalfi, che dopo quel primo incontro divenne sua allieva prediletta.

L’idillio in breve finì con il matrimonio, un povero matrimonio poiché l’amore non seppe vincere i pregiudizi nobiliari, e le nozze furono celebrate segretamente di notte in chiesa San Marcuola dal pievano Andrea Borgato. al lume di pochi ceri, senza parenti nobili, solo con alcuni popolani consanguinei della bella sposa. La Scalfi fu moglie esemplare, ma sier Benedetto perse la sua solita allegria, non frequentò più le case patrizie che disdegnavano di ricevere la moglie plebea e visse nel suo palazzo tra gli studi e la sua Rosana pur qualche volta rimpiangendo i bei tempi passati.

La mancanza di figli accrebbe il suo rammarico; un giorno nell’agosto del 1732 entrato il Marcello nella chiesa dei Santi Apostoli, ed accostatosi all’altare per assistere alla messa, si sprofondò ad un tratto un marmo sepolcrale, sì che il patrizio piombò nella tomba fino al petto. Non si fece male, ma l’accidente improvviso parve al sommo artista un funereo presagio, cinque mesi dopo gli moriva la moglie ed egli divenne sempre più triste, sempre più cogitabondo.

Gli amici cercarono di confortarlo, e alcuni senatori, suoi ferventi ammiratori, per distrarlo lo elessero camerlengo della Repubblica a Brescia. Accettò, ma ormai la sua tempra era fiaccata, e l’autore dei “Salmi“, una delle più mirabili creazioni dell’ingegno umano, si spense lentamente nel 1739 a soli cinquantatré anni.

Fu sepolto nella chiesa di San Giuseppe, e nell’austera semplicità del tempio bresciano una modesta lapide ricorda il principe della musica, morto lontano dalla sua Venezia che tanto onorò col suo meraviglioso ingegno. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 19 agosto 1932

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Palazzo Marcello sul Canal Grande, targa commemorativa posta all’inizio del Sotoportego Vendramin (alla Maddalena), Rio Terà de la Madalena, Sotoportego Vendramin, targa commemorativa posta sul Palazzo Marcello, Palazzo Marcello sul Canal Grande

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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