La famiglia e i palazzi Dandolo a San Luca, nel Sestiere di San Marco

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Palazzi Dandolo, Riva del Carbom nel Sestiere di San Marco

La famiglia e i palazzi Dandolo a San Luca, nel Sestiere di San Marco

Narrano le antiche cronache che la famiglia Dandolo venne da Gallipoli e fu di stirpe antica tribunizia. Le case dei Dandolo sorgevano sulla Riva del Carbon, dalla Calle Bembo alla Calle del Carbone e guardavano sulla Corte Dandolo, su quella del Teatro e sull’area oggi occupata dal palcoscenico del Teatro Goldoni.

Sulle facciate, che prospettavano il Canal Grande, degli edifici che attualmente s’innalzano sull’area delle antiche case dei Dandolo si scorgono tuttora alcuni avanzi come una facciata archiacuta trecentesca, una cornice e un pilastro angolare ad archetti e frammenti architettonici decorativi di stile veneto bizantino che dimostrano la magnificenza e splendore di queste case dei Dandolo.

Un’iscrizione posta dall’abate Vincenzo Zenier dice che qui fu la casa dove nacque Enrico Dandolo, il conquistatore di Costantinopoli nel 1204, e ciò, sebbene manchi una prova sicura, sembra probabile poichè Enrico, secondo i cronisti nacque nella contrada di San Luca Evangelista.

Sotto ad una delle case, quella che faceva angolo con la Calle del Carbon, si aprivano i vasti magazzini dei Dandolo che nel 1523 si accupavano ancora di mercatura, commerciando in olio e pece e appunto nei Diari sanudiani si trova che il 25 novembre di quell’anno “a hore due di notte se impiò fuogo in li magazeni sotto casa Dandolo vicino a la cha’ di Corneri di la Piscopia, et brusò, finquasi di tutta la casa preditta“. Le campane di San Luca e di San Paternian dettero subito l’allarme, ma le fiamme avevano ormai prese tali proporzioni che gli Arsenalotti accorsi non poterono che isolare l’incendio.

La notte era calma e il vicino palazzo dei Cornerdi la Piscopia“, poi Loredan, rimase salvo, ma nella casa dei Dandolo dove abitava Leonardo Molin, loro cognato, quello che non distrusse il fuoco “fo rubato che nulla scapolò perchè sier Lunardo atese a far portar fuora uno so fradelo, capitanio di Mestre, qual era amalado et il suo cugnado Zuan Francesco Dandolo di anni cinquantaquattro che assa’anni è matto in casa, qual no se volea partir“. E il povero pazzo, quasi soffocato dal fumo, facendo accanita resistenza gridava in mezzo a quell’orrore: “No vojo, no vojo, lasseme andar con la casa!“.

In un’altra casa dei Dandolo, che sembra fosse quella che sovrastava il Caffè degli Omnibus, abitava nel 1551 il famoso Pietro Aretino e la pigione di sessanta ducati annuali dovuta a sier Leonardo Dandolo, era generosamente pagata per conto di Pietro dal duca di Firenze. Cinque anni dopo, nel mese di ottobre, l’Aretino moriva in questa casa per apoplessia fulminante e veniva sepolto nella chiesa di San Luca presso la porta della sacrestia, tomba scomparsa e distrutta nei posteriori restauri della chiesa.

Circolavano allora voci strane e cinici racconti su questa morte improvvisa, Aretino era sparito e i suoi nemici uscivano all’aperto e calunniavano sicuri della immunità, ma un documento, notarilmente autenticato, scoperto nel Museo di Arezzo e compilato dal pievano di San Luca, Pietro Paolo Demetrio, sfatò quelle leggende menzognesche.

Il documento afferma: “Il già signor Pietro Aretino poeta, che stantiava nella mia parochia de san Luca sopra el Canal Grande di Rialto, nelle case del clarissimo Senator Leonardo Dandolo del già clarissimo signor Hieronimo, morì in detta mia contrada, et è sepolto nella chiesa mia de san Luca Evangelista già molti anni, in un sepolcro novo, vicino alli gradi della Sagrestia, et io Pietro Paolo Demetrio, pievano della detta chiesa, gli feci l’ufficio et le Esequie, et l’ho sepolto cristianamente, il quale il Giovedì Santo innanti ch’egli finisce gl’ultimi suoi giorni, il detto signor Pietro Aretino si confessò, et in detta mia chiesa il detto giorno Egli pigliò la Santissima Communione, piagnendo lui estremamente, et ciò vidi io stesso, il quale morì da morte subitanea giù da una cadrega. Di che io fo fede a ciascuno che vedrà e leggerà la presente mia fede. Di Venetia in Chiesa di san Luca sudetta a 21 settembre 1581. Io pievano di mia propria mano a col proprio suggello l’ho suggellata.

Nel Seicento le case dei Dandolo sulla Riva del Carbon erano quasi tutte vendute e l’antica famiglia si era in parte divisa nelle contrade di San Tomà, di San Marcuola e di San Stae e alla fine del Settecento c’era un ramo dei Dandolo anche a San Pantaleone. E mentre le antiche case del Carbon venivano demolite, modificate, ricostruite sorgevano i palazzi Dandolo a San Tomà, quello a San Marcuola sul Canal Grande e l’altro, comperato dai Priuli e restaurato dai Dandolo nella contrada di San Stae.(1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 18 ottobre 1929.

FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.

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