Famiglia Molino

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Corte San Gaetano, 1982 (San Marco) - Stemma Molin

Famiglia Molino

Molino La famiglia Molino, sia che venisse a por sede in Venezia nell’377 da Mantova, come pensano il Malfatti, il Frescot ed altri cronacisti e genealogisti, o che da Tolomaide veleggiasse ai nostri lidi nel 1203, secondo scrive lo Zabarella nell’Aula heroum, o finalmente, siccome dettano Lorenzo Pignoria e Filiberto Campanile, quello nei suoi Commenti storici sulla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, e questo nelle sue Insegne de’ nobili, al trattato della famiglia d’Aquino, traesse origine antica dai popoli normandi, certo è, che ascritta al patriziato, produsse in ogni tempo uomini nella toga, nelle armi, nella politica, nel sacerdozio e nelle lettere celebratissimi e memorandi. Eresse poi in Venezia vari edifici, tra i quali la chiesa di Santa Agnese ed il monastero di San Daniele, e tiene molte memorie e monumenti nobilissimi in altre chiese.

Tre scudi di poco diversi usò questa casa, che si dice essere stata divisa in due rami distinti. Il primo scudo porta, in campo partito d’argento e vermiglio, una ruota da molino dei colori contrapposti: il secondo, una ruota d’oro in campo azzurro, ed è quello sottoposto al ritratto del nostro doge: l’ultimo, inquartato; nel quale il primo e quarto punto reca la stessa ruota d’oro in campo azzurro, e nel secondo e terzo ha l’aquila bicipite nera, in campo d’oro.

Il doge Francesco Da Molino nacque nel 1575 da Marino, e sostenute in età giovanile le minori cariche nell’armata navale, si vide, per la di lui rara prudenza e saggezza, nella freschissima età d’anni 28, cioé nel 1603, promosso a provveditore in Golfo. Nel 1640 fu eletto capitano nel Golfo stesso, affine di reprimere i pirati Uscocchi che lo infestavano, ed egli li batté per guisa che per alcun tempo non furono più in grado di rendersi molesti. Due anni dopo veniva spedito il Molino contro i Ferraresi, i quali erano entrati nella bocca di Goro, e messo avevano, a indizio di possesso, una gabella con titolo di ancoraggio, ed ufficiali perché riscuotessero il nuovo aggravio. Egli adunque li cacciò da quel luogo, e fece valere ivi il diritto della Repubblica. Nella guerra, del 1613, per la successione al ducato di Mantova, furono spediti vari provveditori qui e qua, onde munire le rocche e fortificare le piazze al confine, ed il Molino venne mandato provveditore in Asola sul Bresciano. Due anni appresso, per timore dell’altra guerra che stava per rompersi fra Spagna e Savoia, si recava Francesco provveditore dell’armata sul lago di Garda. Nel 1623 fu eletto provveditore generale in Dalmazia, onde armare le piazze di confine, sul dubbio che Ferdinando II mirasse ad allargare il suo impero. Candia, nel 1628, aveva d’uopo di alcuni provvedimenti, ed il Senato spediva colà il nostro Molino, il quale tosto ricondusse l’ordine nel governo di quella isola, che molto sangue e dolori costò ai Veneziani. Si ripatriò di nuovo Francesco, sostenne le cariche più gelose dello Stato, infino a che per i distinti suoi meriti, il dì 11 gennaio 1633, conseguì quella di procurator di San Marco de supra, in luogo del defunto Simeone Contarini. Altri uffici persolse fino al 1641 in cui lo vediamo inquisitore al sale: quindi, nel 1645, eletto generalissimo di mare contro il Turco, mosse alla difesa della minacciata isola di Candia, ma dopo un anno, aggravato fieramente dalla podagra, fu sollevato dall’operosa missione, cedendo il carico a Girolamo Morosini. Tornato alla patria, pensò curare la mal ferma salute, ma in quel mentre, morto Francesco Erizzo, fu eletto doge il Molino. Il di lui reggimento fu una continua serie di amarezze, come vedemmo, per la guerra col Turco, ed egli vinse ogni traversia colla sua molta moderazione e prudenza. Fu caro al popolo, e rispettato per la suo grande applicazione agli affari, nei quali il di lui pesato consiglio molto valse a condurli ad ottimo fine. Gli storici gli rimproverano questa unica pecca, ed è, aver egli avuto una certa rozzezza nei modi e nel discorso; difetto contratto negli impieghi militari da lui sostenuti per lunghi anni in mare ed in terra; ma gli storici stessi soggiungono, che quando si ha questo solo rimprovero non si è lungi dalla perfezione. Il Molino, col suo forte carattere, valse a mettere non poco animo nel suo popolo; valse in gran parte a far sostenere una guerra, che quantunque struggitrice di vite e di averi, l’onore e la gloria della nazione domandavano venisse continuata fino al sorgere di un’ora propizia per stabilire con dignità la pace, d’altronde desideratissima. Né lasciò occasioni per cercarla, e sol depose il pensiero quando vedeva necessario il sacrificio dell’onore e della gloria per ottenerla. Aveva egli, allorquando era procurator di San Marco, nel chiostro del monastero di San Stefano, innalzato un monumento, tuttora superstite, alla memoria dell’illustre suo fratello Domenico, senatore gravissimo, ornato di tutte lettere, e possessore di ricca e preziosa libreria.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Frezzeria, 1822 (San Marco) – Campo San Maurizio, 2758 Cà Molin (San Marco) – Calle dei Frati, 941 (Dorsoduro) – Calle de l’Ochialer, 436 (San Polo) – Calle Contarina, 2057 (San Polo) – Corte San Gaetano, 1982 (San Marco) – Rio dei Barcaroli, 1827 (San Marco) – Calle del Forno, 2161 (Cannaregio) – Corte Erizzo, 2137 (Cannaregio)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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