Ponte dei Saloni o de Cà Balà sul Rio de la Fornace. Fondamenta Zattere ai Saloni – Fondamenta Zattere allo Spirito Santo
Ponte in pietra; struttura in mattoni e pietre, bande in ferro a croci oblique e rombi. (1)
Alcuni storici vogliono che il nome di Saloni, dato ad un ponte e una fondamenta sulle Zattere nella contrada di San Gregorio, derivi dai magazzini del sale ivi eretti alla fine del Seicento, altri da una colonia di fuggitivi venuti verso il mile da Salona, antica capitale della Dalmazia. Ma la più vera speigazione di questo nome ci viene da un codice della nostra Marciana dal titolo “Memorie dei Veneti Cancellieri” i cui è detto che in questa località abitava la famiglia cittadinesca Dalle Fornaci, detta Saloni, che diede un Alessandro, Cancelliere grande, nel 1470.
Erano i Dalle Fornaci emigrati da Marano nel Friuli alla metà del secolo decimoquarto, e siccome in quelli antichi tempi era quasi tradizione in quella famiglia di chiamare i figli maschi con il nome di Assalonne, così il popolo corrottamente li soprannominò “Saloni“, e un po’ alla volta il vero nome nell’uso comune quesi scomparve e rimase solo quel nomignolo che aveva anche un po’ di sapore satirico.
Curiosa famigli questa: abbastanza ricca, temperante e lavoratrice nel Friuli, appena respirò l’aria delle lagune, e conobbe i costumi liberi del patriziato, derogò ben presto dalle abitudini patriarcali friulane e cominciò a spendere altro il bisogno e a divertirsi specialmente con quelle donne che fornivano argomento a satire maligne, tanto che Giovanni Sercambi, novelliere fiorentino del Quattrocento, parlando di donne dai facili amori, le diceva “serventi all’omo al modo di Venegia, dove son piuttosto vaghe della carne che del pane“.
Infatti troviamo nelle “Raspe” dell’Avogaria di Comun, una specie di repertorio in cui si annotavano tutte le vertenze, che il 4 marzo 1382 un “Antonius quindam ser Saloni de Marano a Fornacibus” venne condannato ad un anno di carcere e a cinquanta lire di multa a favore dell’Arsenale perché, mercè il concorso di un amico, aveva rapiro la bella Barbarella, moglie di Jacopo Possente, mercante di argenterie a Rialto all’insegna del San Teodoro.
Dodici anni dopo, nel 1394, un tale “Assalon da le Fornaci quondam Alvise dicto Saloni, da Maran“, ebbe un processo criminale, perché dopo aver amoreggiato con una certa Franceschetta di San Boldo dalla quale aveva avuto due figli, l’abbandonò per sposare una Cecilia della contrada di San Trovaso.
La misera Franceschetta ricorse agli Avogadori e il vescovo di Castello, Lunardo Dolfin, parteggiò in piena avogaria per la povera abbandonata e il processo discusso il 2 novembre condannava Assalone a pagare subito cento ducati alla cassa dei Padroni dell’arsenale quale dote alla Franceschetta per un eventuale maritaggio “et star serado sie mesi in una preson“.
Quello che mise un po’ d’ordine nella famiglia e ne risollevò le sorti fu Alessandro, uomo coltissimo, prudente, autorevole, eletto Cancelliere grande nel 1470, la più alta carica e cui potessero aspirare i cittadini veneziani, e sembra fosse figlio di quell’Assalone che aveva abbandonato l’infelice Franceschetta.
Morto il Cancelliere la famiglia continuò a vivere senza infamia e senza lode, e solo nei vari documenti conservati nel nostro Archivio troviamo che una Pierina Dalle Fornaci o Saloni notificò nel 1661 agli Avogadori di possedere alcune casette situate “a San Gregorio sulla fondamenta dei Saloni“. Nel 1735 si estinse il ramo veneziano dei Saloni, ma nel Friuli esistono ancora alcuni discendenti della famiglia Dalle Fornaci.
Nella Fondamenta dei Saloni, tra il 1651 e il 1689, si aprì un teatro che dette dapprima spettacoli drammatici ma nel 1670 acquistò grande rinomanza con opere musicali, tra cui “Argene“, poesia dell’abate Badi e musica di Antonio Caldara, che tenne il cartello per quindici sere.
Al Ponte dei Saloni abitava Giambattista Piazzetta, celebre pittore che trattava con uguale perizia il pennello e il bulino; morì la sera del 28 aprile 1754 in tanta miseria da non lasciare neanche il denaro per i funerali, a cui provvide il libraio Giambattista Albrizzi, che fece sepellire l’amico nella sua arca in chiesa della Madonna della Fava. (2)
(1) ConoscereVenezia
(2) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 14 luglio 1932
FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 4.0 International.



















































































