Festa dei matrimoni o delle Marie

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San Pietro di Castello. Giovanni Antonio Canal detto Canaletto (Venezia 1697 - 1768)

Festa dei matrimoni o delle Marie

Il matrimonio fu ogni tempo celebrato in queste lagune con grande solennità. Gli avi nostri conoscendo l’importanza e i vantaggi del matrimonio, giudicarono necessario di aggiungere alcune parziali formalità, onde renderlo più augusto e più santo. Difatti, se si pone mente alla storia di tutti i popoli, si troverà, che il matrimonio è sempre stato il mezzo migliore per consolidare la pace e l’unione tra le nazioni anche le più nemiche fra loro, e per comporre in tal modo la grande famiglia sociale. E chi può dubitare dell’effetto di una istituzione fondata sopra uno dei primi bisogni dell’uomo, che converte una sensazione passeggera in un nodo permanente, e che con la felicità particolare degli individui assicura la felicità generale della società? Non si potrebbe al certo mai abbastanza proteggerla; poiché concilia sì bene le viste della natura con le viste politiche.

Ben videro i nostri maggiori, che questa dolce unione e questo legittimo innesto di schiatte e di famiglie, non solo diverrebbe un mezzo d’ingrandimento e di forza per la patria, ma di struggerebbe altresì ogni germe di dissensione e di rivalità, se mai ve ne fosse a temere. Perciò appunto credettero, che quanto più la pubblicità di quest’atto sarebbe solenne, tanto più gli sposi sentirebbero la forza dei loro impegni e doveri verso la società, e tanto più ancora dal canto suo la società assicurerebbe, e garantirebbe questa unione a lei troppo preziosa, col prendere gli sposi sotto la sua tutela, e col proteggerli contro ogni genere di attentati. Quindi è che della  solennità di celebrare le nozze si fece una Festa veramente nazionale. A questo fine si stabilì l’uso di celebrare quasi tutti i matrimoni in uno stesso giorno e nella stessa chiesa. Il dì a ciò destinato fu quello della Purificazione di Maria, che cade al 2 di  febbraio, e la chiesa quella di San Pietro di Castello, detto allora Olivolo.

Venivano le spose alla chiosa portando seco la meschina loro dote in una picciola cassa, chiamata Arcella; poichè in quei felici tempi d’innocenza e di moderazione, non si comprava nè marito nè moglie con oro. Colà stavano esse aspettando gli sposi che  le raggiungevano col corteggio dei parenti, degli amici, e di una folla di spettatori. Udivano insieme la messa solenne celebrata dal Vescovo, dopo la quale pronunziava egli un discorso sopra la santità dell’impegno, che gli sposi stavano per contrarre, e sopra i doveri, che Dio stesso a loro imponeva; indi si santificava la loro scelta con la benedizione episcopale ad ogni coppia. Finite tutte le cerimonie, ognuno degli sposi porgeva la mano alla sua compagna, e prese in consegna le Arcelle, si avviavano tutti alle loro case accompagnati da quello stesso lieto cortèo, che gli aveva seguiti alla chiesa. Il rimanente del giorno era consacrato ad una tavola frugale sì, ma saporita, e ad una danza gioviale sì, ma senza arte.

Quando fu poi fissata la costituzione, stabilito un Doge come capo della Repubblica, e la città cresciuta in ricchezza e popolazione, allora si volle rendere questa cerimonia più brillante e magnifica. Si decretò, che dodici fanciulle di condotta irreprensibile, e di non comune avvenenza, tratte dalle famiglie più povere, venissero dotate dalla nazione, e andassero all’altare accompagnate dal Doge stesso rivestito del suo regale manto, e circondato dal pomposo suo seguito. Allora gli abbigliamenti delle spose ottennero maggiore gaiezza e magnificenza. Ritenevano esse, è vero, la modestia e l’ innocenza nelle vesti, che erano tutte candide, siccome candido era il lungo velo, che dalla testa dove appuntavasi, scendeva largamente a ricoprire gli omeri; ma i loro colli vennero fregiati e cinti d’oro, di perle e  di gemme. Quelle che non potevano riccamente ornarsi del proprio, non arrossivano di prendere in prestanza, per quel dì, li fregi, e sino la corona d’ oro che loro veniva posta in cima al capo, quale segnale di nuove spose. Il Governo aveva cura di abbigliare in pari modo quelle, che venivano dotate dal pubblico; ma finita la Festa, dovevano esse restituire tutti gli ornamenti, non ritenendo per se, che la  dote. Quest’ aggiunta di splendido apparato rese la commovente istituzione ancor più bella e maestosa.

Ma un fatto accaduto intorno l’anno 944 fece sì, che la Festa venisse a prendere un nuovo carattere. Alcuni pirati Triestini, avidi sempre di preda gelosi dell’ingrandimento di Venezia, e dolentissimi che le loro sconfitte recassero un lustro sempre più grande al nome veneto, osarono fra di loro tramare un orribile insidia. Per assicurarne l’effetto, nella notte precedente alla gran Festa dei matrimoni, si appiattarono entro le loro barche dietro l’isola di Olivolo. La mattina cogliendo il tempo, che i veneziani stavano  affollati in chiesa per la cerimonia, ecco che a guisa di lampo attraversano il canale, balzano a terra colla sciabola alla mano, entrano in chiesa per tutte le porte ad un tratto, rapiscono le spose ai piedi dell’ altare, s’impadroniscono delle Arcelle, corrono alle  barche, vi si gettano dentro colla preda, e fuggono a tutte vele. Che far potevano i pacifici abitanti delle isole, che non altre armi avevano allora a difesa, che festoni di alloro, e ghirlande di fiori?

Il Doge Pietro Candian III presente all’infame oltraggio, compreso d’altissima indignazione, si lancia il primo fuori della chiesa, e seguito dai giovani sposi, e da tutti gli astanti, scorre con essi le strade della città chiama tutti i cittadini alla vendetta, in tutti  ne accende smaniosa brama, e tosto un gran numero di barche si appronta, e si riempie di gioventù risoluta col Doge stesso alla testa. Per difensori di una sì giusta causa il cielo e l’amore si dichiarano favorevoli: il vento gonfia le loro vele: raggiungono i rapitori verso Caorle, e li scorgono sulle rive del piccolo porto tutti allaccendati in disputarsi, e dividersi le femmine e il bottino. I veneziani non  tardano in punto; gli attaccano con furore, li combattono, li conquidono, nessuno si può sottrarre. Il Doge non abbastanza satollo della vendetta, comandò che i cadaveri fossero tutti gettati in mare, affinché rimanessero insepolti, e venisse tolto  ai parenti, e agli amici il mezzo di prestare ad essi alcuna maniera d’onore. Onde poi perpetuare la memoria di un tale avvenimento, egli impose a quel piccolo porto il nome di Porto delle Donzelle, nome che ancora sussiste. In seguito i Veneziani si pongono di nuovo alla vela; si riconducono in trionfo le racconsolate fanciulle; nessuno ha perduto la sua sposa; tutte ritornano intatte fra le braccia materne.  La gioia inebbria tutti i cuori; ognuno si sente felice, e giubila dell’esito di un’impresa, che accresce gloria alla nazione. Ricominciasi la sacra funzione: gli inni della riconoscenza si frammischiano ai canti nuziali, e le giovani spose gustano ancor più la felicità e l’orgoglio di appartenere ad uomini, che avevano saputo sì ben difendere il loro cuore, e meritare viemaggiormente l’affetto loro.

La nazione di unanime consenso volle, che la memoranda impresa si celebrasse ogni anno alla stessa epoca. E perché il corpo dei Casselleri (specie di falegnami) che per la maggior parte erano della parrocchia di Santa Maria Formosa, avea somministrato un  numero maggiore di barche, e colla sua prontezza e col suo zelo aveva avuto parte maggiore nella vittoria, il Governo gli lasciò la libertà di chiedere quella mercede, che stata gli fosse più cara. Quanto mai la loro domanda non ci deve sorprendere oggi? Essi non supplicarono se non la visita del Doge alla loro parrocchia nel giorno dell’annua Festa, che si era decretata. Lo stesso Doge, benché vi vesse in un tempo assai dal nostro diverso, ne rimase meravigliato, e per porgere ad essi occasione di chiedere qualche cosa di più, mise in campo alcune difficoltà intorno a questa visita, dicendo allora col candore di quei tempi. “E se fosse per piovere?”. Noi vi daremo dei cappelli onde coprirvi. “E se avessimo sete ?”. Noi vi daremo da bere. Non vi ebbe più luogo a repliche, e bisognò accordare una sì discreta domanda. Il patto fu da ambe le parti mantenuto, e sino agli estremi della Repubblica, il Doge colla Signoria nel giorno della Purificazione della Vergine si recava alla chiesa di Santa Maria Formosa, ed il Parroco nell’incontrarlo gli presentava  in nome dei  parrocchiani alcuni cappelli di paglia dorati, dei fiaschi di malvagla, e degli aranci. Oh l’avventurosa e mirabile semplicità!

Per ciò poi che riguarda la Festa, si cominciò dal sostituire al nome di Festa dei Matrimoni, quello di Festa delle Marie. È ignoto se posteriormente si continuasse la celebrazione dei matrimoni nello stesso modo di prima; certo è bensì, che sino agli ultimi tempi della Repubblica i matrimoni delle famiglie patrizie si celebravano cosi pomposamente, e con tanta affluenza di popolo, che ogni giorno  di nozze potevasi computare un giorno di festività nazionale. E pur anco ignoto d’onde avesse origine il nome di Maria dato a questa Festa; non essendovi scrittore che ne parli. Potrebbesi credere, che ciò fosse, perché il più delle rapite vergini avevano nome  Maria; nome tra noi molto comune oggi, e ancor più comune anticamente. Forse anche ciò nacque dall’essere seguita la vittoria dei triestini; il racquisto delle spose nel giorno della Purificazione di Maria, ovvero perché la Festa finiva con la visita a Santa Maria Formosa, unica chiesa allora consacrata alla Vergine. Ma comunque ella si fosse, tale Festa da principio non fu che mera divozione e gratitudine di questi buoni isolani, e quindi la sua fama non oltrepassò gli angusti confini, entro cui celebravasi. Ma in seguito tanto divenne famosa per la sua magnificenza, che gli stranieri accorrevano da ogni parte a Venezia, per vederla. Essa non fu più la Festa  di un solo giorno; diventò invece una Festa animata dal trasporto di un piacere, che durava otto giorni, e per cui meritò di venire descritta da parecchi scrittori, i quali servendosi della lingua del Lazio, preferirono di darle il nome di Ludi Mariani, a somiglianza dei Ludi Megalesi, Cereali, Floreali ed altri. In questi otto giorni adunque dodici leggiadre zitelle venivano condotte con pompa per tutta la città. La scelta veniva fatta da tutti i cittadini nel modo seguente. La città di Venezia, che in sei parti, detti sestieri, è divisa, raccoglieva in ciascuna delle sei principali parrocchie li propri abitanti, i quali per via di suffragi eleggevano le due figlie più belle e più saggie, che si trovassero nel sestiere.

Al Doge spettava il confermare la scelta; alle parrocchie il somministrare quanto faceva mestieri per adornare le Marie; alla nazione il pagare la spesa necessaria per la celebrazion delle Feste. Ogni giorno vi era un nuovo spettacolo. Il primo giorno le Marie vestite  col maggiore sfarzo accompagnate da un numeroso seguito, salivano su certe barche scoperte, e con eleganza adobbate, ed erano condotte dinanzi al Doge, il quale accoglievale nel modo, che più si addiceva alla sua dignità. Tutti andavano alla chiesa Patriarcale  a ringraziare l’Altissimo dell’ottenuta vittoria, e della ricuperazione delle spose; e le dodici Marie accrescevano l’augusto corteggio del Principe. Ritornate a San Marco, il Doge congedava in bella forma le Marie; indi volto al l’immenso popolo, gli dava la sua benedizione. Oh quanto questa benedizione era commovente! Oh quanto essa riusciva cara ai Veneziani, che la ricevevano non come sudditi trepidanti, ma come figli, amici, fratelli! Qual Sovrano si arrischiò giammai d’impartirne una simile? qual altro popolo fu mai degno di riceverla? In questa cerimonia in cui tutto era animato dalla tenerezza, dalla concordia, dalla felicità, la benedizione del Capo dello Stato era quella di un padre, che non avendo nulla ommesso per la prosperità di quelli, che a lui sono affidati, e che egli predilige, finisce implorando sovra di essi tutti i benefici del cielo.

Qual confidenza reciproca! Quale amore inspirare non doveva un atto sì tenero? Di fatti tutti si ritiravano poscia allegri e pieni del vivo trasporto; e già sentivano che i loro legami col Governo si stringevano ognora più. Le Marie rimbarcatesi come prima percorrevano il Gran Canale, e da per tutto dove passavano spiegavasi un ricco apparato di tappezzerie di ogni maniera, e di frequenti orchestre con  mille strumenti. Toccava a qualcuna delle famiglie più nobili e più doviziose il ricevere in casa le Marie, e il loro seguito; il che facevasi con tale profusione e splendidezza di doni, che alle volte la famiglia ospitale pativano notabilmente. Quindi furono necessarie alcune leggi, che ne moderassero le spese. Egli è per questo che cambiò anche il numero delle Marie, e nell’anno 1272 un decreto del Governo le ridusse a quattro, indi a tre sole.

Negli altri sette giorni tutto era gioia e piacere, e non passava giorno, che non vi fossero gozzoviglie, danze, mascherate, commedie, regate e mille trastulli. L’amore stesso coglieva l’occasione di estendere ed esercitare il suo impero. In quei giorni le femmine riscattavansi dal selvaggio, in cui le teneva il pudore e il severo costume di quei tempi. Le Marie stesse non dissimulavano la loro compiacenza e vanità, allorchè giungevano ad attirare sopra di se medesime il virile sguardo, togliendolo alle sacre immagini, che si recava in processione l’ultimo giorno, nel andare a Santa Maria Formosa. Insomma una Festa, che dapprima era stata quella della virtù e dell’innocenza, divenne poscia per ogni classe di persone Festa di apparecchiata malizia.

Essendosi per tal modo introdotto il disordine morale, ed oscurata la bella semplicità dei primitivi secoli, il Governo credette opportuno di sostituire alle zitelle, che accompagnavano la processione, alcune figure di legno rappresentanti le vergini rapite. Una mutazione sì nuova e singolare, è ben naturale che dispiacesse al popolo, il quale si abbandonò ad ogni sorta di eccesso, per far conoscere tutto il suo disprezzo verso quei fantocci di legno. Egli li seguiva con fischi, con urli, che interrompevano la sacra funzione, e col lanciare loro addosso una pioggia di navoni (tuberi usati come foraggio per gli animali), il che diede motivo nel 1349 ad un decreto del Maggior Consiglio a favore delle statue di legno: decreto che ci porge una distinta idea del carattere e dei costumi di allora. In esso viene proibito il lanciare, durante la Festa delle Marie, navoni, rape e cose simili sotto pena di soldi cento di amenda, somma a quei giorni importante. Per questa legge ebbero fine i popolari trasporti ma non svanì il disprezzo conceputo per quelle nuove figure. E percioché  non evvi mai cosa che valga a distruggere un sentimento interessante, la plebe si vendicò del freno impostole dal decreto contro i navoni, col sostituire ad essi un proverbio, che anche in presente dura, chiamando Maria di legno qualunque femmina, che sia  magra fredda ed insulsa.

Le luttuose vicende della guerra di Chioggia 1379 furono cagione, che si sospendessero i Ludi Mariani i quali non vennero più ristabiliti, sia perché delle immense somme che costavano si fece un uso migliore per lo Stato; sia forse anco per lo sconcerto morale  che andava crescendo ognora più. Di tutte le cerimonie della funzione non restò negli ultimi tempi della Repubblica, che l’ annua visita del Doge a Santa Maria Formosa.

Se il racconto per me fatto del rapimento delle spose Venete non avesse soddisfatto appieno alla curiosità dei miei lettori, possono essi ricorrere a parecchi scrittori, che trattarono lo stesso soggetto in prosa ed in verso. Ma non giungeranno essi a gustare  vero piacere, se non leggendo un grazioso poema in sei canti composto da tre illustri amici Carlo Gozzi, Daniele Farsetti e Sebastiano Grotta. Ciascun di essi prese sopra di se il lavoro di due canti, e al Gozzi fu lasciata inoltre la cura di comporre gli argomenti. Nelle opere di stampa di questo ultimo i suoi due canti si trovano; ma i quattro altri dei due bravi patrizi non si divulgarono. Cagione di tal  mancanza fu la modestia del Crotta, che vi si oppose. L’amicizia rifugge di accusare un uomo ripieno di fino spirito, dottrina, e dettato di quei doni, che lo rendono caro alle anime oneste: tuttavia non può frenarsi di fare altamente suonare i suoi lagni per una privazione sì amara. E questo il caso, in cui la modestia si trasforma in difetto. Perchè avviene mai, che coloro a cui meno si può perdonare di averla, sieno appunto quelli, che la portano ad un eccesso sì pregiudicevole ai nostri piaceri? Buon per noi, che il poema tutto intero venne con gran diligenza ricopiato per mano del Farsetti stesso, e si può vedere nella pubblica Biblioteca di San Marco, sotto la custodia del celebre Bibliotecario Morelli, il quale col suo sapere ne forma il principale ornamento.(1)

(1) GIUSTINA RENIER MICHIEL. Origine delle Feste veneziane. (MILANO 1829. Presso gli editori degli annali universali delle scienze e dell’industria.)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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