Chiesa e Monastero di Sant’Andrea Apostolo

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Chiesa di Sant'Andrea Apostolo - Santa Croce

Chiesa di Sant’Andrea Apostolo. Monastero di Monache Agostiniane. Monastero demolito

Storia della chiesa e del monastero

Con unanime sentimento di fervorosa carità accordatesi insieme quattro nobili matrone veneziane, Francesca Corraro, Elisabetta Gradenigo, Elisabetta Soranzo, e Maddalena Malipiero, determinarono d’erigere nell’estrema parte della città, chiamata dall’angolo, che ella forma, Cao de Zirada, un ospitale, nel quale potessero servire a Dio, esercitandosi nell’esemplare ministero di servire ad alcune povere donne ivi per scelta loro raccolte, ed a loro spese mantenute. A tal oggetto ottennero nel giorno 18 di dicembre dell’anno 1329 dal capitolo della Parrocchiale Chiesa di Santa Croce di Luprio la facoltà di fabbricare un oratorio, ed una casa di ricovero per povere donne sotto l’invocazione del Santo Apostolo Andrea, compensando ogni danno che perciò risentire potesse la stessa Chiesa Parrocchiale coll’esborso pronto di certa stabilita somma di soldo. Come però nella licenza accordata di consenso del vescovo di Castello Angelo Delfino, veniva permessa l’erezione di un oratorio, e di un ospitale, oppure di una chiesa, e di un monastero, così essendo stabilito per legge canonica, non potersi innalzare chiesa, o monastero senza la conveniente dote, promisero nello stesso giorno le devote matrone di non intraprenderne la fabbrica, se prima non fosse stabilita, e assegnata una perpetua annuale rendita per il sicuro mantenimento, dopo di ché il sopra lodato Vescovo stese in data dello stesso giorno ampio decreto, in cui premessa la licenza dell’erezione permise anco l’avere un sacerdote, dal quale fossero tanto alle fondatrici, quanto alle altre abitatrici dell’Ospitale amministrati gli ecclesiastici sacramenti. Che se mai (aggiunse nel suo decreto il prelato) ivi istituire si volesse un monastero, dovrebbero allora le abitatrici del luogo scegliersi un abito, e professare l’istituto di qualche religione approvata dalla Chiesa, e restare interamente soggette ai Vescovi Castellani.

Con fausti principi restarono in qualche parte amareggiate da gravi contraddizioni, che opposero al proseguimento dell’opera le contigue monache di Santa Chiara, le quali professando pregiudiziale ai privilegi del loro ordine la vicinanza di altro nuovo monastero, o di altro sacro luogo, esposero al vescovo le loro doglianze ponendo in aspetto meno buono e la qualità de luogo, e l’intenzione delle fondatrici. Esaminò il savio prelato con rigorosa diligenza le proposte querele, e ritrovando non men giuste che lodevoli le idee e l’opera delle pie matrone confermò con assoluta sentenza le licenze prima concesse. Appellarono dal giudizio del vescovo ad autorità superiore le religiose di Santa Chiara; ma conosciuto poi il loro torto devennero nel giorno 27 di giugno dell’anno 1331 ad una amichevole composizione confermata poi dal vescovo nel giorno 5 del susseguente luglio, e fu lasciata alle fondatrici di Sant’Andrea intera la libertà di proseguire i loro lavori, ad aiuto dei quali concesse il vescovo sopra lodato nel giorno 21 di novembre dell’anno stesso ecclesiastiche indulgenze a chiunque ne promovesse con le pie elemosine l’avanzamento. Si destinò pure circa lo stesso tempo per la miglior direzione del luogo una Congregazione di dodici nobili, di cui però breve riuscì la durata.

Vissero dunque nei pii esercizi di carità senza soggettarsi a leggi di nessuno istituto le pie matrone fino all’anno 1346, in cui già essendo passate alla mercede dei misericordiosi Francesca Corraro, ed Elisabetta Gradenigo, le due superstiti Elisabetta Soranzo, e Maddalena Malipiero unitamente all’altre sette, che, loro si erano donate per compagne nel caritatevole impiego, determinarono di stabilire nel pio luogo l’osservanza di qualche regolare istituto, che lo formasse vero monastero, affinché in esso potessero vivere con più stretto legame dedicate a Dio. Per conseguire più pronto e stabile l’adempimento dei loro desideri, credettero opportuno il rassegnare in dipendenza dalla pubblica autorità il nuovo monastero, ed implorarono a tal effetto la protezione del Doge Andrea Dandolo Principe non meno religioso che dotto. Per di lui maneggio la suprema podestà del Maggior Consiglio nel giorno 17 di agosto dell’anno 1346, ricevette in pubblica protezione il monastero di Sant’Andrea di Girada dell’ordine di Sant’Agostino, cosicché il Doge ed i suoi successori fossero, ed essere dovessero aver in esso lo stesso juspatronato, come lo possiedono nel Monastero di Santa Maria delle Vergini. Avendo dunque le due fondatrici insieme con le altre donne abitatrici del luogo rassegnato con ampia donazione in potere del Doge, e dei di lui successori il luogo stesso con tutti gli averi ad esso appartenenti, fu dal sopra lodato doge Dandolo con particolare diploma nel giorno 25 dello stesso mese dichiarato juspatronato di pubblica ragione, e permessa l’istituzione in esso di un monastero sotto alcuna delle regole canonicamente approvate.

A tale facoltà concessa da podestà laica vi unì l’ecclesiastica permissione con l’autorità sua ordinaria Niccolò Morosini di questo nome primo vescovo di Castello, il quale nel giorno 3 di settembre del 1346, ricevuto il consenso dei suoi canonici con ampio decreto non solo concedette, che potesse nell’ospitale stesso erigersi un monastero, in cui vestite di color grigio dovessero le monache professare la Regola di Sant’Agostino, ma anche esentò il nuovo monastero, e le religiose abitatrici da qualunque giurisdizione del Vescovado Castellano, salvo che in grata ricognizione della grazia ricevuta dovessero ogni anno l’abbadessa, e le monache come stabilito censo circa la festa dell’apostolo titolare Sant’Andrea presentare al vescovo di Castello una libbra di scelto incenso.

Stabilito in tal guisa il nuovo monastero, divennero poi le monache all’elezione della priora, e quella dissero di unanime parere volere riconoscere per superiora, che tale fosse dichiarata da Elisabetta Soranzo unica superstite delle quattro fondatrici del luogo. Scelse ella dunque nell’anno 1347, in prima priora Giacomina Paradiso, donna di conosciuta virtù, e che prima di ogni altra dopo le fondatrici si era dedicata a Dio nel servigio dell’ospitale. Breve fu il governo di questa superiora passata al cielo nel primo anno di sua dignità; onde nell’anno susseguente 1348, essendo nel monastero rimaste due sole (rapite forse le altre dal morbo contagioso che in quei tempi desolava la città) determinarono che il cappellano di nome Nicolò né destinasse una per superiora. Erano queste Elisabetta Soranzo, e Cristina Renoldo; onde il savio sacerdote credette bene di scegliere la prima come rispettabile per il titolo, che aveva di fondatrice, e Dio talmente benedisse la di lei direzione, che vide ben presto riempito il suo chiostro di un numeroso coro di vergini. Venti anni diresse ella il monastero, e nell’anno 1368, per la di lei morte fu sostituita priora Tommasina Morosini, la di cui elezione fu con ducale diploma nel giorno 5 di agosto dell’anno stesso approvata dal doge Andrea Contarini. Governava ella con lode di pietà esemplare il suo monastero, allorché avendo Angelo Corraro allora vescovo di Castello, stabilite alcune costituzioni nel giorno 11 di marzo dell’anno 1383, per regola e riforma delle monache della sua diocesi, dichiarò con nuovo decreto essere escluse le monache di Sant’Andrea di Zirada all’obbligo di osservarle, comecchè esse vivevano in perpetua clausura e perfetta osservanza, ne conveniva fare novità alcuna con quelle, che a sé stesse servivano di legge, e di regola. Quale stima avesse concepito il sopra lodato vescovo Angelo Corraro delle Monache di Sant’Andrea, lo dimostrò allorché esaltato all’apice del sommo apostolato col nome di Greorio XII, segnò a loro favore replicati diplomi, in virtù dei quali fu ricevuto il monastero sotto l’immediata protezione della sede apostolica, la priora fu confermata nel possesso di poter imporre il velo nero alle professe, e le monache ottennero di potere dal proprio confessore essere assolte anche nei casi riservati. Beneficiate dunque con tanti privilegi le monache da questo pontefice talmente si resero costanti nella di lui ubbidienza, che quantunque il Senato veneziano avesse comandato a tutti li religiosi riconoscere per papa Alessandro V, e poi dopo di esso Giovanni XXII, le donne di Sant’Andrea (come attesta una accreditata cronaca) erano disposte prima a lasciarsi cacciare dalla città, piuttosto che riconoscere per pontefice altri che Gregorio XII. Questa è la cagione perché fra i loro privilegi alcuno non vi è segnato né da Alessandro V né da Giovanni XXII, bensì Martino V eletto pontefice dopo la morte di Gregorio XII, non solo confermò le prerogative dal suo precessore concesse al Monastero di Sant’Andrea, ma con ampio rescritto di plenarie indulgenze (favore in quei secoli assai singolare) volle rendere consolata la pietà di quelle ottime religiose. Con nuove grazie così a decoro che a sussidio conferite decorarono poi questo monastero i susseguenti pontefici Eugenio IV, Callisto III, e Sisto IV dei quali quest’ultimo comprese in un diploma solo le indulgenze dei due benefici pontefici Gregorio XII ed Eugenio IV e nel giorno 30 di luglio dell’anno 1476 tutte le confermò.

Tanti atti dell’apostolica beneficenza sono ben chiare prove dell’alta riputazione, a cui era salita l’esemplarità delle religiose, alla quale rendono altresì illustre testimonianza cospicui soggetti nei loro scritti, fra i quali Gregorio Corraro, prima protonotario apostolico, e poi patriarca di Venezia, uomo di eminente dottrina, e di egual pietà, esortando con una sua lettera Cecilia figlia del marchese Francesco di Mantova a perseveranza con costanza nel proposito fatto di conservare a Dio la sua virginità, dopo vivissime ragioni propone anco a di lei conforto l’esempio di questo monastero, e racconta nello stesso tempo un prodigio avvenuto a Francesca Corraro la principale fra le fondatrici.

Ob potessi io (così scrive il buon Prelato) quasi fuggiasca dall’Egitto condurti per le nostre laguna, come per il mar rosso al monastero di Sant’Andrea istituito già circa ottant’anni, e che è riputato il più religioso della nostra città. Buon Gesù, quali piante, quali terreni di Paradiso vi vedresti, qual consolazione dello Spirito Santo, quanto frequenti ratti, quante lacrime, quali allegrezze.

Posso io ora rammemorare Francesca della mia famiglia, acciò dalla Santità d’una conoscer possi la virtù dell’altro. Questa fu la prima fra le serve di Cristo, le quali nel luogo, ove è ora il monastero, prima che professassero vita regolare dedicarono se stesse, ed ogni loro avere al servigio di povere donne, né di ciò contente andavano al loro mantenimento cercando elemosine per la città.

Francesca dunque ritornando un giorno da così caritatevole impiego si fermò dirimpetto all’ospitale cercando barca, che la tragittasse oltre il canale; ma non ne ritrovando veruna, ed inoltrandosi l’ora verso la notte, trattosi dalle spalle il manto, e disteso sull’acque, armata del segno della Croce, e piena di fiducia in Dio vi avesse sopra, e sicura trasferissi all’altra riva.

Con eguali sentimenti di lode illustrarono questo monastero in alcune loro lettere Paolo Maffei Veronese, canonico regolare lateranense, uomo di dottrina, e di zelo apostolico, e Girolamo Porzia il vecchio, sacerdote egualmente nobile che pio, e direttore spirituale del monastero, il quale avendo fatto uscire alle stampe il famoso libro del Combattimento Spirituale lo volle dedicare all’Abbadessa e suore del Monastero di Sant’Andrea, nelle quali aveva conosciuto un’ardente voglia di camminare a lunghi passi sempre più innanzi nell’amor del Crocifisso.

L’antico istituto di servire, ed alimentare povere donne continuò per molto tempo anche dopo istituito il monastero, finché per la solita instabilità delle cose umane, la pia opera nell’anno 1684 fu mutata con permissione del Patriarca nell’obbligo di dover ricevere fra il numero delle suore converse dodici povere figlie senza esborso di dote.

Nella chiesa fabbricata già (come si legge in alcune cronichette) a spese della famiglia Boncia, si conservano rinchiuse in ricche custodie molte insigni Reliquie, cioè una notabile parte del corpo di Santa Maria Cleofe; un osso di un braccio del santo apostolo titolare; alcune ossa dei Santi Fanciulli Innocenti uccisi in Betlemme, un osso di San Bartolomeo apostolo; due teste appartenenti alla compagnia di Sant’Orsola; ed il corpo di San Saturnino martire tratto dalle catacombe sacre di Roma.

Essendo poi essa chiesa assai pregiudicata dal tempo, e ricercando una restaurazione ben dispendiosa, il Senato riflettendo, che quel monastero era antico juspatronato della città di Venezia, e che le monache erano aggravate da debiti per le fabbriche stesse, ordinò con suo decreto nel giorno 11 di agosto dell’anno 1475 che dal pubblico erario sborsati fossero ducati mille a sovvenzione della nuova rifabbrica, compita la quale fu la chiesa stessa unitamente coi cinque altari in essa disposti consacrata da Giulio Brachetta veneziano, arcivescovo di Corinto. (1)

Visita della chiesa (1815)

Questa chiesa, ad una sola, nave, fu ridotta allo stato, in che presentemente si vede, nel corso dell’andato secolo XVII.

Nel primo altare vi è una statua in marmo di San Nicolò, e nell’altro una ne sorge di Nostra Donna; e fra i due altari vi sta un ornato deposito in marmo col busto al naturale e la epigrafe seguente: Corneliae Corneliae senatorii ordinis splendore morum integritate consilio atque indole spectatissimae Bernardus Nave dulcissimae conjugis jactura exanimis hoc nunquam interiturae fidei monumento parentavit anno MDCLXXXIII.

Passato il secondo altare, si trova l’organo ricchissimo d’intagli ad oro e di pitture. Di sotto alla cantoria vi è opera d’incerto e poco pregevole pennello nel maggior comparto di mezzo il Padre Eterno in gloria, e nei comparti laterali vi sono due angeli in atto di sonare il violino. Intorno alla cantoria vi sono cinque comparti che offrono lo sposalizio di Maria Vergine in uno degli angoli, quindi la circoncisione di Nostro Signore a sinistra, nel mezzo la Nascita di Nostro Signore, al destro lato un fatto di l’altro angolo Sant’Agostino, a cui compare un angelo. Queste opere sembrano fatture di Domenico Tintoretto, che nei portelli vi espresse Nostro Signore che chiama Andrea.

Nella tavola dell’altare a lato della maggiore cappella nel San Girolamo nella capanna si osserverà uno dei nudi più belli, che mai facesse Paolo Veronese. Nella sagrestia se ne conserva il modello.

Salendo alla cappella maggiore, si vedrà la pietra sepolcrale, sotto cui fu collocato Flaminio Corner, il senatore così benemerito soprattutto della Storia delle chiese di Venezia.

Le pareti laterali di questa cappella restano coperte da due gran quadri di Domenico Tintoretto. In uno egli espresse la cena di Nostro Signore, e nell’altro la crocifissione.

Ricchissima vi è la mole dell’altare, dov’è rappresentato in marmo sopra la mensa il monte Tabor, e sotto la pradella il Salvatore nel monumento. Al di dietro vi è un basso-rilievo con il mistero dell’Annunziazione. Che questa fosse la estrema fattura di Giusto de Curt, lo sappiamo dalla seguente iscrizione che vi sta scolpita: Omnipotenti aeterno digne merita Cornelia pluries abatissa Justi de Curte Batavi sculptoris et architecti valde praeclari opus ultimimi MDCLXXIX.

Nell’altare all’altra parte Paris Bordone espresse nella tavola il vescovo Sannt’Agostino, la cui testa è sì bella, qual se fosse di Giorgione e di Tiziano. Son pure graziosi i due angioletti che gli stanno ai lati. Ai piedi dell’altare si legge la epigrafe seguente : Bernardino Rocchae nobili Piacentino spectatae doctrinae et relig. viro qui cum LXVI annos vixisset agendo et scribendo clarus sacris tandem initiatus S. Andreae monasterii Venctiis confessor summo cum omuium moerore decessit filii pientiss posuere. Vixit annos LXX. id. apr. MDLXXXVII.

Anche i due altari seguenti, invece di pala, hanno due figure in bel marmo, cioè quella di San Sebastiano, e quella del Crocifisso.

Fra le finestre del coro che avevano le monache, è appeso un quadro di Domenico Tintoretto. Rappresenta Cristo morto con San Carlo Borromeo ed alcuni angeli. (2)

Eventi più recenti

Il monastero fu in seguito soppresso e in gran parte demolito, mentre la chiesa, divenuta sussidiaria di parrocchiale, è consacrata ma non aperta al culto.

Nel primo Novecento le furono addossati gli edifici di piazzale Roma, deturpandone ulteriormente il contesto, del tutto stravolto; dal 2009 inoltre le passa accanto, su infrastruttura sopraelevata, la monorotaia del Peole Mover. (3)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) GIANNANTONIO MOSCHINI. Guida per la città di Venezia all’amico delle belle arti. (Tipografia Alvisopoli. Venezia 1815)

(3) https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_Sant%27Andrea_della_Zirada

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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