L’arte dei Cuoridoro
Nel Cinquecento l’arte dei “cuoridoro“, o cuoi dorati, era nel suo fiore e la città contava settantadue botteghe quasi tutte nel sestiere di San Marco.
Si usavano i “cuoridoro” per coprire le pareti delle stanze e come tappezzerie dei mobili; i disegni erano impressi sul cuoio con foglie d’oro, ma venivano anche dipinti a mano ed erano splendidi per l’armonia dei colori, fra i quali predominava sempre l’oro, e per l’abilità degli artisti.
Queste tappezzerie, che avevano dell’austero e del magnifico, erano ricercatissime nei paesi del Levante e questo traffico di esportazione dava ogni anno un guadagno netto di più che centomila ducati d’oro. I fabbricanti appartenevano all’arte dei pittori e con loro avevano in comune la scuola a Santa Sofia, presso la chiesa, ma di proprio facevano pompa di un sontuoso gonfalone di cuoio finissimo ai pari di seta e dai ricchi arabeschi d’oro, superba cornice ad un leone di San Marco abagliante nella sua aurea magnificenza.
Nel 1700 anche quest’arte era decaduta, anzi quasi scomparsa, poichè si era ridotta a solo quattro botteghe di cui le due principali erano quella di Antonio Rossi a San Fantino e quella di Bortolo Catena a San Giuliano. Giungeva in quei giorni dalla nostra ambasciata di Spagna una lettera che chiedeva mille pelli dorate e ne dava le dimensioni: Alvise Toderini, uno dei tre Consoli dei Mercanti, chaimò il Rossi e il Catena e dopo aver letta la lettera e discusso sul lavoro, ne ordinava la fabbricazione. Le pelli lavorate con eccellenza d’arte furono ben pagate e fu questa l’ultima ordinazione di “cuoridoro” che ebbero gli artisti veneziani. (1)
(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 19 ottobre 1924.
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