Pozzo di Campiello de la Chiesa

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Pozzo di Campiello de la Chiesa - Castello

Pozzo di Campiello de la Chiesa

Vera: in pietra d’Istria di forma cilindrica, la cornice rotonda con quattro archi, in ciascuno dei lati è scolpito, a bassorilievo, uno scudo. Lungo la cornice è incisa la scritta: “L CHA S.ZVANE DAN”. Base: rotonda. Copertura: calotta metallica convessa.

Campiello de la Chiesa. Convento dei Minori osservanti della regola di San Francesco. Questo convento appartenne fino all’anno 1810 alle suore Terziarie istituite sotto il dogado di Pasqual Malipiero (1457 – 1462) da Maria Benedetta sorella del principe Amadeo di Carignano e da Angela Canal patrizia veneta, terziarie di San Francesco in Milano. Dal 1810 al 1837 servì d’abitazione a particolari; poi venne acquistata dai Reverendi Padri Minori osservanti dell’ordine di San Francesco, i quali, essendo stati ristabiliti, non riebbero però il loro antico convento. Essi dovettero contentarsi di questo edificio, che a dir vero è un po’ troppo meschino anche per chi professa la povertà, e un po’ troppo angusto. Tra loro, come sempre, alberga distinta pietà, soda dottrina e ospitalità soave. La loro biblioteca possedeva non molti ma eletti libri, e edizioni rarissime. Hanno dell’Ienson la Bibbia Volgare, prezioso testo di lingua, raro oltremodo. Scuola di San Pasquale Baylon. Questa scuola occupava anticamente la parte superiore dell’edificio; e l’altra delle Sacre Stimate l’inferiore. Ora nella parte superiore è la biblioteca dei Minori osservanti; e nella inferiore la scuola di San Pasquale. La fabbrica fu eretta nel secolo XVII. (1)

Chiesa di San Francesco della Vigna. Nel secolo decimoterzo si fabbricò in questo sito una chiesa sopra modello di Marino da Pisa, la quale stette fino al principiare del secolo decimosesto. Nel qual tempo minacciando essa di rovinare, si divisò l’erezione di una nuova; e se ne commise il disegno a Jacopo Sansovino: fu posta la prima pietra della nuova chiesa il giorno 15 di agosto dell’anno 1534. Ma essendo sorte alcune differenze tra i procuratori interni ed esterni del convento intorno le proporzioni che si dovevano osservare nella chiesa, fu sospeso per qualche tempo il lavoro, e si rimise il giudizio della questione al dotto frate Giorgi Francesco. Scrisse il buon padre un Parere intorno alla fabbrica della nuova chiesa (che è riportato dal Moschini nella sua Guida): al qual parere il Sansovino si obbligo di attenersi, come fece in gran parte. Quanto alla facciata, perché non piaceva quella immaginata dal Sansovino al patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, che la pagava, ne fu commesso un nuovo disegno ad Andrea Palladio (1562).

Le inscrizioni che si leggono negli intercolunni delle due pale pare accennino a quelle contese: sta scritto nell’una: Non sine jugi interiori; nell’altra: Exteriorique bello. Di Tiziano Aspetti sono le due statue di bronzo, raffiguranti l’una San Mosè e l’altra San Paolo. Scrive il Selva: “Vi fu chi con sfacciata libertà filosofica osò criticare questo prospetto, e principalmente il pezzo di mezzo, vi rimarcava difetti non scusabili in un turco architetto; ma è nostra opinione che, se un valente artista si accingesse a decorare il detto spazio in modo diverso, riconoscerebbe la difficoltà dell’impresa, e dopo reiterate prove aumenterebbe la di lui ben dovuta stima pel nostro Palladio. E posto ancora che essere vi potesse qualche ragionevole desiderio di piccole modificazioni nelle parti di questa facciata, la sua maestosa grandezza, l’armonico e semplice riparto, la ricorrenza delle linee, e la bellezza delle sue non comuni modinature, la qualificheranno mai sempre per una dei più ammirabili prospetti che siano stati eretti in adornamento di sacri templi” (Fabbriche di Venezia).

Fu consacrata questa chiesa il giorno 2 agosto 1582 da Giovanni Soperchio Vescovo di Caorle. Le due statue di bronzo che sono sulle pile dell’acqua santa, sono opera di Alessandro Vittoria: l’una raffigura San Francesco d’Assisi, l’altra San Giambattista. L’altare della prima cappella, a destra, ha una bella tavola di Giuseppe Porta, detto il Salviati, con i Santi Giambattista, Jacopo, Girolamo e Caterina. Questa cappella fu fatta edificare da Scipione Bonvisio. Nella seconda cappella detta dello Stellario, è un quadro rappresentante la Visitazione di Maria Vergine, opera pregiata di Pier Maria Penacchi. Nell’altare della cappella Contarini, una tavola di Jacopo Palma, con Nostra Donna ed altri santi. Due busti sono in questa cappella nei muri laterali: l’una del doge Francesco Contarinl che morì l’anno 1624, l‘altro di Luigi Contarini doge, che morì nel 1683. Nella quarta cappella, una tavola di Paolo Veronese con la Risurrezione del Redentore. La tavola della quarta cappella è di Battista Franco, sopranominato Semolei, e rappresenta Cristo battezzato e i Santi Francesco, Bernardino e Gregorio papa. Nella cappella a fianco della porta laterale si ammira una tavola del frate Francesco Da Negroponte; opera degna d’un secolo che sentiva la devozione e sapeva inspirarla: il pezzo superiore e d’altra mano e d’ altro stile. Ha sepoltura in questa cappella Marco Antonio Morosini, uomo che si distinse molto nella guerra di Lombardia. Si narra che essendosi incontrato con due ambasciatori fiorentini, e non volendo questi cedergli la via, ne afferrò uno, e si lo spinse che lo gettò nel fango, e gli disse: Impara un po’ a cedere a chi ti è maggiore. La lezione fu un po’ turca a dir vero, ma forse la insolente boria di quei piccoli signori lo meritava. La cappella maggiore ha due grandi depositi di marmo, l’uno al doge Andrea Gritti, l’altro a Triadano suo avo. I sedili della parte posteriore del coro sono lavoro pregiato di Gian Marco Canozio. La cappella che sta a sinistra della maggiore, e si dice Giustiniana, è tutta adorna di sculture del secolo XVI. Si vuole che sia in essa seppellito il doge Marcantonio Giustiniani, morto l’anno 1688. Nelle corti estere lo chiamavano il principe del Te Deum, crediamo noi perle molte vittorie da lui ottenute sopra i Turchi, allora terribili all’imperatore Leopoldo, al re di Polonia ed al papa, e in generale a tutta cristianità; in una parola per i molti Te Deum che avrà fatti cantare. Fu al suo tempo che i Turchi furono battuti sotto Vienna, e che il Filicaja, poeta gaudioso e senatore amplissimo, fece quell’amplissimo inno del Fin a quando, e l’altro del pari amplissimo del Su, su musa percuoti (Le corde d’oro elette). La cappella seguente è adorna di sculture del secolo XVI, d’artisti ignoti e di tre epoche diverse. Secondo gl’intelligenti, l’altare apparterrebbe alla prima, i profeti e le storie alla seconda, gli evangelisti ed i piccoli angeli sotto i riquadri alla terza. Sopra il portone che mette nel corridoio e posta un’inscrizione al doge Marcantonio Trevisano che morì l’anno 1554 ed è sepolto nella chiesa. Sopra la inscrizione vedi il capo della grande nazione che riconosce d’essere polvere, e sta nella polvere, e raccomanda al disonore del Golgota la insegna del suo paese valoroso e cristiano. Questo doge un anno dopo che fu assunto al principato, cui la sua umiltà con ogni sforzo aveva rifiutato, indebolito dei digiuni svenne nella sala delle teste. Dice l’epigrafe: Religionis amantissimus, anno circumacio moriens in gremio patrum ante aras, in coelum unde veneram, vitae integer evolavi. Né la sua sovrabbondante pietà fu, come alcuno potrebbe credere, di detrimento alla cosa pubblica: questo Numa cristiano intento a mantenere la pace, tolse per via di negoziazioni le cagioni della guerra, e governo con mansueta giustizia. Nel corridoio la cappella santa ha sull’altare una tavoletta che rappresenta quattro santi, e il ritratto di Jacopo Dolfin che la fece eseguire: è una delle ultime e più belle opere di Giovanni Bellino (a. 1507). Nella sagrestia la pala dipinta ad olio sul muro, con Nostra Donna e i Santi Girolamo e Giambattista, è di Paolo Veronese. Dai più è creduta di Jacobello dal Fiore la gran tavola che divisa in tre comparti rappresenta î Santi Bernardino da Siena, Girolamo e Lodovico. Ma osserva lo Zanetti che San Bernardino fu messo tra santi l’anno 1458, e che Jacobello era fin dal 1415 gastaldo della scuola dei pittori, e che perciò deve averla dipinta in vecchia età, mentre non sembra fattura di uomo assai vecchio. Il Moschini corregge la data del 1458 in 1450, e soggiunge essere sua opinione che la tavola appartenga a frate Antonio da Negroponte. Tornando dalla sagrestia in chiesa si vede sopra il pulpito il Salvatore, dipintura bellissima del Santa Croce; e nell’altare della cappella Giustiniana, che vien dopo, una tavola di Paolo Caliari di meravigliosa bellezza. Nella contigua cappella di casa Dandolo, la pala dell’altare è di Giuseppe Salviati, che vi lavorò anche gli affreschi. La terza cappella è tutta coperta di bei marmi: la statua di San Gherardo Sagredo, quella di Nostra Donna e gli angeli sono di Andrea Cominelli: i due monumenti che sono nelle pareti laterali furono architettati dal Temanza e condotti da Antonio Gai nel 1743. Sono del Vittoria le tre statue dei santi Antonio, Rocco e Sebastiano della quarta cappella. Nella quinta, detta Grimani, Federico Zuccari l’anno 1564 dipinse ad olio sopra sei lastre di marmo l’adorazione dei Magi: guasta dall’umidore la dipintura, la riprodusse in questi ultimi anni il valente artista Michelangelo Gregoletti come ora si vede. La mezzaluna nel comparto a fresco sopra l’altare e i comparti nella volta furono lavorati da Giovanni Battista Franco che fu pittore valente nelle cose piccole più che nelle grandi. Sono di Tiziano Aspetti le due figure di bronzo che sono ai lati di questo altare. (1)

(1) BERNARDO e GAETANO COMBATTI. Nuova planimetria della città di Venezia. (VENEZIA, 1846 Coi tipi di Pietro Naratovich).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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