Famiglia Erizzo

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Rio Terà dei Saloni, 92 (Dorsoduro) - Stemma Erizzo

Famiglia Erizzo

Erizzo. La famiglia Erizzo, per attestazione concorde di tutti i cronicisti, venne dall’Istria, nell’805, a por stanza in Venezia, e fu ascritta al Maggior Consiglio l’anno 1050, nella persona di Pietro, che servito aveva con fedeltà e valore nella guerra per il riacquisto di Zara. Concorse, con altre famiglie, alla erezione delle chiese di Santa Muria Zobenigo e dei Santi Apostoli, e dal suo seno uscirono parecchi magistrati cospicui ed uomini illustri.

Quattro scudi, di poco diversi, porta il Coronelli nel suo Blasone appartenenti a questa casa; ma il più comune è però quello recante, in campo azzurro, una banda d’oro, caricata di un riccio nero, e della lettera E in carattere gotico, nelle quali due figure è simboleggiato il cognome Erizzo.

Il doge Francesco Erizzo nacque il 28 febbraio 1666, da Benedetto q. Giovanni. Sostenuti da prima, per gradi, alcuni uffici della Repubblica, cioè quello di savio agli ordini, di sindaco in Dalmazia, di provveditore a Salò, di savio di Terraferma e di senatore, venne poscia, nel 1607, designato a luogotenente in Udine. Ripatriato, fu eletto fra i censori del Consiglio dei X, e quindi sostenne la carica di savio grande e di provveditore generale della fortezza di Palma, nel quale ufficio essendo ancora nel 1615, passò provveditore in campo nella guerra del Friuli contro gli Austriaci. Ivi, attaccato un corpo di essi a Chiavarotto, riportò compiuta vittoria, dalla quale, in molta parte, dipende l’esito felice di quella campagna. Poco appresso, cioè nel 1617, passava, in qualità di commissario, nel Cremasco e nell’esercito di Lombardia; e allorquando il duca d’Ossuna, viceré di Napoli, imbrandiva le armi ed usava occulto tradimento per debellare la potenza dei Veneziani, l’Erizzo veniva provveditore dell’esercito che doveva rintuzzarlo. Tornava poi in patria ed era, a premio, decorato, il 22 dicembre 1618, del titolo di procurator di San Marco de ultra, in luogo del morto Pietro Barbarigo. Salito, l’anno appresso, Ferdinando II al trono imperiale, l’Erizzo, con Simeone Contarini, era spedito ambasciatore straordinario per salutarlo imperatore a nome della Repubblica; e piacquero tanto i modi gentili e le dolci sue maniere, che venne da quel regnante creato cavaliere. Dopo essere stato riformatore dello studio di Padova, carica sostenuta da lui negli anni 1620 e fu egli, nel 1623, inviato ambasciatore straordinario ad Urbano VIII, allorché quel gerarca assumeva la tiara; e, due anni dopo, essendosi i Veneziani uniti coi Francesi per resistere ai Tedeschi ed agli Spagnoli nella Valtellina, veniva l’Erizzo al campo siccome provveditor generale. Alla qual carica fu riassunto nel 1628 per la guerra di Mantova; e per la terza volta ritornava, due anni oppresso, sotto Mantova stessa, ove essendo, veniva innalzato al supremo onore della patria, come sopra dicemmo. Le di lui virtù furono molte e spiccate: religione, pietà, giustizia, valore, prudenza, carità della patria. Per queste doti fu amato da tutti, da tutti in morte desiderato e compianto, lasciando un nome degno di essere celebrato dalla posterità.

Il monumento nobilissimo, che l’Erizzo stesso, nel 1633, aveva ordinato per sé all’architetto e scultore Matteo Carmero, e che veniva compiuto prima ancora della sua morte, occupa il sinistro lato della chiesa di San Martino, ed orna l’ingresso in modo che la porta sembra parte integrante del monumento medesimo. Due zoccoli, l’un sull’altro, reggono quattro colonne d’ordine corintio, i cui laterali intercolunni accolgono trofei militari e lo scudo gentilizio del duce, e quello di mezzo lascia luogo alla porta indicata. Sta sul ciglio di questa un piedistallo, sul quale, sopra tre gradi, posa il trono e il simulacro dell’Erizzo in atto di accogliere le suppliche dei ricorrenti. Corona il monumento un frontone alquanto depresso, e ciò perché fin là giunge il soppalco del tempio. La ricchezza dei marmi e l’oro in copia profuso fan distinto questo monumento su molti altri, quantunque il gusto dominante del secolo nel quale fu condotto abbia lasciato tracce di suo barbarismo. Sulla base del trono è sculta questa inscrizione :

DEI GLORIAE.
PATRIAE AMORI POSTERITATIS DOCVMENTO
FBANCISCVS ERICIVS VENETIARVM DVX
COELESTI OPE REIP. BENIGNITATE
PRAECIPVIS DIGNITATIBVS TERRA MARI PERFVNCTVS
DECIMVM SVMMO ARMORVM INSIGNITVS IMPERIO
ABSENS AD PRINCIPATVS FASTIGIVM EVECTVS
VIVENS
HOC PERENNE GRATI ANIMI MONVMENTVM
FIERI IVSSIT. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

Dall’alto in basso, da sinistra a destra: Calle Zoccolo, 2505 (Cannaregio) – Calle Magno, 2691A (Castello) – Calle de le Botteghe, 3182 (Dorsoduro) – Calle de le Botteghe, 3186 (Dorsoduro) – Calle Magno, 2691 (Castello) – Rio de la Sensa, 2510 (Cannaregio).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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