Marino Grimani. Doge LXXXIX — Anni 1595-1605

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Sala dello Scrutinio. Pietro Bellotti (attribuzione). Ritratto di Marino Grimani

Marino Grimani. Doge LXXXIX — Anni 1595-1605. (a)

Concorrevano al principato Jacopo Foscarini, Marino Grimani e Leonardo Donato, tutti meritevoli, degnissimi tutti. Prevalse però sugli altri il Grimani per la sua bontà e ingenuità, e per la eccellenza delle sue azioni, sicché veniva eletto il 26 aprile 1595 con molta gioia del popolo, il quale durante lo scrutinio, per le vie e per le piazze lo domandava a principe. Dimostrava del pari allegrezza stragrande, allorquando il 4 maggio 1597, faceva il solenne suo ingresso e si coronava la dogaressa sua moglie, Morosina Morosini, che coniare faceva, con nuovo esempio, una medaglia argentea col suo ritratto, presentandola ai patrizi. Papa Clemente VIII la onorava poi, spedendole in dono la Rosa d’oro.

Continuava a goder pace la Repubblica, né ducando il Grimani fu mai turbata, tranne che dalle piraterie degli Uscocchi e dalle controversie con Roma. A domare i primi si spediva Benedetto Moro, col titolo di provveditore in Dalmazia, e Giovanni Bembo, quello per tenere in quiete i sudditi e punire coloro che favoreggiavano quei pirati, e questo perché li perseguitasse sul mare. Ma fuggiti gli Uscocchi, una notte, dal porto di Rogosvizza, ove li aveva il Bembo assediati, e succeduto al comando Nicolò Donato, egli, strettili in Segna, ottenne che la Repubblica potesse poi venire ad intelligenza con l’arciduca Ferdinando, e quindi che tornasse libero il mare ed il commercio sicuro.

In riguardo al pontefice, con il quale più sempre si aggiungevano motivi di lagno, e per una Bolla che mirava a ristringere il potere dei tribunali ordinari sugli ecclesiastici; e per differenze insorte sui confini; e per la ravvivata contesa intorno alla giurisdizione di Ceneda, a sostenere le ragioni della quale ultima il papa pubblicava un monitorio, annullando l’operato della Repubblica, e minacciando scomunica a chi si appellasse; il Senato, da una parte, fece intender suo diritto, e dall’altra, provvide vigorosamente onde non fosse recato nocumento al suo supremo dominio; sicché il pontefice, cedendo ai buoni uffici dell’ambasciatore Paolo Paruta, del cardinale Agostino Valiero e di Gian Francesco Morosini, quello vescovo di Verona, e questo di Brescia, accolse la proposta, che fossero tenuti in sospeso gli atti dall’una parte e dall’altra, fino a che si potesse decidere, come da principe a principe, il punto della superiorità: decisione poi che non ebbe luogo, se non dopo gravissimi ed acerbi fatti, come vedremo.

In tanto li commovimenti dell’Europa universa, e più la potenza accresciuta in Italia degli Spagnoli, dai quali dipendevano Milano e Napoli, facevano insospettire la Repubblica, non questi volessero tentare cose nuove, massime per le genti che adunava il Fuentes, governatore di Milano. Laonde la Signoria pensò d’armarsi essa pure, levando gente, ordinando munimenti, e fortificando la Dalmazia e le isole, e ciò a cagione della numerosa flotta di Spagna che si aggrava per il golfo, accennando ora a Levante ed ora a Ponente. Essendosi poi quella flotta vòlta all’impresa d’Algeri, s’acquetarono per il momento i timori.

Accadde anche che Lagosta, isola della Dalmazia, volendo sottrarsi al dominio di Ragusa, si offrisse alla Repubblica, ma questa non l’accettò; e quantunque avesse inalberato il vessillo della rivolta, il Senato si prestò ad accomodarla con gli antichi signori. In pari guisa si contenne il Senato stesso, in riguardo agli Albanesi, che volevano scuotere il giogo ottomano.

Tornando infrattanto a rumoreggiare le armi di Spagna contro Carlo Emmanuele di Savoia, i Veneziani furono di nuovo costretti a munirsi, e fatta raccolta di genti nella Lorena, strinsero trattato coi Grigioni, i quali spedirono ambasciatori a Venezia, in memoria di che si coniava una medaglia. Le questioni e molestie che da ciò ne accaddero col Fuentes, vennero rimosse, per la mediazione di Enrico IV di Francia, fedele alleato della Repubblica, a cui mandava in dono la propria armatura; ed essa, a segno di grato animo, lo notava nel libro d’oro.

Ma il pontefice veniva di nuovo a muover querele al Senato per diverse cagioni, ed erano: pretese di esenzione dal dazio per i navigli entrati per la bocca di Goro nel Ferrarese; lagno per il taglio del Po, a Porto Viro, che si operava per salvare dalle inondazioni la provincia del Polesine; lagni per lo allontanamento del vescovo di Lesina, molesto a suoi diocesani e contumace all’autorità politica; rimostranze per la dimora a Venezia dell’ambasciatore inglese, quantunque esercitasse in privato il suo culto; a cui si aggiungeva la vertenza accennata, tuttavia viva, circa il dominio temporale di Ceneda. A tutte queste pretensioni e doglianze rispondeva il Senato, scusandosi, e addicendo ragioni valevoli per acquetar l’animo del pontefice; ma avendo questo emanata una Bolla, che vietava l’alienazione e l’acquisto dei beni ecclesiastici; ed il Senato insistendo che i sudditi veneziani godessero dei loro antichi privilegi, non volle il papa annuire. Occorrendo infrattanto il restauro delle fortificazioni di Brescia, per sospetto delle armi di Spagna, si chiamò a concorrere con imposizioni anche il clero, il quale recalcitrando, sorgevano nuovi motivi di disgusto con la corte romana, aumentati dal decreto 10 gennaio 1603, col quale il Senato rinnovava le leggi antiche, quelle cioè, che non si potessero più fabbricar chiese, cenobi, ospitali ed altri luoghi pii senza licenza del governo, e ciò affine di torre gli abusi che accadevano in tutte le terre del veneto dominio. Sennonché, morto Clemente VIII, e dopo pochi giorni anche il di lui successore Leone XI, e salito al trono Paolo V, uomo tenace nel sostenere l’autorità pontificale e tutti i privilegi della Chiesa, senza alcuna restrizione, accadde quel conflitto cui toccheremo più innanzi. Al quale conflitto dava nuovi motivi il rinnovellamento del trattato conchiuso dalla Repubblica col Turco nel 1603, quando si intendeva che essa si unisse in lega con i principi cristiani per oppugnarlo; la pretesa del papa, che il patriarca allora eletto, Francesco Vendramino, si recasse a Roma per sostenere l’esame; il processo incoato, con il rito del Consiglio, contro il canonico Scipione Saraceni di Vicenza, che aveva insultato l’onore di Nivenzia Trissino, ed aveva commesse altre ribalderie; l’incarceramento ed il processo, non pure instituito, in odio dell’abate Marcantonio Brandolino di Narvesa, imputato di omicidii, di truffe, di stupri, di violenze di ogni maniera. Intorno alle quali cose, sebbene dasse il Senato amplissime dichiarazioni, puntellate sulle antiche concessioni dei papi e sulle pratiche non mai pretermesse, pure, instigato Paolo dai nemici della Repubblica, da cui era circondato, non dava ascolto, ed anzi pubblicava due Brevi in data 10 dicembre 1605, l’uno riguardante i beni ecelesiastici, l’altro i due prigionieri inquisiti, dichiarando nulli gli atti della Repubblica in tali propositi, con minaccia d’interdetto, laddove essa non li abrogasse. Spediti quei due Brevi a Venezia al nunzio Matici, questi li presentava al Collegio il dì di Natale; ma trovandosi il doge agli estremi della vita, furono ricevuti, non aperti, occorrendo a ciò la presenza del principe. Il quale moriva il di appresso 26 dicembre 1605, sicché nulla potea farsi, sino alla elezione del nuovo doge. Nei funerali solenni otteneva il Grimani l’elogio da Enea Piccolomini, e sepoltura nella chiesa di S. Giuseppe di Castello, ove volea che gli fosse eretto sontuoso monumento (b).

Ducando Marino, venne a Venezia Fethi Bey, ambasciatore persiano, per oggetti di commercio, il quale presentò al doge ricchi doni; fatto cotesto che fu espresso da Gabriele Caliari, nella sala delle Quattro Porte, inciso ed illustrato alla Tavola LXVI. Vennero pure a Venezia il duca di Mantova con la moglie ed altri principi, e furono festeggiati.

Si creava poi nel 1604 il magistrato dei Presidenti all’esazione del denaro pubblico; magistrato che, composto di due nobili, a cui quattro anni dopo se ne aggiungeva uu terzo, avea l’incarico di presiedere a tutte le esazioni. Si rifabbricava, nel 1602, il Bucintoro più sontuosamente; e l’anno stesso, la chiesa di S. Jacopo di Rialto si rinnovava nell’antica forma. Notiamo ancora, giusta l’abbracciato sistema, i casi straordinari occorsi di questo tempo; vale a dire, le due inondazioni accadute nel 1599 e 1600, per le quali soffersero gravi danni i cittadini, massime nella seconda, valutati da oltre un milione di ducati d’oro; e il sido acuto del 1601, da cui rimase gelata la laguna pel corso di alquanti giorni.

II ritratto del nostro doge, che anticamente era stato dipinto da Leandro Bassano, giusta il Ridolfi, recava scritto sul breve la leggenda riferita dal Palazzi, cioé:

VIR FRUGI ORISCUM RENOVAVI : PLAUSUS COMMUNIS REGUM ETIAM BARBARORUM GRATULATIO TESTI FUI. PIRATA EXEGI : EXCEPI PRINCIPES. FLORUIT RESPUBLICA, AUREA ROSA MISSA CONIUGI A CLEMENTE VIII, PONTIFICE.

Ma dopo che le pioggie trapelando dal tetto lo ebbero guasto, fu rifatto, forse dal Bellotti, né si tracciò che il solo nome del doge, cosi :

MARINO GRIMANI CREATO MDXCV.

(a) Sortiva i natali Marino Grimani, nel 1532, da Girolamo, illustre senatore, e dal padre ereditava l’animo grande, l’amore alle discipline gentili e la perspicacia nel trattare i patri negozi. Laonde vediamo che nel 1570, cioè nella fresca età d’anni 38, fu Marino destinato podestà di Brescia, e negli anni 1584 e 1593 sostenere l’ufficio di riformatore dello studio di Padova. Poi nel 1588, agli 11 aprile, essendo capitano nella medesima città, fu promosso a procuratore di S. Marco de citra, in luogo del defunto Vincenzo Morosini. Durante la non breve sua vita, morivano parecchi pontefici; ed il Grimani era destinato a gratulare nella promozione al papato Sisto V, Urbano VII, Gregario XIV, Innocenzo IX e Clemente VIII; il quale ultimo, non appena seppe che Marino saliva al trono ducale, volle presentare della Rosa d’oro la dogaressa sua moglie, come dicemmo. L’amor suo e la sua rara intelligenza nelle arti belle gli procurarono l’incarico, nel 1589, di deputato alla fabbrica delle Prigioni, le quali in quell’anno venivano erette dall’architetto Da Ponte; e quattro anni dopo era egli pur eletto deputato alla erezione della fortezza di Palma Nova. Finalmente veniva elevato al supremo onore della patria dopo lo morte di Pasquale Cicogna. Dal testamento di sua figlia Maria, che ebbe tre mariti, cioé Luigi Grimani, Nicolò Molino e Lorenzo Giustiniani, sappiamo che Marino suo padre ebbe in dono da uno dei pontefici, a cui fu spedito ambasciatore, una croce d’oro contenente uno reliquia del SS. Legno, la quale essa Maria legava alla chiesa di S. Giorgio Maggiore, ove fu tumulata (Cicogna, Insc. Ven. Vol. IV, pag. 450). Si vede effigiato il Grimani anche nel dipinto di Giovanni Contarini, collocato nella sala delle Quattro Purte, inciso ed illustrato nella Tavola LXIII.

(b) Il nobilissimo monumento del Grimani e di sua moglie Morosina, Morosini prende gran parte del lato destro e fa porta alla chiesa di S. Giuseppe di Castello. Vincenzo Scamozzi ne fu l’architetto e Girolamo Campagna lo scultore. E’ costituito al basso da quattro colonne spiccate d’ordine composito, e da un attico al di sopra. Negli intercolunni di fianco sono collocati i sarcofaghi colle statue supine del doge e di sua moglie, ed in quello centrale si apre la porta d’ingresso della chiesa. Sotto alle urne, in mezzo a due cariatidi, sono due bassorilievi di bronzo esprimenti, quello dal lato del doge, la sua esaltazione al trono, l’altro, dalla parte della dogaressa, la incoronazione di lei e la presentazione della Rosa d’oro, donatale da Clemente VIII. Nell’attico é, nel centro, un altro bassorilievo figurante la Vergine in trono coronata da alcuni angeli e adorata dai due estinti genuflessi, e nella ricorrenza delle colonne, quattro simulacri esprimenti le virtù cardinali; nel mentre che le tre virtù teologali, Fede, Speranza e Carità sormontano il frontone. Sopra la porta leggesi l’inscrizione seguente. Tutto il monumento é di pietra istriana, meno le colonne e i riquadri, che sono, le prime di cipolino dell’Elba, ed i secondi di rosso di Verona, osservandosi poi alcune parti poste ad oro:

Inscrizione del centro.

D. O. M. MARINO GRIMANO PRINCIPI OPT. FOELICISS. PRAETVRIS, PRAEFECTVRIS, LEGATIONIBVS SVMMIS QVIRVSQ. IN REP. MVNERIBVS EGREGIE PERFVNCTO QVI ANNONAM ADLEVAVIT, AERARIVM AVCTAVIT, VRBEM EXORNAVIT AB IPSAQ. NOXIA AVERTIT FLVMINA PALMAM OPPIDVM EXTRVXIT AD CHRISTIANI ORBIS SECVRITATEM MOTAM GALLIAM CISALPINAM COMPRESSIT, SALVTARE REIP. POEDVS OPPORTVNE IECIT. PACEM ITALIAE SVAVISSIMAM CONFIRMAVIT – PROTVLIT PIVS, PRVDENS. OBIIT ANN. MDCV VIXIT ANN. LXXIII. MEN. VI. DIES XXV. EX HIS X IMPERABVNDVS.

Inscrizione sotto il bassorilievo dal lato del principe.

PRINCIPATVS VIRTVTE PARTI, MEMORIA SEMPITERNA MDCV. VI. KAL. MAII AETATIS LXII.

Inscrizione sotto il bassorilievo dal lato della principessa.

DIADEMATIS IMPOSITI, HILARITAS PVRLICA MDXCVII. IIII. NON. MAII. AETATIS LII.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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