Francesco Foscari. Doge LXV. Anni 1423-1457

0
894

Francesco Foscari. Doge LXV. Anni 1423-1457

Prima di passare alla nomina del principe nuovo i correttori della Promissione ducale vi aggiunsero alcune cose di lieve momento. Ma ciò che rende distintamente degno di nota questo interregno, é la deliberazione presa il dì 7 aprile 1423, per la quale fu statuito, che i partiti vinti nel Maggior Consiglio avessero quindi innanzi a tenersi come validi ed approvati, come se approvati fossero dall’Arengo, il quale da quel punto venne abolito. In conseguenza di ciò, dopo molte discussioni e conflitto di partiti fra coloro dei quarantuno, che sostenevano uno o l’altro dei sei concorrenti al principato; eletto il dì 15 del mese stesso, ad ora tarda, Francesco Foscari, venne la mattina seguente, da Albano Badoaro, consigliere anziano, annunziata semplicemente al popolo, dal poggiuolo del palazzo, tale elezione; ed il popolo, al quale si preparavano spettacoli e feste, che si dice durassero un anno, e che tosto fu distratto dall’ingresso trionfale della dogaressa Maria Nani, applaudì. Per tal modo cessò ogni parte del popolo nel governo, che si fece del tutto aristocratico, e venne a cessare altresì la denominazione di Comune Venetiarum, sostituitavi quella di Signoria.

Assunto al trono il Foscari, ordinava che il maggior Consiglio si adunasse nella nuova sala a ciò destinata e ridotta a perfezione, sicché la prima volta che colà si raccolse, che fu il dì 23 aprile, si annoverarono novecento undici nobili, giusta la cronaca Agostini ed il Sanudo, e v’intervenne anche il marchese di Mantova.

I progressi rapidissimi delle armi ottomane in Oriente, che avevano posto in grave pericolo la città stessa di Costantinopoli, da esse armi per la quarta volta assediata, mossero gli abitanti di Salonichi di darsi ai Veneziani, sicché, accettata la dedizione, furono colà spediti due provveditori al governo.

Questo fatto irritò siffattamente l’animo del sultano Murad, che tostamente arrestar fece l’ambasciatore Nicolò Zorzi, spedito per tentare un accomodamento; e già le cose piegavano a guerra, se la spedizione intrapresa da Murad stesso in Asia non l’avesse per allora sospesa; sicché Fantino Michiel colà inviato, poté riuscire a conchiudere, il 20 aprile 1426, un accordo di cessione di Salonichi, verso certi annui compensi.

Le perpetue comunicazioni con l’Oriente portarono infrattanto a Venezia la lue, la quale menò sì orrida strage, che dall’agosto all’ottobre 1423 perirono sedicimila trecento persone. Fu allora, che a mitigare in qualche parte il furore del morbo, si deliberò stabilire un luogo fuori della città ove trasportare gli infermi. Dapprima volevasi usare dell’isola di Santo Spirito, poi fu destinata a questo scopo l’isola di Santa Maria di Nazaret: colà gli infetti di peste trovavano medici, medicine, infermieri e quant’altro era lor necessario, provvedendosi il tutto dal pubblico. Tale fu l’origine dei Lazzaretti, di cui fu Venezia la prima a dare l’esempio, come fu la prima anche a comporre buoni regolamenti sanitari e ad eleggere tratto tratto, e secondo l’occorrenza, tre conservatori della sanità, e quindi nel 1485 il primo e stabile magistrato di sanità.

Filippo Maria Visconti, duca di Milano, accecato da smodata ambizione, cercava modo e con le armi e colle astuzie di più sempre allargare il suo dominio; laonde, insignoritosi di Brescia e di Genova, volgeva il cupido sguardo alla Romagna. E già le sue genti, entrate improvvisamente in Imola nel febbraio 1424, imprigionavano Lodovico degli Alidosi signore di essa città, e lo mandavano a Milano, poi ottenevano anche Faenza; sicché giustamente sospettarono i Fiorentini, che in onta all’ultimo trattato, da essi stabilito con Filippo, non fosse egli per riaccendere contro essi la guerra. Perciò si armarono e provvidero ad ogni evenienza, e cercarono l’aiuto e l’alleanza dei Veneziani. I quali, perché erano tuttavia stretti in lega con Filippo, scusaronsi di non poter aderire ai desideri loro, e soltanto promettevano interporsi affinché durasse la pace. Sennonché le male arti di Filippo ogni dì più venendo in chiaro, procurarono finalmente l’unione dei nostri con i Fiorentini e con altri principi italiani, onde abbassare l’ambizione e la potenza di lui, per cui si venne a guerra aperta e micidiale. Le cui cagioni e le varie vicende occorse, fra le quali la presa di Brescia, operata dai nostri, si potranno leggere nella illustrazione della Tavola CXIII, ove é inciso il dipinto di Antonio Vassilachi, detto l’Aliense, collocato nella sala della Bussola, figurante la dedizione di Brescia stessa.

La pace seguita il dì 30 decembrc 1426, veniva rotta tostamente per le subdole arti del duca, il tenor delle quali ed i fatti accaduti nella nuova guerra intrapresa, potrannosi vedere nelle illustrazioni delle Tavole CLIX e CLVI1, recanti le due tele del soppalco del Maggior Consiglio, esprimenti la vittoria navale sul Po conseguita da Francesco Bembo, e quella ottenuta a Maclodio dal Carmagnola, generale dell’armi venete; una colorita da Jacopo Palma Juniore, l’altra da Francesco da Ponte, detto il Bassano.

S’interponeva dopo questi fatti, per venire agli accordi, a nome di papa Martino V, il cardinale di Santa Croce; e in seguito a molte esitazioni, maneggi, difficoltà mosse e superate, veniva finalmente conchiusa la pace il dì 19 aprile 1428, ai patti seguenti: Si dovesse cessare da ogni ostilità; cederebbe il duca definitivamente alla Repubblica Brescia con tutte le terre, castella, giurisdizioni annesse, rimettendo nel cardinale di Santa Croce la decisione circa ai confini; guarentivansi a Rolando marchese Pallavicino, a Lodovico dal Verme, a Filippo d’Arcelli le loro terre, e rimarrebbero sotto la protezione della Repubblica; i sudditi e aderenti dei Veneziani o del duca continuerebbero nel possesso dei beni immobili che avessero negli stati dell’una o dell’altra parte; non farebbe il duca alcuna chiudenda o impedimento nel Po, né esigerebbe dazi che nei soliti luoghi; i Malatesta sarebbero sciolti da ogni impegno contratto col duca; il Carmagnola riavrebbe i suoi beni e potrebbe esigere i suoi erediti; il comune di Firenze avrebbe libera facoltà di condurre a Genova merci d’Inghilterra e di Fiandra sopra propri navigli, sciolto l’obbligo precedente di valersi soltanto di barche genovesi; il duca non s’impaccerebbe delle cose di Romagna, Bologna, Toscana, Pontremoli, come neppur la lega si immischierebbe in quanto si riferisce alle due prime provincie, meno però i luoghi che nell’attuale trattato si dichiareranno come da essa protetti, ed Imola e Forlì; le controversie circa alle terre dei Fieschi e del Campofregoso sarebbero rimesse nel cardinale, dichiarato arbitro anche nelle differenze che potessero insorgere nell’avvenire tra le parti contraenti; nominerebbe infine, ciascuna di queste, i propri aderenti e protetti che avrebbero ad essere inclusi nella pace presente, la quale verrebbe solennemente pubblicata il giorno 16 maggio di quell’anno 1428. La Repubblica, a segno di grato animo verso il Carmagnola ed il marchese di Mantova Gian Francesco Gonzaga, donava al primo alcune terre, al secondo un palazzo che acquistava a tal fine dai Giustiniani, sul canal grande a san Pantaleone: dava al popolo grandi feste, e ai poveri distribuiva danaro.

Tranquillata per tal modo l’Italia, parca non avesse più, per un tratto di tempo, ad esser turbata. Sennonché, mal potendo soffrire i Bolognesi il giogo pontificio, si levarono a tumulto, onde, vólto in fuga il legato, si costituirono a repubblica, chiedendo ai Veneziani la loro interposizione presso la santa Sede, affine di aver la città a titolo di vicariato, e, in quella vece, in caso di rifiuto, assisterli di cavalli ed armi. Ma non ottenendo le domande loro alcun effetto, dovettero, astretti dalle genti pontificie, calare agli accordi.

Infrattanto il sultano Murad, fittosi in capo di riavere Salonichi, né volendo porgere orecchio alle proposte del Senato, né alle mediazioni procurate per venire agli accordi, alla metà di febbraio 1430, moveva con poderoso esercito all’assedio di quella città. La quale, quantunque difesa valorosamente dai nostri, dovette finalmente cedere, provando tutti gli orrori di cui sono capaci gli uomini di nulla fede, di pietà nulla e di nulla vergogna. Le imprese operate dalla flotta veneziana, capitanata da Silvestro Morosini, condussero alla conclusione di un trattato, segnato in Adrianopoli il 4 settembre 1430, per il quale Murad prometteva di non recar danno a nessuna delle terre od isole veneziane, di severamente punire ogni molestia fosse ad essi recata, di non acconsentire ad alcun tradimento a loro pregiudizio; libero fosse il commercio, libera la navigazione: pagherebbe però la Repubblica al sultano, annualmente, dugento trentasei ducati d’oro, cioé cento per Lepanto e cento trentasei per Scutari ed Alessio.

Ne le cose d’Italia procedevano a bene. Imperocché intanto per le perpetue arti malvagie di Filippo Visconti, non adempivansi ai patti statuiti nell’ultimo trattato, che in onta di essi fabbricava fortezze, dava molestie all’Arcelli, turbava Firenze; anzi, nella guerra mossa da questa a Lucca, aiutava celatamente l’ultima; e d’altra parte assaliva le terre dei Fieschi, del Pallavicino, del marchese di Monferrato e degli altri protetti dalla lega, nel mentre non peritavasi di recare disturbi e impedimenti al libero commercio dei Veneziani, arrestando i corrieri che da questi si mandavano al Monferrato, mettendo nuovi dazi sul Po, né lasciando occasione di spiegare il suo mal animo verso di loro: sicché la Repubblica volse l’animo a rompere nuova guerra a quel fedifrago. Assoldava quindi maggiori truppe, dava ancora il comando dell’armi terrestri al Carmagnola, affidava quel della flotta sul Po a Nicolò Trevisano, quello della flotta sul mare a Pietro Loredano, e stringevasi in lega col Pallavicino, coi marchesi di Monferrato e di Este, coi Fieschi e con il signore di Mantova.

Ordinava poscia, nell’aprile 1431, al Carmagnola di uscire in campo e di passar l’Adda; ma il Carmagnola, in quella vece, ad onta delle sollecitudini del Senato, nulla operava, continuando a ricever lettere e messi da Filippo, quantunque ordinato di non darvi ascolto.

Si rompeva finalmente gli indugi, e già toccavan sconfitta le armi terrestri veneziane e così la flotta sul Po, per cui fu costretto il Trevisano, che la comandava, a fuggire. Nasceva quindi dissidio fra il Carmagnola e Paolo Correr provveditore, e intanto che sorgeva dubbio sulla fede del primo, le armi viscontee devastavano la Toscana, penetravano nel Monferrato, si mostravano per ogni dove attivissime, né peranco i1 Carmagnola, il di 9 agosto 1434, non avea passato l’Adda, anzi domandava, sotto vani pretesti, ridursi agli alloggiamenti. Né valse a smuoverlo dalla sua inazione le rimostranze del senato.

Pietro Loredano infrattanto otteneva, il dì 27 agosto, splendida vittoria sul mare contro la flotta genovese a Rapallo, facendo prigioniero lo stesso Francesco Spinola che la comandava. Ma dalla parte di terra le cose non miglioravano, e massime nel Friuli, minacciato da una nuova calata d’Ungheri: e Cremona, che per sorpresa doveva cadere per opera del Cavalcabò, a motivo del negato soccorso a lui dal Carmagnola, non poté aversi. Accrescevano per cotal modo i sospetti verso di lui, ma il Senato per allora eredette opportuno sospendere ogni deliberazione a suo riguardo, ordinandogli di recarsi in Friuli. Si portò egli infatti, ove già preceduto lo aveva Taddeo marchese d’Este con altri condottieri, onde data battaglia agli Ungheri toccarono questi grave sconfitta presso all’ abazia di Uosazzo; dopo il qual fatto dimandò ed ottenne il Carmagnola di poter venire a Venezia.

Prometteva a lui il senato di farlo signor di Milano quando riuscisse a cacciarne il duca; e stava poi attendendo se quel capitano si decidesse spontaneamente a qualche fatto. Ma attendeva in vano, e fu creduto necessario mandare al campo, siccome provveditore generale, Giorgio Cornaro, con particolari istruzioni. Nel tempo stesso Francesco Spinola facca offerta di sottrarre Genova al dominio di Milano, ma il Carmagnola non si moveva, ed intanto giugneva nuova a Venezia che il marchese di Mantova si era riconciliato col duca di Savoia e con Filippo.

La continuata inazione del Carmagnola, il perpetuo suo ricevere messi e lettere da parte del Visconti, il nullo ascolto di lui dato alle insinuazioni del Senato, indussero questo fmalmente a procedere contro di lui, in via segreta però, onde non si avesse a promuovere tumulto fra le sue genti. Laonde, il di 21) marzo 1432, mandavasi a Brescia il segretario Giovanni de Imperiis, affinché, con modi velati facesse intendere al Carmagnola, desiderare il Senato che ei tosto si recasse a Venezia, onde consigliare seco lui quanto conveniva intraprendere per la prossima campagna; ordinando in pari tempo al segretario medesimo, che se mai per avventura egli ricusasse, e trovasse pretesti per non venire, ponessesi d’accordo con i capitani di Brescia e col provveditore Francesco Garzoni, onde arrestarlo e tradurlo segretamente e con ogni sollecitudine nel castello superiore di Brescia, e con esso arrestare sua moglie, raccogliendo ogni sua serittura, danaro ed altri beni, facendone accurato inventario. Fu munito il de Imperiis di una lettera d’invito, diretta al Carmagnola, onde acquistassero fede le di lui parole e il desiderio del Senato. S’inchinava tostamente il Carmagnola, nulla sospettando del fine cui andava incontro, e giunto a Venezia il dì 7 aprile, veniva ricevuto orrevolmente da otto nobili a ciò deputati e introdotto nel palazzo. Chiuse le porte, dopo di avere lungamente atteso il doge, avvertito che per essere questi indisposto, lo avrebbe veduto l’indomani (altri narrano diversamente questi particolari), il Carmagnola, movendosi per recarsi alla sua casa, venne, in quella vece, dagli sgherri tratto nelle carceri, allora esistenti nel pian terreno dello stesso palazzo ducale. Quindi, incominciato il regolare processo, il dì 9 dello stesso aprile, risultava manifesta la reità sua, sia per la deposizione de’ testimoni, come dal contesto delle scritture trovate in sua mano, per cui veniva condannato a perdere il capo fra le due colonne della piazzetta di San Marco; il che accadeva il dì 5 maggio 1432; intorno a cui é da vedersi quanto dicemmo, più divisatamente, nella nota 4 della illustraz. alla Tav. CXIII.

Proseguiva frattanto la guerra in Lombardia, e la Repubblica si era già collegata con il nuovo papa Eugenio IV, veneziano, di casa Condulmer, succeduto, nel 1431, a Martino V; e le sue armi conquistavano Bordellano, Romanengo, Fontanella e Soncino, spingendosi fino nella Valtellina; ma in questa ultima il provveditore Giorgio Cornaro fu poi accerchiato dal generale di Filippo, Piccinino, preso e mandato, nel novembre 1432, a Milano. A tale notizia la Repubblica chiamò a sé il marchese Gian Francesco Gonzaga di Mantova, conferendogli il comando generale delle armi; il quale ricuperava la Valtellina ed assicurava la Val Camonica, sicché Filippo allora volse l’animo seriamente alla pace; la quale, dopo molte difficoltà superate, veniva alfine conchiusa, per la mediazione del marchese di Ferrara, il dì 26 aprile 1433. Erano i patti, fra gli altri: Bergamo e il suo territorio fossero della Repubblica; il duca restituirebbe le terre tolte al marchese di Monferrato, e si adoprerebbe ad ottenere che anche il duca di Savoia facesse altrettanto; Orlando Pallavicini resterebbe ligio al duca e non alla lega, e sarebbe assolto di tutti i danni recati ai Veneziani durante la guerra: sarebbe restituita a Firenze tutta la contea di Pisa, meno Pontremoli e le sue adiacenze, che rimarrebbero al duca, il quale sarebbesi ritirato da tutte le altre terre da lui occupate in Toscana. Succederebbe scambievole restituzione di territori tra Siena e Firenze, e tra questa e Lucca, la quale sarebbe compresa nella pace e rimarrebbe nella sua libertà. Il duca non s’impaccerebbe minimamente nelle cose di Toscana, e ne ritirerebbe le sue milizie, come Firenze non prenderebbe parte nelle cose di Lombardia e di Genova. Rimarrebbero liberi il signor di Piombino ed il conte Tomaso di Campofregoso. Cotal pace veniva pubblicata il 10 maggio 1433.

Queste lunghe e dispendiose guerre amareggiarono l’animo di doge Foscari, a cui, aggiunte le varie pesti che infierirono nella capitale e l’attentato contro la sua persona, commesso da Andrea Contarmi, il quale, non avendo potuto ottenere il capitanato del golfo, e lui incolpandone, lo assaliva ferendolo nella faccia; e da ultimo la congiura di alcuni nobili, tramata allo scopo di pervenire, nelle varie ballottazioni, agli uffizi ed alle dignità della Repubblica; sì, dicemmo, lo amareggiarono, che divisò di rinunziare al principato, il che fece il dì 27 giugno 1433. Sennonché, non concorrendo in ciò il parere dei suoi consiglieri, siccome voleva la Promissione ducale, così regolata fino dall’avvenimento al trono di Marco Cornaro, la cosa non fu neppure discussa nel Maggior Consiglio, ed il doge continuò nella sua dignità.

In mezzo a tanti mali avevano però i Veneziani conchiuso, fin dal 14 giugno 1432, una tregua quinquennale con l’imperatore Sigismondo, con la quale obbligavansi ambedue le porti astenersi da ogni reciproca molestia, e dal dare soccorso ai nemici particolari di ciascuna di esse; dovessero i Veneziani godere piena libertà di girare e commerciare nell’impero; potesse l’imperatore far guerra ai propri vassalli, principi e sudditi, eccettuati li marchesi d’Este, di Monferrato e di Mantova, e il signor di Ravenna, confederati e devoti della Repubblica; per ciò avrebbe l’esercito imperiale libero il passo nelle terre veneziane, dandone però avviso di tale passaggio un mese prima, e pagando le provvigioni che ricevessero dai Veneziani, astenendosi da ogni danno e violenza. La quale condizione di poter l’imperatore muover guerra ai suoi vassalli accennava tacitamente al duca di Milano, con il quale allora Sigismondo si trovava in aperta ostilità, a motivo principalmente di aversi rifiutato Filippo di rendere a lui omaggio, allorché, nel novembre 1431, passò per Milano onde recarsi a Roma per ricevere la corona imperiale da papa Eugenio IV. Questo pontefice, massime per la resistenza opposta nel riconoscere il concilio adunato in Basilea, trovossi a mal partito nei suoi Stati, gravemente minacciati dalla rivolta; e sì che dovette, a grande ventura, salvarsi a Firenze: onde ebbe agio l’inquieto animo di Filippo Visconti di colà muovere le armi, affine di porre ad effetto la perpetua sua brama di dominare tutta l’Italia.

Sennonché la Repubblica, continuando nella protezione da lei accordata al pontefice assoldava i due generali Erasmo da Narni detto il Gattamelata e il Brandolino; fermava, il 24 gennaio 1434, una lega con l’imperatore; scriveva al suo inviato a Napoli, persuadesse quella regina Giovanna II a proteggere gli Stati del papa, rappresentando il duca Filippo, che li minacciava, come principe di smodata ambizione, il quale, acquistate le terre della Chiesa, volgerebbe le armi all’acquisto di quelle di Napoli; quindi, se ad una lega con la Repubblica fosse disposta, al accetterebbe.

Dall’altra parte le pratiche dei nemici dei Veneziani, e in specialità quelle del Visconti, movevano il patriarca di Aquileia, Lodovico II duca di Teck, a portare al concilio i suoi lagni contro la Repubblica, come usurpatrice delle sue terre e della provincia del Friuli, di cui domandava la restituzione. Né valse quanto la Repubblica stessa poneva innanzi onde giustificarsi della ingiusta accusa, ché già dovette incominciare la guerra contro il Visconti, principale sommovitore di quel piato, e delle rivolte nella Romagna. E di vero, Imola, cacciate le truppe del papa, avea ricevuto un presidio milanese, contro l’espresso tenor dei trattati, i quali vietavano al duca di Milano ingerirsi nelle cose di Romagna. Per ciò furono mandati a difesa di quella provincia il Gattamelata come generale dei Veneziani e Nicolò da Tolentino per i Fiorentini; ma il Piccinino, al soldo del duca, accorso dalle vicinanze di Roma, e venuto a battaglia con le truppe della lega il 28 agosto 1434 presso Castelbolognese, diede loro totale sconfitta, rimanendo lo stesso Nicolò da Tolentino prigioniero, e con esso Giampaolo Orsini, Astore Manfredi, signore di Faenza, ed altri parecchi.

Ad onta di ciò, continuando i maneggi diplomatici, non potevasi dir veramente rotta affatto la guerra. Quando a darle l’ultima spinta sorvennero i fatti di Genova. La quale, intollerante del dominio visconteo, prese furiosamente le armi, cacciò il presidio milanese, e rivendicossi a libertà, chiedendo protezione ai Veneziani, che gliela accordarono, intimando, innanzi tratto, a Filippo la guerra, quando egli non restituisse a Genova tutte le terre che di quella repubblica ancor teneva occupate, e non ne richiamasse le sue genti. Filippo rispose con il mandare Nicolò Piccinino ad assaltar tosto Genova; ma i suoi sforzi tornarono al tutto vuoti d’effetto.

La Repubblica allora non perdette tempo nel farsi forte con una lega conchiusa con l’imperatore e coi Fiorentini, e col maneggiare la pace col patriarca d’Aquileia; per cui, spaventato Filippo della lega potente che andava fermandosi contro di lui, cercò di scongiurar la procella, col venire, il dì 10 aprile 1435, alla conelusione della pace con il pontefice, per la quale cessò la guerra nella Romagna, Imola fu restituita alla Chiesa, e Bologna tornò ad obbedienza.

Non ristando però le negoziazioni con la lega, anche tutto il 1436 scorreva senza che la guerra oltrepassasse il confine di poche insignificanti avvisaglie. Ma in seguito più sempre avviluppandosi le cose, e manifestando vie più sempre Filippo la sua smodata ambizione, la nulla sua fede, le svergognate sue cabale, si venne ad una guerra micidiale, la cui varia fortuna toccata dal marchese di Mantova, eletto da prima dal Senato a capitan generale delle venete armi; il suo ritiro dal comando; la incostanza dei Fiorentini staccatisi dalla lega; i fatti ora avversi, ora prosperi del capitano Erasmo da Narni, surrogato al Gonzaga; l’assedio e la successiva liberazione di Brescia; le battaglie navali sul Po e sul lago di Garda; il ritorno alla lega dei Fiorentini; le imprese operate dal capitano generale Francesco Sforza, chiamato poi pur esso a combattere le armi viscontee, rette dal Piccinino; la perdita e il riacquisto di Verona, le molte altre battaglie accadute fino alla pace conchiusa, e pubblicata poi il di 20 novembre 1441, potrannosi leggere, in gran parte, nelle illustrazioni delle Tavole LXV, CXLVIII, CLlll bis, e CLV, le quali recano le incisioni dei dipinti del cav. Giovanni Contarini e del Tintoretto, e nella descrizione del chiaroscuro di Girolamo Padovanino, il primo con il riacquisto di Verona, collocato nella sala delle quattro porte, e gli altri tre mostranti il trasporto della flotta per i monti nel lago di Garda, la vittoria riportata sul lago stesso, e la difesa di Brescia, decoranti il sofiitto della sala del Maggior Consiglio.

Per la pace venivano restituiti i reciproci possedimenti come erano nell’ultimo trattato di Ferrara del 1433; sarebbe confine l’Adda, la quale spetterebbe al duca di Milano, ma liberi rimarrebbero il passaggio e l’uso ai Veneziani; restituirebbe il marchese di Mantova Gio. Francesco Gonzaga ai medesimi Porto, Legnago e le altre terre occupale, aggiungendovi Lionato, Valeggio, Asola e Peschiera, e rimarrebbe egli aderente al duca di Milano; restituirebbe del pari Lodovico dal Verme ai Veneziani la terra di Nogarola e quanto altro avesse occupato nel Veronese e Padovano; rimarrebbe alla Repubblica Riva sul lago di Garda; l’indipendenza di Genova sarebbe riconosciuta; restituirebbe il duca Bologna ed Imola al papa; non s’immischierebbe delle cose toscane né direttamente né indirettamente dal Panaro e dalla Magra verso Toscana e Romagna; libero sarebbe a tutti il commercio negli Stati reciproci; restituirebbonsi gli ostaggi e i prigioni; sarebbe data piena amnistia a coloro che seguito avessero l’una o l’altra parte; Cremona veniva lasciata allo Sforza come dote della moglie Bianca figlia naturale del duca Filippo.

Furono anche, dopo oltre tre anni, composte le differenze col patriarca di AquiIja; e per il trattato 18 giugno 1445 la Repubblica riconosceva Lodovico di Teck per solo patriarca, e la sua supremazia sulle cose spirituali, gli concedeva la città di AquiIeja e i luoghi di San Vito e San Daniele meno i feudi, con cinquanta ducati l’anno: egli, dal canto suo, prometteva d’impedire i contrabbandi, di non dar ricovero ai ribelli e banditi, di ritirare il sale soltanto da Venezia, né d’immischiarsi nelle cose temporali.

La pace con il Visconti tolse ad Ostasio da Polenla la sua città di Ravenna. Imperocché nella guerra che arse fra la Repubblica ed i Carraresi, passava Obizzo di lui padre, agli stipendi della prima, e, dimostrato il suo valore e la fede sua in quella occasione, meritava di essere ascritto alla nobiltà veneziana. Da siffatta orinine ebbe incominciamento quell’amicizia strettissima che legò sempre Obizzo coi Veneziani, e tantoché, vedendosi egli nella impossibilità di far fronte alle continue rivolte da cui ero agitata la Romagna per lo scisma, lasciò Ravenna e cercossi asilo a Venezia. E fu allora che Obizzo implorò la protezione della Repubblica, con lettera diretta al doge Tomaso Mocenigo, il quale, a nome del Senato, mandò a Ravenna siccome podestà Giovanni Cocco, affine di governare, di concerto col Polenta, quasi consociati entrambi nella sovranità.

Quest’alleanza fu, nel 1424, cagione della salute di Ravenna contro le armi del duca di Milano, il quale non potè nuocerle in guisa veruna. Durante quindi la vita di Obizzo mantenne egli l’affetto e la reverenza per la Repubblica, e molte volte si portò a Venezia per sollevar l’animo suo e per visitare il Senato. Venuto finalmente a morte, il che fu, secondo alcuni, nel gennajo 1431, e giusta il Ginnani, il dì 25 gennajo 1432, pensava egli di raccomandare il figlio suo Ostasio III alla Signoria di Venezia, alla quale lasciava il dominio di Ravenna, caso mai avesse suo figlio a mancar senza eredi. Perciò, chiamatolo al letto di morte, lo affidava alle cure del podestà veneziano, pregandolo di partecipare questa sua ultima volontà al Senato. Laonde spedivasi a Venezia, il dì 27 del mese ora detto, un messo a render nota tal cosa; ed il Senato subitamente eleggeva Girolamo Caotorta, col carattere di provveditore, affinché prendesse cura del giovane principe e del governo della città di Ravenna, dipendendo fino alla minorità del principe stesso dalla madre patria. Sennonché nella guerra col Visconti accennata, stretto Ostasio dalle armi del Piccinino, avea aderito al duca; poi nell’agosto 1440, tornato alla parte dei Veneziani, questi avevano spedito a Ravenna un provveditore, per veder modo di mantenere la città a devozione. Gli abitanti però, facendo intendere essere decisi di non più oltre voler rimanere sotto la tirannia del Polenta, e temendo la Repubblica che venisse quella città in mani straniere, fece noto ad Ostasio, esser suo desiderio di conservarsi Ravenna, a cui agognavano tutti i vicini, e quindi si recasse egli a Venezia ad attendere che si fossero assodate le cose. Venne Ostasio infatti a Venezia, ove fu trattenuto, ed intanto non si lasciò provvisione alcuna per impedire che la città di Ravenna cadesse in mano del Piccinino. Seguita poi la pace, deeretava il Senato, che Ostasio con la moglie ed il figliuolo di quattro anni, si recassero tutti a confine a Treviso; ed in pari tempo, giusta la domanda del popolo, deliberava che la città di Ravenna passasse in potere della Repubblica.

La pace fermata col duca Filippo non doveva neppur questa volta durare, per le solite sue arti. E già eccitava egli il pontefice a ricuperare la Marca conferita allo Sforza, offrendogli a tal uopo il braccio del Piccinino; e del pari, con tutto l’animo, si pose ad impedire l’aiuto che esso Sforza era per recare a Ranieri, contro Alfonso re di Napoli. Tutte queste cose, e gli altri motivi della nuova guerra rotta dalla Repubblica al duca, e le battaglie accadute, fino alla vittoria conseguita dai Veneziani sopra le armi di lui, presso Casal maggiore, il dì 25 settembre 1446, legger si potranno nella illustrazione della Tavola CLII, recante il dipinto che la rappresenta, operato da Francesco Da Ponte detto il Bassano, posto nel soppalco della sala del Maggior Consiglio.

Poi, il duca per la sua perpetua incostanza, cercò modo di rappaciarsi col genero; ed allorché questi, partito da Pesaro, recavasi per abbracciarlo, Filippo, colto da febbre inopinata, moriva il dì 12 agosto 1447 senza poter vederlo. A tale notizia la Repubblica spediva a Milano il segretario Bertucci Nigro, affine di accordarsi con quei cittadini, i quali già inelinavano alle proposte. Ma la rivoluzione scoppiata nella Lombardia, dopo la morte del Visconti, infirmò le pratiche, le quali, prolungatesi fino al gennaio 1448, riuscivano senza effetto.

Laonde per le imprese di Francesco Sforza e del Colconi, perduti dai Veneziani quasi tutti i luoghi di Lombardia, tranne Caravaggio, si appiccavano pratiche collo Sforza, al quale la Repubblica offeriva perfino di farlo signore di Milano, solo cedendo Cremona. Ma egli, fatto orgoglioso dalla fortuna dell’armi, non diede ascolto, ed avanzavasi verso Caravaggio. Bartolommeo Coleoni, che era infrattanto passato al soldo della Repubblica, e l’Attendolo, con i provveditori veneziani, non si accordavano da prima nella opinione di dare battaglia; poi avendo il capitano Tiberto Brandolino, scoperto una via per la quale divisava portarsi celatamente ad assaltare gli accampamenti dello Sforza, indusse l’Attendolo di venire al combattimento. L’esito del quale fu la rotta completa delle armi veneziane, sicché cadde in poter dello Sforza Caravaggio e le altre circonvicine castella, avanzandosi egli però, con nullo effetto, ad assaltar Brescia.

Nel mentre che la Repubblica cercava, con 1’assueta sua fermezza, a raccogliere nuove armi, accadde che le vittorie dello Sforza ingelosissero i Milanesi per siffatto modo, che, disgustato egli della diffidenza e degli ostacoli che gli si opponevano, alienatosi ogni dì più da loro, s’inchinò ai maneggi già in addietro incoati colla Repubblica, e finalmente conchiusc un trattato il dì 18 ottobre 1448, per il quale i Veneziani dovevano aiutare il conte a farsi signore di Milano, pagargli fino a quell’acquisto tredicimila ducati d’oro il mese, dandogli intanto un’anticipazione di quarantamila ducati; e dall’altra parte egli prometteva cedere loro Crema, la Ghiaradadda e quanto possedevano per 1’ultimo trattato con Filippo. I Milanesi, dal canto loro, per liberarsi da quel potente capitano, mandarono a propor pace alla Repubblica, la quale rispose non poter ora più dar loro ascolto dacché si erano convenuti con lo Sforza.

Appena fermato il nuovo accordo, lo Sforza, strinse la stessa Milano, alla quale intimò volesse riconoscerlo per suo signore; ma il popolo rispose con le ingiurie e con il dichiararsi pronto a disperata difesa. Sorsero qui difficoltà molte allo Sforza per avere quella città, sicché al Senato, pesandogli la contribuzione a cui si era obbligato, a cui aggiungendosi la guerra dichiaratasi, nel luglio 1449, da Alfonso re di Napoli, inchinò le orecchie alle proposizioni dei Milanesi, e con essi venne a trattato il dì 24 settembre dell’anno ora detto, a cui fu pure chiamato a prender parte lo Sforza. Si convenivano in esso, fra le altre cose, che Crema, il suo territorio e le terre fino all’Adda fossero della Repubblica; Lodi e Como col loro territorio tornassero a Milano, compensate allo Sforza le spese da lui sostenute nel farne l’acquisto ; restassero ad esso Sforza Cremona, Pavia, Piacenza e Parma e quanto possedeva oltre Po e Ticino quando fra sei giorni si dichiarasse di aderire a questa pace, e fra venti giorni facesse poi la consegna delle terre spettanti a Milano; insorgendo differenze fra il conte e Milano fossero rimesse nell’arbitrato della Repubblica.

Si mostrò il conte disposto ad approvare cotesto accordo, ma tenendo tutti i passi per i quali potevano entrar viveri in Milano, affamava più sempre quella città, e scorsi i venti giorni assegnati, dichiarò non ratificare la pace. Costretta fu allora la Repubblica di ricorrere alle armi; e già Sigismondo Malatesta, preso il comando di esse, triltava, però invano, di vettovagliare la capitale lombarda: se non che, levatisi per fame quei cittadini a tumulto, nel vario conflitto dei partiti prevalse quello di darsi allo Sforza. Al quale, proposti alcuni patti, da lui accettati, si apriva al suo ingresso le porte di Milano il 26 marzo 1450.

Questo fatto, se recò gioia ai Fiorentini, i quali si ripromettevano grandi beni dallo Sforza, valse però ad allontanare i Veneziani dalla lega con essi contratta; ed anzi, per rivalsa, vennero a pace con Alfonso re di Napoli acerrimo nemico dei Fiorentini; e dopo la pace seguì la stipulazione di una lega contro lo Sforza, duratura dieci anni, a cui aderirono il duca di Savoja, il marchese di Monferrato e la Repubblica di Siena.

La guerra intimata dai Veneziani e dal re di Napoli, incominciava; e già i primi, guidati da Gentile da leonessa e da Carlo Fortebraccio, passato l’Adda, s’impadronivano di Soncino e di altre castella del Milanese; penetravano, d’altro lato, nel Lodigiano e venivano, nella pianura di Montechiaro, a fronte del nemico. Impediti però sulle prime per densa nebbia, poi rattenuti per la incertitudinc dei capitani, peritosi di commettere alla sorte di una sola giornata tanti e sì grandi interessi, si separarono. D’altra parte, il marchese di Monferrato avvicinavasi a Milano, le genti di Alfonso si addentravano nella Toscana, sicché tutta Italia aspettava ansiosamente l’esito di quella lotta. Ad arrestare la quale giunse, con alto terrore, la infausta nuova della caduta di Costantinopoli, conquistata dal Turco, per cui le parti tutte inclinarono a pace. E sebbene le pratiche andassero per la lunga, a merito degli operosi maneggi di fra Simeone da Camerino e di Paolo Barbo, la Repubblica venne ad accordo con lo Sforza, sottoseritto a Lodi il dì 9 aprile 1454. Statuivasi in esso, fra le altre cose: conservasse lo Sforza la Ghiaradadda; restituisse ai Veneziani le conquiste fatte su quel di Brescia e di Bergamo; cedesse loro Cremona: 1’Adda gli resterebbe come nel trattato del 1441, così pure Caravaggio, Treviglio, Vailate, Brignano, Rivolta; demolirebbe la fortezza di Cereti. Erano inelusi nel trattato il re di Napoli, il duca di Savoja, i marchesi di Monferrato e di Mantova, Firenze e Siena, lasciandosi luogo a Genova ad aderirvi. Dopo alcune discrepanze per parte di re Alfonso, veniva finalmente ratificata la pace il dì 26 gennaio 1455; per la quale posarono alquanto tempo le armi nella Lombardia, e il dominio della veneziana Repubblica consolidossi nelle terre da essa acquistate.

La caduta di Costantinopoli, alla quale cercato aveva indarno la Repubblica di riparare con ogni suo mezzo possibile, pose in necessità il Senato, dopo che le terre e gli Stati finitimi avevano fatto pace col sultano Maometto II, di cercar modo di venire pur essi ad accordo, che fu in fatti conchiuso il dì 18 aprile 1454. I patti principali di esso portavano: la conferma del trattato precedente, con piena libertà di commercio ai Veneziani, compresi nella pace il duca di Nasso e gli altri nobili veneziani, posseditori d’isole; dovere il sultano obbligare i Genovesi di Pera a pagare i loro debiti verso i sudditi della Repubblica; il patriarca di Costantinopoli continuerebbe a godere le entrate che aveva in tutti i luoghi della signoria di Venezia ai tempi degli imperatori; i mercatanti turchi pagherebbero nelle terre veneziane quanto e non più pagassero nelle terre turche, per diritto di commercio, i Veneziani; si darebbe aiuto e protezione ai navigli dell’una parte e dell’altra che naufragassero, e sarebbero salve le loro robe.

La Repubblica non darebbe aiuto di navi ai nemici del sultano, né fornirebbe loro viveri, armi, uomini o denaro, e così il sultano verso la Repubblica. La quale continuerebbe a mandare, come per l’addietro, a Costantinopoli il suo console col nome di bailo e con facoltà di reggere e governare tutti i Veneziani ed amministrar loro giustizia, ec.

Accettò la Repubblica sotto la sua protezione le isole di Scio, Schiato e Scopulo: ebbero i Genovesi di Galata altresì ampli pr1vilegi, e benché le loro mura venissero demolite, conservarono per alcun tempo ancora vivo commercio nel mar Nero, ove possedevano tuttavia Caffa. La supremazia veneziana invece in quei mari cessò, e ne venne grande scemamento alla prosperità nazionale.

Pacificata così la Repubblica, non poteva però fra le aule ducali goder quiete il principe Francesco Foscari. Domato dagli anni, e più dalle sciagure domestiche, doveva compiere la sua mortale carriera fra amarezze ineffabili. L’unico suo figlio Jacopo ne fu la cagione. II quale essendo, fin dal febbrajo 1445, caduto in sospetto di avere accettato doni da parecchi cittadini e da alti personaggi, contro lo statuito dalle leggi, veniva processato in contumacia e dannato quindi al bando da tutte le terre della Repubblica, e relegato a Napoli di Romania. Sennonché, riparatosi egli a Trieste, e colà caduto in grave malore, per decreto del dì 28 novembre 144G, gli fu tramutato il luogo di confinamento in Treviso e suo territorio, con facoltà amche di abitare in villa, purché non rompesse il confine. Si recò egli infatti, e colà stette fino al dì 13 settembre del susseguente anno 1447, nel quale, in seguito alla istanza prodotta dal doge suo padre, veniva richiamato in patria.

Passarono circa tre anni, dopo i quali, essendo stato ucciso la sera del 5 novembre 1450, Ermolao Donato, uno dei capi dei dieci che agitarono il processo di Jacopo, cadde questi in sospetto di avere procurata la morte di lui. L’inquisizione che venne aperta offrendo qualche indizio, qualche pruova lontana della sua reità, si chiuse il dì 26 marzo 1451, condannandolo al confinamento nell’isola di Candia. Laonde, dopo tre giorni, Jacopo Foscari partiva a quella vòlta sulla nave di Luca Marcello. Ciunto colà, l’intollerante e leggero suo animo, non potendo sopportare 1’esilio, venne a disperata risoluzione. E fu questa di scrivere al sultano, affinché mandasse una sua galea a levarlo, sperando per tal modo sottrarsi alle pene e alle strettezze dell’esilio; e pensò cota1 lettera far giungere al suo destino col mezzo del genovese Jacopo Giustiniani. Scoperta la cosa, venne fatto tradurre il Foscari a Venezia, ove giunto il dì 24 luglio 1456, fu assoggettato ad esame: e poiché confessava il tutto spontaneamente, veniva tre giorni appresso condannato ad un anno di carcere ed al rinvio alla Canea. Nello stesso giorno, e fino a che stesse nella prigione della torricella, in palazzo ducale, attendendo di partire per il suo destino, gli fu conceduto di poter rivedere la sua famiglia nel carcere stesso. L’ultimo commiato però accadde, secondo narra il cronacista Delfino, nella stanza del cavaliere del doge; ove Jacopo, dicendo al padre: Padre, ve prieqo, procure per mi, che ritorni a cusa mia; questi a rincontro risposegli: Jacomo va, e obbedisci quel che vuol la terra, e non cercar più oltre.

Partito che fu Jacopo, sulla galea di Maffeo Leon, non intermise tuttavia il doge di adoperarsi in suo favore; ed altri nobili ancora si maneggiavano per ottenergli grazia; ma in quel mentre giunse, il dì 12 gennaio 1457, la nuova che lo sventurato era morto.

A tanta sciagura non poté resistere il vecchio doge, aggravato dall’età, dal dolore, dalla malattia che lo incolse, sicché si trovò allo intutto incapace di attendere alle faccende di Stato. Per la qual cosa, che nel ottobre seguente, si trattò, col più alto segreto, nel consiglio dei Dieci, intorno al modo di provvedervi; giacché si dimostrava i gravi inconvenienti che derivavano dalla incapacità in cui era il doge di più intervenire ai consigli e trattare intorno alla cose di Stato. Alcuni partiti furono proposti, ma finalmente, il dì 21 del mese ora detto, si stabiliva d’inviare al principe i consiglieri ducali e i capi del consiglio, onde manifestargli i disordini che derivavano dal suo non intervento nei consigli; essere quindi necessario per il bene dello Stato, che spontaneamente e liberamente rinunciasse al dogado, considerando anche avere provveduto il consiglio perché egli onorificamente e con decoro potesse vivere, assegnandogli annualmente millecinquecento ducati d’oro, ed oltre a ciò soddisfacendolo di quanto fosse ancora ereditare per ragione del suo stipendio. Con queste proposizioni si recavano i designati al doge; il quale rispondeva loro, fra le altre cose, non volersi decidere né al sì, né al no, ma conservare la propria libertà. Riferita la risposta ai Dieci, sorsero varie opinioni, e si proponeva se la decisione avesse da dipendere dal loro consiglio, o dal maggiore, al quale ultimo veramente spettava, secondo voleva la legge. Prevalse la prima sentenza, e fu mandata di nuovo la deputazione, ma col medesimo risultamento. Il dì appresso, definitivamente si stanziò: intimare al doge, che era uopo che egli rinunziasse, e dovesse, nel termine di otto giorni uscir di palazzo, con l’assegnamento di millecinquecento ducati d’oro all’anno sua vita durante, sotto pena della confisca di tutti i suoi beni, se disobbedisse. Il vecchio ed infelice Foscari dovette piegarsi. Trattogli quindi l’anello ducale di dito fu spezzato alla presenza dei consiglieri e dei capi, gli furono levati il berretto ducale e il fregio d’oro di testa, ed ci promise di uscire di palazzo e di restituirsi alle sue case a San Pantaleone. Il dì seguente 24 ottobre, discendendo il doge di palazzo, per la scala di pietra, con la mazzetta in mano senza appoggio di altri, se non che accompagnato da Marco suo fratello, e seguito dai parenti e famigliari, disse Marco: Serenissimo, l’ è bene che andemo a montar in barca per l’altra scala de sotto a coverto: e il doge rispose: io voio andar soso (giù) per quella scala per la qual scesi in dogado.

Radunavasi il maggior consiglio quel medesimo giorno per provvedere, come al solito, alla elezione del nuovo doge, e per infrenare l’abuso di potere commesso dai Dieci; e quindi venia decretato, non doversi quel consiglio più ingerire in futuro intorno a quanto si riferisce alla Promissione ducale, eccetto il caso di fellonia.

Scelti i quarantuno, elessero il dì 30 ottobre 1457 Pasquale Malipiero, ed assunse il ducato il giorno stesso. Francesco Foscari moriva il primo del seguente novembre, e Andrea Donato recava la triste notizia alla signoria allorché col nuovo doge assisteva alla messa solenne in San Marco.

Gli furono decretati solenni esequie a pubbliche spese, renitente la moglie Marina Ziani, che disse quello essere tardo e vano compenso ai dolori recatigli: saprebbe ella degnamente onorarlo, quando avesse pure ad alienare parte della sua dote. Il dì 3 novembre fu portata la salma del Foscari nel palazzo ducale, vestita delle assise ducali. Accompagnavano il feretro lo stesso nuovo doge Malipiero in semplice veste senatoria ; la signoria, tutto il clero, tutte le confraternite. Stavano intorno alla bara venti gentiluomini colle vesti di scarlatto, ed era portata dai principali marinai sotto un ombrello di tocca d’oro con solenne pompa e copia di cerei per tutta la merceria fino al tempio dei Frari, ove recitò l’orazione funebre Bernardo Giustiniano, ed ove venne tumulato, ed in cui poco poi gli veniva eretto dai suoi magnifico monumento.

Oltre gli avvenimenti memorabili esterni che ebbero luogo durante il reggimento del Foscari, altri, non pure degni di nota, ne accaddero nell’interno. Toccando i quali per sommi capi diremo, innanzi tratto dei lieti e dei nuovi ordinamenti introdotti nell’amministrazione della pubblica cosa, poscia dei tristi. Parecchi principi vennero a Venezia, fra i quali, nel 1423, Giovanni Paleologo imperatore di Costantinopoli, che fu complimentato in lingua greca, a nome della Repubblica, da Leonardo Giustiniano e Francesco Barbaro; nel 1424, il re di Dacia, il quale s’imbarcò qui sulla galea di Giovanni Giustiniano, per recarsi alla visita del santo sepolcro; nel 1428, il principe di Portogallo, festeggiato splendidamente; nel 1433, Cosimo de Medici, che cacciato dalla patria, trovò sicuro asilo nell’ isola di San Giorgio Maggiore, e fondava a proprie spese, in quel cenobio, cospicua biblioteca; nel 1437-38, l’imperatore orientale Calojanni, con suo fratello Alessio, di passaggio per recarsi al concilio di Ferrara; nel maggio 1440, l’imperatore Federico III, che qui montava sulla galea di Jacopo Loredano, onde compiere il pellegrinaggio di Terrasanta; e da ultimo, nel 1452, lo stesso imperatore con la moglie ed il re d’Ungheria, ai quali si fecero accoglienze e feste solennissime durante li dieci giorni di loro permanenza.

Molte fabbriche cospicue anche s’ innalzarono; e prima la meravigliosa del palazzo ducale dal lato della Piazzetta, e la porta della Carta, in cui si lavorò durante tutto l’intero ducato del Foscari; si erigeva una loggia a Rialto presso il ponte sopra il canale; e si costruì di nuovo in legno, nel 1431, il ponte stesso; si compì, nel 1436, la fabbrica della chiesa e del cenobio di Sant’Alvise (Lodovico); e nell’anno stesso, l’ospitale nell’isola del Lazzaretto vecchio; poco dopo il 1442 si fondò la chiesa di San Giobbe, e nell’anno medesimo si rinnovarono, per la seconda volta, la chiesa e il monastero del Corpus Domini, e la chiesa di San Luca; come nel 1446 ebbe riforma la chiesa di Santa Maria della Carità; l’anno appresso si eresse la scuola degli Albanesi a San Maurizio, e poco poi si rifabbricò la chiesa di San Zaccaria. Alcune isole acquistarono pure incremento per nuove fabbriche. Tali furono, quella di Santo Spirito, concessa, nel 1423, ai monaci cisterciensi di Brondolo; quella di San Cristoforo, prima data, nel 1424, a Giovanni Brunacci per stabilirvi un cenobio, poi concessa, nel 1436, a fra Simeone da Camerino per fondarvi un monastero di frati eremitani di Monte Ortone; quella di Sant’Andrea, data, il dì 18 maggio 1424, ai Certosini; quella di Santa Maria delle Grazie, concessa, nel 1439, a Corrado Armanno, eremita; e finalmente, nel 1453, si assegnò l’isola di San Francesco del Deserto ai minori osservanti. Altri avvenimenti lieti furono: il privilegio concesso da papa Martino V, nel 1425, ai canonici di San Marco di portare l’almuzia; la spada benedetta inviata, nel 1450, da Nicolò papa V al doge, spada che tuttavia si conserva nelle sale d’armi dell’arsenale; e, da ultimo, l’erezione in patriarcato del vescovato di Castello, accaduta il dì 15 ottobre 1451,
nella persona di Lorenzo Giustiniani, poi santo; intorno a cui leggasi l’illustrazione della Tavola XCII, recante l’incisione del dipinto di Marco Vecellio, locato nella sala dei Pregadi, che rappresenta questo avvenimento.

In quanto poi riguarda ai magistrati novamente istituiti, per la più sollecita amministrazione della pubblica cosa, molti ne vennero ereati ducando il Foscari. E prima, nel 1423, fu aggiunto un quarto console dei Mercanti, appunto per poter più facilmente dar corso agli affari. Nel 1433, furono instituiti tre governatori, i quali ebbero il governo generale delle pubbliche entrate. Ai tre capi della Quarantia, per decreto del Maggior Consiglio del 1437, si aggiunsero tre consiglieri inferiori, affinché rappresentassero nella Quarantia Criminale la Signoria. Nel 1441 si stabilì il numero preciso dei Savi, e quindi se ne designarono sei detti Grandi al consiglio dei Pregadi, cinque della Terraferma, ed altrettanti agli Ordini. Nel 1442 vennero aggiunti tre ai sei Procuratori di San Marco, cosicché da quel tempo in poi furono nove, cioé tre de supra, a cui spettava la cura della chiesa di San Marco; tre de ultra, ai quali erano commesse le tutele, la esecuzione dei testamenti ec, in quella parte della città che giace oltre al canal grande; e tre de extra, aventi lo stesso incarico di qua del canale medesimo. Nello stesso anno si elessero sei Sindaci, tre dei quali presieder dovevano alle cose di San Marco, e gli altri tre a quelle di Rialto, con obbligo di risiedere ogni dì dopo pranzo, per sindacare tutti i ministri, udire querele, formar processi, e recarli poi al Consiglio dei quaranta. Ai tre Giustizieri Vecchi, nel 1449, se ne aggiunse un quarto, onde esaurire più sollecitamente gli affari. Nel 1449, fu creato il magistrato sopra le Camere, onde vegliare sopra le Camere nelle città della Terraferma, per togliere i disordini, le frodi e le mancanze dei ministri e dei debitori. Finalmente, nel 1452, fu creato dal Senato un provveditore ai boschi dello Stato, per la regolata provvista della legna da fuoco.

Ad accennare adesso i tristi fatti accaduti nell’interno della città, ricorderemo innanzi le pesti, la prima delle quali dicemmo infierita negli anni 1423-24, che diede motivo all’istituzione del Lazzaretto, e dalla quale perirono, secondo varie cronache, 16.300 persone nel primo anno, e nel secondo 11.300. La seconda invase la città nel 1427, e per sei mesi di seguito ne morirono da circa centoventi al giorno. Continuava l’anno dopo, e si estinsero da intorno 20.000 abitanti. Né meno terribile della prima fu la lue del 1447, per la quale si spopolò quasi la capitale, mentre rimasero preda di morte da trecento persone al giorno. Processioni continue ebbero luogo, su d’ogni via si eressero altari, si recavano i colpiti al Lazzaretto vecchio. Anche nel 1456 la peste infierì per alcuni mesi. Recarono gravi danni anche le inondazioni accadute nel 1423, e nel 1428 agli 11 maggio 1’acqua salì a cinque piedi sopra le strade, escrescenza rinnovatasi egualmente ai dì 2 marzo dell’anno seguente. Altre grandi montate d’acqua accaddero il 10 ottobre 1430, nel 1440, 1444 e 1445; ma la più fatale occorse il 10 novembre 1442, mentre salita la marca a quattro passi sopra comune, recò cota1 danno nelle merci, che fu valutato ad oltre un milione d’oro, e nelle case per centomila ducati. La laguna gelò nel 1431 e 1442 in guisa, che la prima volta venne da Mestre, sopra un carro, una sposa con la sua dote, e la seconda, si andava pure a Mestre ed a Murano a piedi. Quattro fierissimi turbini apportarono anche gravi danni. L’accaduto il dì 1 aprile 1430, affondò settantacinque navigli; quello del 7 aprile 1441, rovesciò molte barche, sicché si annegarono da trecento persone; nell’altro, scoppiato il 3 marzo dell’anno seguente, una saetta colpì i campanili di San Giorgio Maggiore, di Snt’Antonio e di San Pietro di Castello; e 1’ultimo, del 1455, ruppe tante finestre che il danno salì a ducati seimila. Finalmente due incendi arsero nel 1436 e 1456: il primo distrusse le botteghe intorno il campanile di San Marco, 1’altro rovinò interamente la chiesa di San Girolamo.

Il ritratto del nostro doge porta nella destra mano un breve, su cui é scritto:

POST MARE PERDOMITVM, POST VRBES MARTE SVBACTAS
FLORENTEM PATRIAM LONGAEVVS PAGE RELIQVI. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

Print Friendly, PDF & Email

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

SHARE

Lascia una risposta

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.