Pietro Ziani. Doge XLII. Anni 1205-1229

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Pietro Ziani. Doge XLII. Anni 1205-1229

Passato alla seconda vita il Dandolo, veniva tosto eletto dai Veneziani in Costantinopoli a loro podestà Marino Zeno, il quale fu quindi approvato dalla Signoria. Giunta poi la dolorosa notizia in Venezia, li 22 luglio 1205, subitamente fu convocata la generale concione da Grado a Capodargine per la nomina dei quaranta elettori; i quali, il di 5 dell’agosto susseguente, con acclamazione generale del popolo, innalzarono al trono Pietro Ziani, figlio del doge Sebastiano.

Non appena assunto egli al principato, mandò a Costantinopoli a regolare, d’accordo col podestà Zeno ora detto, l’armata; ad operare che i Veneziani, colà stanziati, continuassero nella obbedienza alla madre patria; a conservare i baroni latini ed i greci nel buon accordo colla Repubblica, e ad appianare le controversie insorte intorno alla elezione del nuovo patriarca. Marino Zeno poi spediva a Venezia le preziosità toccate nella divisione del bottino, tra cui li quattro cavalli enei, che, in seguito, si collocarono sul pronao della basilica Marciana, e la celebratissima immagine di Maria Nicopeia, che forma tuttavia l’oggetto delle speranze più care della patria devota.

L’accresciuta potenza della Repubblica, per la conquista di Costantinopoli, e per il susseguente possesso di tante isole nell’Arcipelago, destò la gelosia, tra gli altri, dei Genovesi. Un loro pirata, Leone Vetrano, tolse dalla veneziana obbedienza Corfù, sicché trenta galee furono spedite, comandate da Rinieri Dandolo e Ruggero Premarino, e tosto venne quell’isola ricuperata, e posto a morte il Vetrano. Arrigo, conte di Malta, soprannominato Pescatore, sostenuto dai Genovesi stessi, armò alcune navi, e con queste spintosi fino sotto Candìa, col favore dei Greci abitanti s’era impadronito di alcuni borghi forti; ma la flotta veneta anzidetta, spedita colà, combatte e vinse le genti di Arrigo ed i Genovesi, che gli avevano dato mano, e fece ritornare a obbedienza quell’isola, che fu assegnata a Rinieri Dandolo stesso con l’obbligo di difenderla a sue spese. I Candioti però nuovamente ribellarono, e nella mischia accaduta perde Rinieri la vita; per cui nuovi legni furono colà spediti sotto il comando di Jacopo Lungo e Leonardo Navagero; onde, cacciato Arrigo, si nominò un duca, e fu il primo Jacopo Tiepolo (1208). Per a maggior assicurarsi il possedimento dell’isola, fu mandata, nel 1212, la prima colonia; ed in seguito dell’altre ancora. Sennonché sorsero ivi nuove turbolenze, e sì crebbero, che il Tiepolo fu costretto chiamare in soccorso Marco Sanudo, signore di Nasso; e quindi, domata la rivolta, il Sanudo, sia per una o per l’altra cagione, venuto in discordia col Tiepolo, questi riparò nel castello di Temeno, ed invocò l’aiuto della madre patria. La quale spediva Sebastiano Botanico e Marco Quirini; per cui, ritiratosi nella sua isola il Sanudo, venne eletto successore al Tiepolo, nel 1216, Paolo Quirini, e da quel tempo in poi ogni anno si mutarono i duchi.

I Genovesi però continuarono ad infestare quei mari. Paolo Quirini, ora detto, valorosamente combatté e disfece un conte Alaman corsaro, sostenuto dai Genovesi prefati; i quali, vedendo tornar vane le ostilità da lor praticate, chiesero ed ottennero pace (1218).

Durante questi fatti, doge Pietro conchiuse vari trattati con le città vicine, come con Wolfchero, o Wolchero, patriarca d’Aquileja (1206), e con Padova, per l’amministrazione della giustizia (1209); e sceso in Italia l’imperatore Ottone IV, ottenne il doge la conferma degli antichi privilegi, col diploma segnato il dì 15 settembre 1209. L’ isola di Negroponte fu ancora, in questo anno, da Ravano Dalle Carceri, veronese, rinunziato alla Signoria, la quale la ricevette in feudo, non tenendosi sicura difenderla dagli insulti dei vicini nemici.

Ebbero poi i Veneziani novella occasione di provare le armi contro i Padovani, e ciò per il seguente motivo. Volendo i Trevigiani, come narra il Bonifacio, intrattenere il popolo con spettacoli, affine di distorlo dai mali pensieri di sedizione e tumulto, instituirono una festa, la quale per la singolarità del suo intreccio si nominò il Castello d’Amore. Era dessa tutta propria di quella età e della galanteria di quei secoli cavallereschi. Nel tempo quindi della Pasqua di maggio dell’anno 1214, in Spineda, luogo poco lontano da Trevigi, o pure, come altri vogliono, nella piazza stessa di Trevigi, fabbricarono un castello di legno elegantemente addobbato di preziosi drappi di arazzi, di panni serici e aurati, di fiori e d’ogni altro genere di sontuosi e ricchi ornamenti. Posero alla difesa di esso duecento delle più nobili ed avvenenti donzelle della città e dei dintorni, servite da altre che loro facevano l’uffizio di scudieri, ed erano vestite con tutta la grazia e la delicatezza di una seducente eleganza. Avevano in testa, in luogo d’elmi, vaghe corone d’oro; e la persona, in cambio di corazza, vestita di guarnimenti ricchissimi, con maestrevole arte ricamati.

Gli assalitori del Castello erano giovani delle vicine città e della stessa Trevigi; e vi accorsero in grande gala, studiandosi a tutta lor possa di conquistare la fortezza dal sesso gentile difesa. Si ordinarono questi in schiere, e tutti di ciascheduna città si attrupparono sotto il particolare loro vessillo. Le armi scambievoli con cui combattevano gli assalitori e le difenditrici erano fiori, aranci, poma, confetture e acque odorose; e, sovra ogni altro argomento, gentilezze e vezzi. Il suono di soavi istrumenti accompagnava tutto il progresso di quello strano simulacro di guerra; e le difenditrici si arrendevano a quei che meglio avessero saputo blandirne l’animo loro. Gli assalitori erano divisi in tre schiere: Padovani, Trivigiani e Veneziani, e ognuna schiera aveva per segnale il vessillo delle proprie città. Si combatté buono spazio di tempo con ordine, essendo capo di cotale giuoco Paolo da Sermendola, cavaliere padovano. Quando tutto ad un tratto accadde un fatale disordine, avvenne che, mentre i giovani veneziani da un lato valorosamente combattenti, presa una porta, erano per piantare in breve nel castello il loro stendardo, i Padovani, che ad un luogo vicino combattevano, di ciò invidiosi, fecero insulto all’alfiere veneziano; e, toltogli lo stendardo, sul quale era dipinta l’immagine di San Marco, per dispetto lo squarciarono e lo calpestarono nel fango. Per la qual cosa i Veneziani ed i Padovani venuti alle armi, ne sarebbe riuscito qualche tragico fine, se il Sermendola ed altri personaggi principali non fossero accorsi e non avessero con la loro autorità posto fine alla rissa e allo spettacolo insieme, intimando ad ambedue le schiere la partenza per le proprie città.

Ma lo sdegno però tra i Padovani e i Veneziani non s’acquetò; ché, tornati alla patria loro, massime i primi, accesero le ire nell’animo dei concittadini; sicché questi, più audaci e più sleali, peritandosi di misurare le deboli forze loro con le forze possenti dei Veneziani, chiamarono confederati in loro aiuto, i Trevigiani e il patriarca di Aquileia.

Incominciarono tosto i Padovani a promulgare una legge di rappresaglia, per cui non vi era cosa del nemico, la quale potesse essere immune da insulto. Si adunarono quindi Padovani e Trivigiani (ché il patriarca di Aquileia si limitò soltanto a fomentare le ire loro e, disposti i corpi d’armata secondo il piano preconcetto, irruppero subitamente nel territorio veneziano e lo saccheggiarono, piantando il loro campo dinanzi alla torre delle Bebbe, in altro tempo sì funesta ai Padovani per non dissimile loro millanteria. Non si avvidero però quei sconsigliati, che il terreno, su cui si erano piantati, avrebbe potuto da un punto all’altro andar soggetto a repentina inondazione delle acque marine: e ciò accadde di fatti. Era in sul finire del marzo, o in sull’incominciare d’aprile, quando una gagliarda fortuna di scirocco ingrossò il mare per guisa, che il campo dei Padovani ne rimase allagato. I Veneziani, che si trovavano a guardare quel sito sopra una forte armata di barche sottili e leggere, approfittarono della circostanza, ed inoltrando subitamente i legni loro framezzo gli accampamenti, e senza commettere strage alcuna (ché il nemico circondato dalle acque e da un terreno acquitrinoso, non era in grado di salvarsi neppur colla fuga) vi fecero quattrocento cattivi, ed si impossessarono delle robe loro e dei loro vessilli. Poco poi fu richiesto dai Padovani la pace, la quale fu loro accordata, a condizione che consegnassero Jacopo da Santo Andrea, e con esso venticinque altri che erano autori o complici dell’insulto fatto in Trevigi.

Banditasi intanto una nuova crociata da papa Innocenzo III, quantunque bene accolta dai principi cristiani, non vi fu che Andrea III, re d’Ungheria, che seriamente pensasse a prendervi parte. Domandò quindi ai Veneziani, nel 1216, dieci galee per passare in Terra santa; e, per mostrarsi grato all’ottenuto favore, rinunziava ogni pretensione sopra Zara e sue pertinenze, e garantiva la libertà del passaggio, della dimora e del commercio dei Veneziani nei suoi Stati. Tornata vana quella spedizione, e la susseguente anche compiuta alquanti anni dopo dall’imperatore Federico II, che terminò colla vergognosa pace del 20 febbraio 1229; i Veneziani provvedevano, in quel mezzo, alla sicurezza dei loro commerci, decretando, innanzi tratto, che nessuno dei suoi trovantisi in Siria ripatriasse per la via di mare, né alcuno da Venezia recarvisi; ne portassero seco ferro, legna ed altri oggetti proibiti in Egitto; né colà acquistassero merci. Conchiudevano poi trattati di commercio, nel
1217, col conte di Biblos; col soldano Aladino di Rumili, nel 1219; col conte di Berito, nel 1221; con l’altro di Aleppo, nel 1225; ponendo ogni cura per conservare i loro possedimenti nell’impero orientale. Quindi fecero riconoscere e confermare i loro privilegi dagli Augusti, Pietro (1217), e dal successore Roberto (1221); e conchiudevano altresì trattati con Michele Comneno dell’Epiro, nel 1208, e con Teodoro Lascari, nel 1219.

Ciò addimostra quanto stesse a cuore della Repubblica, e massime del doge Pietro, il conservare, come dicemmo, i possedimenti in Oriente. Si narra anzi da alcun cronacista, avere esso doge proposto di trasportare a Costantinopoli la sede del governo: cosa che se accadde, e se fu veramente nel consiglio discussa, come ho riferito, venne giustamente rigettata: dal che, dice il cronacista Daniele Barbaro, temendo il doge di aver dato disgusto al consiglio con tale proposta, o sì veramente d’essere incorso nell’odio del popolo, incominciò a ritrarsi dai pubblici affari, allegando a motivo la vecchia sua età e le sue fisiche indisposizioni.

È di vero, domato dagli anni, doge Pietro rinunziò al principato nel 1229, e, per testimonianza dell’anonimo Altinate, del Dandolo, del De Monacis e dell’Egnazio, si ritirò nelle sue case situate presso Santa Giustina, ove morì il dì 13, o 21 marzo del medesimo anno, ottenendo sepoltura appresso il padre, nella chiesa di San Giorgio Maggiore in isola.

Al suo tempo la peste tre volte afflisse la città, cioè nel 1205, 1217 e 1218: un terremoto gravissimo, accaduto nel 1223, o come altri vogliono, nel 1225, o 1228, ovvero nel 1229, minar fece un lato del monastero di San Giorgio Maggiore; ed un incendio distrusse, il dì 10 gennaio 1214, la chiesa di Santa Maria dei Crocecchieri. Si riedificò, nel 1205, la chiesa di San Cassiano; si fondò quella della Maddalena, nel 1222, nel quale anno fu rinnovata l’altra di San Pantaleone, e, nel 1225, quella anche di San Jacopo dall’Orio. Nel 1212, si concesse l’isola di San Michele ad Alberto, monaco camaldolese, affinché vi erigesse un cenobio; e, nel 1222, la beata Giuliana Collalto fondava quello di San Biagio alla Giudecca.

Il breve, su cui posa le mani il ritratto del nostro doge, dice, con qualche diversità dal Sanudo:

BELLIPOTENS TOTA MIHI SVBDITVR INSVLA CRETA. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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