Enrico Dandolo. Doge XLI. Anni 1192-1205

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Sala del Maggior Consiglio. Jacopo e Domenico Tintoretto. Ritratto di Enrico Dandolo

Enrico Dandolo. Doge XLI. Anni 1192-1205

Sia per la rinunzia fatta dal doge Mastropiero, o per la morte accaduta poco poi del suo ritiro nel chiostro, che ciò rimane incerto per la varia lezione dei cronacisti; venivano tosto chiamati tutti gli abitanti da Grado a Capodargine, giusta Andrea Dandolo, per eleggere il nuovo doge. Nominati pertanto i quaranta elettori, i cui nomi ci vennero conservati dal Sanudo, scelsero questi, il dì primo gennaio 1193, Enrico Dandolo, chiaro per le sue virtù diplomatiche e guerriere; e quantunque vecchio di 85 anni di età, e di vista debolissima, conservava però vigoria d’animo e robustezza di membra; sicché la sua elezione fu dal popolo, ad una voce, applaudita. Giurata la Promissione ducale, primo pensiero di Enrico fu di por freno ai Veronesi, i quali davano molestia in più modi al commercio dei nostri sull’Adige; e bastò soltanto che venisse minacciato la sospensione di ogni traffico con la loro città, e massime quello del sale, perché spedissero deputati a firmare un accordo, col quale promisero compenso dei danni, libero transito sull’Adige, ritirare il sale da Venezia, ed altri patti firmarono, riguardanti la giustizia, ed i dazi.

E perché per esperienza, sapeva che anima e ricchezza delle nazioni è appunto il commercio, conchiuse buoni trattati coi Trevigiani (1198), col patriarca d’Aquileia, Pellegrino II (1200), e col re d’Armenia, Leone II (1201). Sennonché gli stava a cuore non meno la Dalmazia, datasi, come vedemmo, agli Ungheri, sì perché conveniva rivalersi dell’ultima toccata sconfitta, e sì perché era quello un paese di molto rilievo per la Repubblica. Allestita pertanto la flotta volava contro Zara, e tosto impadronitasi dell’isola del Pago, si presentò innanzi a quella città. I Zaratini veduto il pericolo che li minacciava, si volsero per aiuto ai Pisani, antichi rivali dei nostri, e questi, cogliendo la propizia occasione, sciolsero la lor flotta per l’Adriatico, e presero Pola. Doge Enrico, mandava contro ai Pisani dieci galee e sei navi, dandone il comando a Giovanni Morosini e Ruggiero Premarin, i quali subitamente ricuperarono la perduta città, e poscia, dirigendosi verso Modone, predarono due navi pisane cariche di ricche merci. Nuove forze però spedivano i Pisani, aiutati anche da quei di Brindisi, e nuovi legni inviava Venezia; sicché dovette ritirarsi la flotta pisana, e Brindisi pagare caro il soccorso prestato.

Ottenevano poco appresso i Veneziani la conferma dei soliti privilegi dall’imperatore Enrico VI (1197); e, dopo parecchie esitanze, conseguivano altresì dall’Augusto d’Oriente Alessio III, succeduto ad Isacco Angelo, la rinnovazione degli antichi crisoboli, e le somme che la Repubblica da tanto tempo attendeva a compenso dei danni patiti per opera di Emmanuele e di Andronico (1199).

Ma a doge Dandolo spettava di far salire a gloria immortale il veneto nome, portando le armi di San Marco in Oriente. Banditasi infatti una nuova crociata da papa Innocenzo III, si raccolsero d’Inghilterra, e più di Francia, infiniti guerrieri, animati a quella impresa. Ma, considerando egli essere la via di mare la più spedita, e la meglio sicura per portarsi in Terra santa, determinarono trattare coi Veneziani per convenire quel passaggio. Scelsero perciò i principi crocesegnati sei oratori, affine di conchiudere con doge Dandolo quanto avevano fra lor convenuto. Giunsero essi a Venezia nella quadragesima dell’anno 1201, e ricevettero da Enrico accoglimento con forme ai desideri loro ed al successo delle loro speranze. Vennero ammessi al consiglio della Signoria, e parlarono franco linguaggio, chiedendo navi al trasporto della santa crociata, lasciando il doge arbitro delle condizioni. Il trattato fu tostamente conchiuso; le condizioni del quale erano: Somministrerebbero i Veneziani navi atte al trasporto per quattromila cinquecento cavalli, novemila scudieri, ventimila pedoni: approvvigionerebbero per un anno l’armata: sarebbero le navi pronte alla vela per il giugno seguente: il servigio si computerebbe dal giorno in cui si sciogliesse dal porto: i crociati pagherebbero alla Repubblica, ciò tutto compreso, ottantacinque mila marchi d’argento di Colonia.

Doge Dandolo poneva in questo trattato ogni artificio perché tornasse di vantaggio alla propria nazione. Prevedeva, da uomo accorto, l’impossibilità in cui erano i crociati di sborsare somma sì grave, e perciò volle aggiunti all’accordo anche i patti seguenti: Unirebbero i Veneziani all’oste crociata cinquanta galee bene armate, le quali opererebbero in mare nel tempo medesimo che i Francesi dessero mano in terra alle pugne: quindi le conquiste tutte, procurate durante la confederazione, divise sarebbero in giusta eguaglianza fra i vincitori. Per tal modo il Dandolo diede più assai di quanto era richiesto, per aver poi mercede maggiore di quella si voleva a lui concedere.

Approvato l’accordo, lo si fece noto al popolo nella basilica di San Marco. Ed il popolo, dopo calda perorazione del conte di Sciampagna, lo sancì. Allorquando poi, pochi mesi appresso, si raccoglievano i crocesegnati a Venezia per imbarcarsi, e che il Dandolo, fedele ai suoi obblighi, aveva fatto approntare le navi pattuite in numero oltre il bisogno, i Franchi qui giunti non erano al caso di soddisfare alla somma convenuta, quantunque il marchese di Monferrato ed il conte di Fiandra facessero del loro meglio perché non seguisse lo sperpero minacciato dell’armi crociate. Ma protestando i raccolti guerrieri di passare altrove, doge Dandolo, da accorto politico, ne cavò profitto da quella occasione, proponendo loro di assistere la Repubblica nel recupero di Zara defezionata, verso compenso di accordar loro il soddisfacimento del debito dopo il ritorno dalla guerra santa. Rimossi i dubbi e gli ostacoli che alcuni capi dei crociati promossero, e più tolto dal loro animo il timore delle pontificie censure, minacciate a chi volgesse le armi contro ad altri che al Trace; vide il doge essere utile non che necessaria la sua presenza in quella impresa, sapendo quanto erano mutabili gli animi di quei guerrieri. Per cui risolse di assumere pur esso la croce, siccome capitano generale dell’oste; né abbandonarla, se prima adempiuta non fosse l’impresa che gli stava a cuore.

E perché facesse maggiore impressione nel popolo c nella milizia questa sua risoluzione magnanima, e nel medesimo tempo perché non trovasse ostacolo presso il Senato, pensò di renderla manifesta nella Marciana basilica in un giorno solenne. Sia che questo fosse il dì 15 agosto, o l’otto settembre, come altri dicono, certo è che nell’uno o nell’altro di quei giorni, venuto il Dandolo in San Marco, ascese improvviso la tribuna, e con maschia voce ed animo risoluto, all’adunata moltitudine diceva: Supplicare la Repubblica di acconsentire che prendesse egli la croce: essere suo desiderio capitanare in persona la patria milizia: dopo la espugnazione di Zara ribelle, sentirsi da tanto per seguire la generosa oste crociata, affine o di divider con essa la gloria nella liberazione del sepolcro di Cristo, o veramente morire con essa in quella santa impresa. Non temesse la Repubblica per lui, mentre nella sua lontananza altri vi sarebbero atti a sostenere il peso della ducea; non temesse per lui, giacché, sebben vecchio, si sentiva ardere l’animo da un fuoco, anzi da una febbre giovanile: sperare, in fine, sovra ogni altro aiuto, nella assistenza del cielo, in quella della Madre Vergine e nel Santo patrono. Questa improvvisa concione fece nell’animo degli astanti quel mirabile effetto immaginato dal doge. Poiché Veneziani e stranieri, colà congregati, in una sola voce proruppero di acclamazione; mentre tutti ammiravano in lui l’eroico coraggio, la generosa mente, la non curanza dei pericoli, l’amor vivo e supremo della patria. Per tal modo, ottenuto l’assenso della nazione, discese il Dandolo dalla tribuna, si prostrò supplice davanti l’altare, e fermar tosto si fece la croce sul berretto, acciocché, e fosse scorta da tutti, e servisse siccome segnale dell’approvazione ricevuta.

Assunta la croce da doge Dandolo, stava egli pronto coll’oste crociata per partire innanzi tratto a domar Zara ribelle, quando pervennero a Venezia alcuni greci ambasciatori per implorare assistenza dalla Repubblica e dai crociati, onde volessero operare che il giovane Alessio figlio d’Isacco ricuperasse il trono paterno rapitogli dallo zio.

Parve al doge ed ai crociati santa la causa, e si riservarono a proteggerla a miglior tempo. Posto a reggere lo Stato in qualità di vice doge Renier Dandolo, figlio di Enrico, scioglieva la flotta per alla volta di Zara il dì 8 ottobre del 1202, e ben tosto riduceva all’obbedienza Trieste, Muggia ed Umago, e proseguendo, dopo alcuni tumulti accaduti fra i Veneziani ed i crociati, anche Zara ribelle.

Sorgeva la primavera del nuovo anno 1203, e radunatasi la flotta tutta a Corfù, si disponeva a passare alla conquista di Costantinopoli. Senonché, suscitatosi nei crociati impazienza e malcontento per aver preferito l’impresa di Grecia, e deviato così dalla via di Palestina, tramarono congiura per separarsi dall’esercito; la quale però, per via di supplicazioni dei capi, tramontò, e l’oste tutta s’incamminò all’acquisto della città di Costantino.

Giunta colà, la flotta diede fondo all’imboccatura del Bosforo, lunge tre sole leghe dalla capitale del greco impero. Il dì appresso entrarono le navi nel Bosforo stesso, sbarcarono le truppe, e piantarono gli alloggiamenti nelle ville dell’Augusto. L’usurpatore e vecchio Alessio inviò tosto ambasciatori al campo, per intendere l’oggetto di quella spedizione: e poiché udiva rispondersi, essere colà venuti i Latini per rimettere in trono il cacciato Isacco, padre del giovane Alessio, si preparò alle difese.

Lungo sarebbe narrare le parecchie battaglie date intorno alle mura di Costantinopoli, le fughe, le morti, le vittorie; bastandoci qui toccare di volo l’assalto e la presa dell’accennata città. Chi più ne volesse sapere legga le illustrazioni delle tavole CXXXIX a CXLVI, figuranti i dipinti schierati nella sala del Maggior Consiglio, ove è rappresentata questa storia gloriosa.

L’armata di terra, protetta dalla flotta, si condusse sino alla estremità del porto, ed si accampò di fronte a Bisanzio. Era però molestata dal continuo uscire che facevano dalla città drappelli di cavalieri, e si scagliavano a vicenda enormi massi di pietre, dai quali, da un lato guasti furono i superbi palazzi di Costantinopoli, e dall’altro, morti rimasero, o spaventati, o feriti i guerrieri latini. Corsero così dieci giorni, in capo ai quali gli assedianti si posero in grado di attaccare regolarmente la città. Duecento macchine innalzate contro i baluardi erano in continuo moto per scacciarne i difensori, per batterne le mura, per smuoverne le fondamenta. Alla prima apparenza di breccia i Francesi vi applicarono le scale; ma il coraggio soverchiato rimase dal numero e dal vantaggio del luogo, ed i Latini furono respinti.

Nel punto medesimo davano i Veneziani l’assalto alla città dalla parte del mare. Il doge disposta aveva la flotta in due file: nella prima si schieravano le galee con sopra gli arcieri e le macchine guerresche; nella seconda disposte erano le grosse navi, in cui sorgevano torri più alte delle mura maggiori di Costantinopoli. Guadagnata terra dalle milizie, queste non sì tosto piantavano scale e salivano, nel mentre che i legni più gravi, avanzandosi più lentamente, calavano altrettanti ponti levatoi, presentando così ai soldati un aereo cammino, parallelo alla cima degli alberi delle stesse navi, d’onde sui baluardi potessero facilmente raggiungere. Combattevano quindi dalle mura i Greci, dalle antenne dei loro navigli i Veneziani. Il fragore delle onde battute dai remi, le grida dei combattenti, il fischio dei sassi e dei giavellotti, formavano un suono tremendo, spaventoso, terribile più che il ruggito del mare mosso da furiosa procella. Nel fervore della pugna il doge venerando, armato di tutto punto, stava sul ponte della sua galea, con in pugno il vessillo di San Marco, e da colà eccitava i suoi alla vittoria; ed or pregava ed or minacciava i remiganti, volendo che il portassero a terra. Ed essi se lo presero in collo recandolo in sulla spiaggia. In quel punto tutte le navi, come fossero una sola, si avvicinano al lido, gettano i loro ponti sui ripari della città; i combattenti si contendono l’aria, più che il terreno, petto a petto, colle lance e con le spade. Tutto è fervore, meglio furore. Saetta che vola per l’etere e che colpisce il culmine più elevato; mare che agita una nave e la sbatte e la stritola sui sassi, sono deboli immagini a paragone di quella pugna terribile. Senonché tutto ad un tratto si mira sull’alto di una torre della città inalberato il vessillo di San Marco. Un grido di gioia a quella vista echeggiò allora dall’una all’altra estremità della flotta, e fu il segnale della vittoria. Già i Veneziani s’impadroniscono di venticinque torri, e di là, scesi nella interna città, incalzano i Greci per le vie e per le piazze, e danno fuoco a tutte le case in cui si abbattono: l’incendio si dilatò rapidamente, costringendo il popolo a fuggire spaventato e disperso.

Così però felicemente non procedevano le cose dal lato di terra, che anzi le milizie francesi strette erano da sovrastanti pericoli. Perciò Alessio, mosso dalle grida del popolo disperato, salito era sul suo destriero, ed aveva fatto uscire da tre porte diverse della città la cavalleria per torre in mezzo i Latini. Avvertito però in tempo il Dandolo della sciagura, richiamò le milizie, e corse tosto in soccorso degli alleati, i quali, sopraffatti dal numero, erano lì per cadere. Si volse allora la fortuna delle armi, ed il vecchio Alessio ritirar si dovette. La notte appresso, mosso dai lamenti e dalle grida dei Greci, e temente del fato, che già si vedeva pender sul capo, Alessio fuggì. Quindi la mattina seguente fu tolto dal carcere l’accecato Isacco, e fu riposto in trono. Egli tosto spediva ambasciatori al campo dei crociati ad annunziare l’avvenimento. Segnò quindi e ratificò il trattato che il giovane Alessio suo figlio aveva coi crociati conchiuso; e questi, che era al campo, veniva condotto pomposamente a Costantinopoli tramezzo al doge Dandolo e al conte di Fiandra.

Non si acquetarono per ciò gli animi dei Greci faziosi, i quali in brevi mesi ridussero al più lagrimevole stato le cose della loro nazione. Incendiata l’imperiale città per una popolare sommossa, e nella massima parte ridotta in cenere; avvelenato il giovane Alessio, che era stato solennemente incoronato imperatore; morto di vecchiezza e di dolore, poco dopo Isacco; montato sul trono l’usurpatore Murzuflo, rimasero senza effetto le promesse giurate ai crociati da Alessio e da Isacco. Ciò fu cagione che si riaccendesse tra i Latini ed i Greci la guerra, e più feroce e più difficile di prima.

Ricominciarono quindi, i primi, l’assedio di Costantinopoli, e dopo tre mesi impiegati nei militari apparecchi sì dall’una che dall’altra parte, si devenne finalmente ad un assalto, eguale al primo, sì per terra come per mare. Patteggiò prima con i Franchi doge Dandolo per la divisione del bottino e per, la potestà, e se ne estese di ciò un trattato, il dì 7 marzo 1204, che riportammo nella nota 21 della illustrazione alla tavola CXLIV.

S’imbarcò poi tutto l’esercito il dì 8 aprile 1204, attraverso il golfo, e si distese di fronte alle mura per una estensione di mezza lega. Sugli spalti, sui baluardi e sulle alte torri stavano schierati i Greci aspettando l’attacco. Incominciò il combattimento, il dì appresso, con uno scambievole gettare di fuoco, di sassi, di dardi; le navi a poco a poco si accostarono alla sponda, gettarono i ponti, adattarono le scale; le due parti nemiche si azzuffarono petto a petto, e resisterono entrambe con pari valore; ma finalmente, in sul delineare del giorno, i Latini, soverchiati dalla moltitudine e dall’impeto disperato dei Greci, si ritirarono. Il dì appresso, e per due giorni di seguito, si attese a restaurare le navi e le macchine offese, e il terzo dì si rinnovò l’assalto nello stesso modo di prima; e tosto, presa una torre, indi altre quattro, si abbatterono tre porte della città, per le quali, come onda, s’introdussero i Latini.

Còlti allora da indomabile terrore i nemici, si diedero alla fuga, ed il campo imperiale, che raccolto stava su una collina, restò deserto, per cui i crociati se ne impadronirono, e di là quindi piombarono sopra Costantinopoli mettendo a fil di spada quanti incontravano per via. Presa la città, non si arrischiarono i Latini soffermarvisi la notte, temendone un qualche agguato. Per cui i Veneziani tornarono ad accamparsi a vista delle navi loro, il conte di Fiandra si fermò nelle tende imperiali, e il marchese di Monferrato occupò il palazzo delle Bluchene. Al romper dell’alba fu uno spettacolo commoventissimo quello di vedere il popolo greco uscire dalla città in processione con il clero, con le croci e con le immagini sante, ad implorare clemenza dai vincitori. Questo fu il segnale della loro sottomissione.

Distribuito il bottino, a norma del trattato, in cui, tra le altre cose, toccò in parte ai Veneziani i quattro cavalli di bronzo e quelle preziosità singolari, quelle reliquie insigni e quella immagine santa di Maria Nicopeia, che tuttavia si custodiscono nel tesoro della basilica Marciana, e si venerano dalla pietà cittadina; si raccolse poscia il consiglio per devenire alla elezione del nuovo imperatore. Scelti dodici elettori, sei dai Veneziani e sei dai Francesi, dopo discussa a lungo la importante materia, alla mezza notte del dì 9 maggio 1204 convennero finalmente ad eleggere imperatore Baldovino conte di Fiandra e d’Ilainaut, il quale veniva coronato, nella chiesa di Santa Sofia, la terza domenica dopo Pasqua, cioè il giorno 16 maggio 1204. Destinato poi dai Veneziani a patriarca di Costantinopoli Tommaso Morosini, si passò a divider le terre, siccome si era preventivamente stabilito, vale a dire, una quarta parte all’imperatore, e le altre tre parti divise per giusta metà fra i Veneziani ed i crociati. Furono pertanto nominate dodici persone per parte, le quali operarono di comune accordo la divisione; sicché toccarono ai Veneziani ed isole e coste tali da formare una linea non interrotta di porti da Costantinopoli fino a Venezia. Parecchie di tali isole vennero date in feudo a quei nobili veneziani, che a proprie spese ne avessero fatto la conquista, o per altro modo ne fossero venuti in possesso. Acquistava poi doge Dandolo a nome della Repubblica, da Bonifazio marchese di Monferrato, l’isola di Candia, l’antica Creta, per la somma di diecimila marche d’argento, come dal trattato 12 agosto 1204. Assunse quindi allora il doge il titolo di Doge di Venezia, della Dalmazia e della Croazia, signore di un quarto e mezzo dell’impero di Romania; titolo che conservò fino al 1356, sotto il doge Giovanni Delfino.

La diversità della credenza, dei costumi, della cultura, impedì che i Latini potessero dominare ed aver pace coi Greci; né, a motivo dello scarso numero dei primi di fronte ai secondi, era dato imporre con la forza l’unione e la concordia degli animi. Quindi alcuni principi greci, fuggiti dalla patria, fondavano, intorno a questa, nuove, signorie. Poi a danno maggiore sorgeva discordia tra Baldovino e il marchese di Monferrato, a stento sedata dal Dandolo e dal conte di Blois. Poi i Greci ordirono vasta congiura, si sollevarono; e, assistiti da Joaniccio re dei Bulgari, diedero battaglia ai crociati presso Adrianopoli e li sconfissero siffattamente, che cadde perfino prigione lo stesso imperator Baldovino che poco dopo morì; e sarebbero periti anche gli avanzi delle milizie, se non era il valore, e la prontitudine di doge Dandolo e del Villarduino. Piansero in quel fatto i crociati la morte del marchese di Monferrato; e poco poi anche quella di doge Dandolo, il quale, domato dai travagli dell’animo e dai disagi patiti, massime nell’ultimo fatto ora detto, infermò e venne a morte il dì 14 giugno 1205, nell’età sua di 97 anni, e fu sepolto pomposamente nel portico della chiesa di Santa Sofia.

Durante la ducea del Dandolo (1204), s’instituì il magistrato dell’Esaminador, composto di tre nobili. Ad esso magistrato fu dato l’incarico di esaminare i testimoni, di sottoscrivere i contratti, perché potessero godere anzianità di diritto rispetto ai posteriori, e, finalmente, di concedere bolli, e sequestri, cioè interdetti a legge, sopra le rendite e beni mobili dei debitori. Si fondò la chiesa ed il monastero di Sant’Andrea della Certosa in isola (1199) dal sacerdote Domenico Franco; e la peste afflisse la capitale (1203), secondo nota una cronaca antica citata dal Gallicciolli.

Il ritratto di questo doge, che per nulla gli assomiglia, reca nella destra mano un breve su cui si legge:

HENRICO DVCI EST TITVLVS. QVARTAE PARTIS, ET DIMIDIAE
TOTIVS IMTERII ROMANIAE DOMINATORI. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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